Remembering Susan: la nike con il boa

(Ieri era l’anniversario della morte di Susan Sontag – che almeno a me non smette di mancare, e da cui ho preso a piene mani un modo di guardare le cose che non mi abbandona. Pubblico un post che avevo scritto grazie a lei, oramai otto anni fa, agli albori della mia vita da blogger)

Vorrei cominciare con il compito non proprio facile di definire il concetto di Camp che, come molte categorie dell’estetica è piuttosto sfuggente e con dei confini molto sfumati – non nascondo che per farlo ho letto con molta attenzione il saggio ad esso dedicato da Susan Sontag, oggi reperibile in “Sull’interpretazione” uscito negli oscar mondatori. Si tratta di un testo breve e secondo me molto bello. Mi ha decisamente ispirata.

Con Camp si indica un certo gusto, una certa sensibilità che negli ultimi anni è diventata appannaggio della cultura omosessuale e queer, ma che di fatto ha una sua ragion d’essere a prescindere. Camp si sovrappone anche al concetto di kitch – ma anche in questo caso parliamo di una sovrapposizione parziale, tuttavia il paragone con quest’ultimo aggettivo ci può essere utile per capire meglio di cosa stiamo parlando.
Infatti con kitch ci riferiamo a qualcosa che è non solo di cattivo gusto, ma è tale perché evoca un tentativo malriuscito, un’ambizione fallita di eleganza per esempio, o di umorismo: l’oggetto kitch contiene invariabilmente un desiderio sfacciato di ammirazione, e di appartenenza: kitch è la categoria degli arricchiti che desiderano apparire come ricchi da secoli, e dell’umorismo volgare che ti chiede di passarlo come simpatico: Dimmi che sono dei vostri… così implora l’accendino a forma di tazza del cesso che avete comprato dal cinese, dimmi che sono dei vostri, così sussurra l’impagabile borsa simil versace con tutte meduse e borchie dorate. Kitch sono le altrimenti inqualificabili melodie del Rondò Veneziano (peste lo colga) Il patetico charme della velleità irrealizzate.

Può capitare di trovare un oggetto kitch anche camp, volendo può anche capitare spesso, ma rimangono due cose diverse. L’universo camp infatti non rimanda di per se alla bruttezza, anzi rimanda all’apprezzamento estetico – solamente estetico. Ma è un’estetica in cui precipitano delle categorie speciali: come l’ironia,la stranezza, la citazione, l’eccesso, l’accostamento improbabile, la confusione di confine. L’alto che raggiunge il basso, il basso che raggiunge l’alto, il femminile che ha qualcosa di maschile, il maschile che ha qualcosa di femminile, ma anche una certo apprezzamento per la perfezione formale: Camp è la Gioconda con i baffi di Duchamp, una Nike di Samotracia con un boa di struzzo, icone camp sono Greta Garbo e Patty Pravo, e la quintessenza dell’opera Camp è il bellissimo Moulin Rouge di Buz Luhrmann.

Esiste un’intenzione di partenza dello sguardo Camp e un suo risultato intellettuale. La partenza ha i valori della dissacrazione, della leggerezza, del distacco dall’esperienza: la Nike di Samotracia da sola evoca un mondo di una serietà abissale – solo nel suo braccio rotto c’è tutta la grecità e la poesia, e le speranze che continuiamo a riporre in lei, nella luce che viene dalla sua storia. La Nike in questo senso è per noi sacra. Il camp invece desacralizza: con una bella sciarpa di piume rosa la Nike sembra uscire dal suo contesto e approdare in un mondo separato del moderno relativismo. Le evocazioni della Nike reagiscono chimicamente colle piume del boa che rimandano al cabaret, al teatro, al carnevale, alla leggerezza, allo spasso al limbo dell’inutilità. L’eternità della Nike muore in una seconda eternità – questa volta non più soggettiva e irripetibile ma immischiata e ripetibile. L’eternità dell’industria culturale che tutto macina decontestualizza e ricontestualizza, in un unico sfondo ridanciano e stanco di cercare le profondità.

Non è un caso che sia il mondo omosessuale il grande produttore dell’estetica Camp. L’estetica tradizionale era ancorata a una percezione del sesso che investiva irrimediabilmente tutta l’esperienza esistenziale, ancorando l’apparenza di ognuno al destino sessuale con cui era nato. La bellissima Madonna di Filippo Lippi non ammette repliche sulla sua identità femminile. Camp è invece per esempio il cantante Prince, come Camp era la divine Greta Garbo. Camp è anche una rappresentazione di genere esasperata proprio perché in quanto eccessiva esce dal genere ed entra nell’estetica pura – donde deriva per esempio la passione tutta camp per la Callas, o il Davide di Michelangelo. In ogni caso, il Camp si ribella al giogo di una percezione visiva che nel suo ancoraggio a dei valori, costringe la nostra libertà. Il camp ha ambizione anarchiche, in primis in materia di differenza di genere: voglio essere uomo. Voglio essere donna. Voglio essere una splendida Drug Queen.
Il libro Middlesex di Eugenidies, è un altro grande capolavoro della cultura camp. Camp non è solo il suo magico protagonista, ermafrodita di origine greche che attraversa la storia degli stati uniti, tra bizzarrie di famiglia, viaggi coast to coast e travestimenti da sirena. Camp è anche lo sguardo e lo stile della narrazione, che racconta di personaggi bizzarri, e vite complesse e tragedie nefaste, con leggero distacco. L’incendio di Smirne alla fine dell’800, la povertà di Chicago degli anni 20, la stessa esperienza di vivere da ermafrodita, in questo libro non ci si accora mai, tutto è softly, lovely, glamour bizzarre. Molto ben scritto, ma volendo profondamente inquietante.

Spiega ancora Sontag – siccome il Camp è una sensibilità prima che uno stile, è innanzitutto una categoria dello sguardo prima che una categoria di ciò che è guardato. Questo fa si che possa tentare di rendere Camp qualsiasi oggetto su cui si posi. La trasformazione in Camp è nel pronunciare il nome dell’oggetto tra virgolette. Un conto è dire lampada un conto è dire “lampada”. Le virgolette sono il segno della decontesualizzazione, la lampada diventa l’idea di essa e perde materialità, Il camp, aggiungiamo noi, è un mondo a due dimensioni..

Ora, vi ho condotto fino a qui, non solo perché sono inoppugnabilmente cattivissima, ma anche perché ritengo che parlare di estetica Camp possa aiutare a riflettere su molte cose, dal momento che – sebbene Camp oggi sia soprattutto il codice della significazione culturale omosessuale, possiamo ben dire che campy sembrano essere diventate buona parte delle cose che ci circondano, con la loro caricaturalità con la loro perdita di senso, con la loro svuotata percezione delle cose. Così quando festeggiamo San Valentino, non pensiamo minimamente al sentimento all’amore o quant’altro, ma ci adeguiamo a giocare un gioco molto Camp. Così come campy è la modalità con cui è oggi è interpretata la campagna elettorale, laddove i contenuti espressi non rinviano più a dimensioni storiche e concrete ma sono chiamati in causa per il loro potere estetico: la politica ha perduto la sua significazione etica, e si è schiacciata sulla sua mera rappresentazione. Di più – sulla caricatura della sua rappresentazione.
E così come campy, è la rappresentazione a cui ci siamo abituati della morte, del dolore della sofferenza. Rivoli di sangue e risate di John Travolta.
“Pulp” è la traduzione sanguinolenta e cinica di “camp”.

Tutto questo ci riconduce alla critica alla società contemporanea portata avanti da Jameson nel suo saggio sul postmoderno.. Secondo questo pensatore è la struttura capitalistica della società a produrre una mercificazione dell’estetica che conduce rapidamente a una mercificazione della psiche e quindi alla morte della morale. . Con gli stessi rimpianti di Adorno, quando parla malinconicamente del tempo in cui non c’era il grammofono, questo autore rimpiange il tempo beato in cui alla soggettività dell’individuo corrispondeva l’unicità di un prodotto artigianale. Oggi l’opera d’arte è nell’era della riproducibilità tecnica, e la possibilità della sua riproduzione e direttamente proporzionale alla sua perdita di evocazione. Noi stessi siamo come frammentati dinnanzi a questo sfacelo. Nella prospettiva postmoderna questo processo di disintegrazione che affligge la nostra esistenza su più fronti, approda alla morte di qualsiasi ideologia e qualsiasi scala di valore.
A questo punto, riunire i due concetti diventa facile: qualsiasi manovra camp può ora risultare possibile. In questo senso camp e post moderno sembrano aggettivi intercambiabili – perché entrambi fanno riferimento a un orizzonte di senso in cui le gerarchie non sembrerebbero più valere. Andy Wahrol è Camp. Ma è anche postmoderno. L’unica differenza è che se usiamo la prima parola vogliamo mettere l’accento sulla parte glamour e decorativa delle sue cose, mentre se usiamo la seconda ci riferiamo al perché le opere di wahrol sono arrivate adesso e non in un altro momento.
Nel frattempo – in ogni caso, la violenza è diventata una questione di film da prima serata.

Allora ci ritroviamo dinnanzi a un mondo che possiamo considerare da due angolature diverse. Una certa prospettiva per esempio ama la postmodernità, ama questa mescolanza di cose diverse, questa desacralizzazione degli oggetti, perché gli riconosce la possibilità di dire delle cose nuove: sotto il profilo estetico pensiamo alla Piramide davanti al Louvre, e sotto il profilo etico pensiamo al fatto che in Spagna una coppia di omosessuali possa sposarsi. Le vecchie norme sono state relativizzate, nell’etica e nella morale e ora possiamo scrivere nuovi paesaggi.. questo va bene nella misura in cui sia nell’invenzione architettonica che nell’innovazione politica, la soggettività non è stata tradità, l’identità delle cose è rimasta intatta. Il brutto viene quando i contenuti sono svuotati, quando il mischiamento dell’alto col basso crea un appiattimento di prospettive. L’industria culturale tenterà continuamente di mangiarci la profondità e schiacciarci sulla superficialità.
Sta a noi riuscire a mantenere uno sguardo diverso.

E quando sullo sfondo di un orizzonte vedremo, un tempio, una maschera greca e un casco di banane. No, non dovremmo necessariamente decodificarla come la cucina che un arredatore chic ha organizzato per Dolce e Gabbana, ma un bellissimo quadro di De Chirico. Bello per quell’insieme, bello per i ricordi che possiedono tutti quegli oggetti.

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