Crisi, Suicidio, genere

(Ho trovato questo vecchio post che avevo scritto nel 2012 ai tempi in cui erano estremamente mediatizzati i suicidi per il fallimento finanziario. Lo ripubblico in questo blog perchè mi sembra possa contenere alcuni spunti anche clinici per capire chi può essersi suicidato invece per una improvvisa perdita di denaro – come è accaduto in questi giorni. Le vicende non sono identiche, ma hanno davvero tanti punti di convergenza. Buona lettura)

È un po’ di tempo che avverto il desiderio di scrivere qualche riflessione sull’epidemia di suicidi di cui si è parlato recentemente sui giornali – e moltissimo sui nostri blog. Mi sono accorta che la questione era diventata un fenomeno mediatico quando ascoltando Santoro che parlava di Monti la crisi e le tasse nella gestione di equitalia, mi sono ritrovata a vedere l’intervista di una signora il cui marito si era appena dato fuoco. Di li a poco ho cominciato a contare tutta una serie di suicidi spettacolarizzati – per esempio il portale libero.it mi ha funestato l’accesso alla posta per due giorni secchi su un signore che era sopravvissuto al suo stesso tentativo. Ma le storie continuavano a fioccare anche sulla stampa i telegiornali, i giornali distribuiti gratuitamente. Un processo sinistro e un po’ fascinoso.
In questo tipo di circostanze io ho una reazione un po’ anomala – forse. Ma siccome avverto la portata emotiva e capitale del gesto, che quando afferro in pieno mi coinvolge profondamente in modo da dovermi imporre una tenuta, una resistenza – io più per egoismo che per empatia mi irrito notevolmente perché sento che si sta manipolando quel dolore tramite la possibile manipolazione del mio. Si fa politica tramite la mia reazione – si rincorre una perdita di lucidità. Perché, come a un certo punto è diventato noto a tutti, no quest’anno non si sono ammazzati più dell’anno scorso: ergo non è Mario il sicario. C’è una tendenza relativa a partire dallo scorso decennio, ma manco a dire che prima non s’ammazzasse nessuno per debiti. Preso atto di questo dato statistico, la stampa non ha potuto evitare di fornire opinioni in merito – e in effetti, anche io sto cedendo alla tentazione. La narrazione suicidaria ha un fascino sinistro da esorcizzare, una spirale mortale da cui tirarsi fuori vuoi mettendo in scena la fine di una rete sociale di riferimento, vuoi santificando le categorie della diagnosi psichiatrica, vuoi parlando dei disvalori di un età di rammolliti. Non dovrebbe essere lecito generalizzare e prendete questo post come il lusso che si concede chi non si fa pagare per essere letta. Prendeteli come pensieri che indicano un orientamento possibile di lavoro, una discesa verticale individuata da un radar che ha i suoi margini di errore.
Il gesto suicidario è un complemento oggetto, qualcosa che si prende in mano, la più grande delle cose che il tavolo dell’esperienza mette a disposizione – persino più di quell’altro oggetto immane, che è la procreazione, perché implica una negazione di se, un nient’altro dopo. In quanto oggetto io lo chiamo anche sintomo, e come tutti i sintomi non può essere mai eretto a categoria a se stante. Non esiste una unica struttura della personalità suicidaria, un po’ come non esiste una personalità unica per altri classi di complementi oggetti, come i disturbi alimentari o le dipendenze. Ci sono soggetti più tentati di altri – ma non significa molto. Certo è che esiste un dato sociale significativo, che non riguarda specificatamente questa crisi, ma la reazione in occidente dinnanzi alle crisi finanziarie sempre: come è vero che nel 29’ ci fu una giornata nera in cui si ammazzarono un numero impressionante di azionisti.
Faccio notare – ora come allora – per lo più maschi, benché la pagnotta scarseggi per entrambi e i figli piccoli siano sotto lo stesso tetto. Sarà interessante studiare se il gap di genere in questo ambito rimarrà o varierà colla sempre più ampia partecipazione delle donne al mondo del lavoro, alle sfere dell’imprenditoria. Credo che l’esperienza della maternità, salvo prospettive psicodinamiche che sovvertono i normali equilibri interni in maniera assolutamente autonoma dal contesto e allora la crisi difficile che ci rientri, non funga solo da argine ma struttura proprio la personalità in un altro modo. La dicotomizzazione dei ruoli di genere allora in questo contesto ha un peso – non tanto nel frangente specifico, quando la persona si trova a dover fare i conti con un’insolvenza o una bancarotta che non sa affrontare, ma nei suoi primi anni di vita, nell’organizzazione del sistema sesso genere quando fu educato, e i valori che gli hanno trasmesso, meglio ancora: il modo con cui è stato diversamente amato dai genitori.
Questa è la mia congettura. Gli uomini che di fronte alla crisi si spezzano psicologicamente, che lo fanno per quell’assemblaggio di circostanze e non altre, si sono strutturati in un modo tale che la loro identità è tutta proiettata sugli oggetti della realizzazione professionale, sugli oggetti del lavoro. Che non vuol dire per niente non curarsi della famiglia, non amare, e neanche – esattamente essere innamorati del proprio lavoro. Può voler dire invece saldare tramite una certa occupazione una serie di conti, con l’ideale del se ereditato dal padre, con l’amore della madre. Il diritto ad essere solo nel momento in cui si da prova di una efficacia nel mondo che è una traduzione della virilità così come essa è culturalmente rappresentata. Essere solo le cose che si fanno. Essere lo stile di vita che si garantisce a chi è intorno, pensare la protezione dell’altro perpetuando un’asimmetria che tuteli il sogno di riparazione. Non ti dico che ho i debiti, moglie mia, non ti dico che sono in mano agli strozzini, perché voglio continuare a specchiarmi in quello che vedono i tuoi occhi, voglio sperare con questo mio provvisorio silenzio che l’incrinatura nella mia identità calata nell’efficacia professionale, nel senso di responsabilità, si saldi da sola e smetta di esistere. Come una falda di terra su cui torna a crescere l’erba. L’innocenza dei figli è il baluardo contro il crepaccio. Ma mi chiedo se sia una coincidenza, il fatto che a darsi la morte siano per lo più uomini e il fatto che nella nostra cultura nessun padre ha insegnato ai figli la continuazione identitaria con i figli e con gli affetti. Il fatto che finchè loro ci sono tu ci sei, finchè c’è la relazione tu hai ancora senso. Perché nella nostra cultura la relazione è una cosa da femmine, sono le femmine che sono portatrici di identità in quanto portatrici di relazione. E le femmine perciò dicono, io sono l’amore che do’ fossanche in galera, fossanche a pulire i cessi. Se io sono stata allevata in un amore normale e non eccezionale, o anche un po’ meno del normale, non sarà mai la crisi a farmi prendere quell’oggetto. Io so che non c’è errore per cui non possa essere ancora io. Invece una vecchia prospettiva c’è il timore che l’errore non sia perdonato. Dunque questo è un paese ancora piuttosto arcaico – qualora non ce ne fossimo accorti, e a cui una diversa percezione dei ruoli di genere può dare forze e risorse che non siamo disposti a immaginare.

 

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2 pensieri su “Crisi, Suicidio, genere

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