What’s pulp

(Il post di ieri si tira dietro quest’altro, del 2009. Si allaccia per via naturale, dal concetto di Camp a quello di Pulp, parlando di film che andarono per la maggiore quell’anno. “Bastardi senza gloria” e “The reader”. Niente  – buona lettura, a chi gli va. Ho mantenuto qui lo stile che usavo nel vecchio blog)

 

Come tutti sapete, qualche giorno fa dei giovani di brutte speranze decidevano di rubare la scritta sopra l’ingresso di Auschwitz, arbeit macht frei. Claudio Magris, citava allora sul Corriere della sera il Cancelliere Adenauer – commentando così l’episodio: la barbarie di qualche idiota che meriterebbe solo un calcio in culo.
Ossia, argomentava Magris, è bene non enfatizzare il gesto associandolo a qualche perversa visione del male, simbolica der dimonio, il diavolo e la puttana della su zia (non proprio con queste parole certamente – è un signore quello).
Noi ci atteniamo al verbo del Magris, e troviamo anche che quella che per lui è una strategia politica, atta a evitare la coagulazione degli imbecilli in un imponente movimento di imbecilli – ulteriore voglio dire a quelli di cui disgraziatamente già disponiamo, riteniamo che l’episodio sia coerente con il momento storico e sociale. Un momento cioè che sta finendo di masticare l’Olocausto per digerirlo e archiviarlo, che lo sta dunque desemantizzando e che sta per scoprire nuove simboliche del male, una volta che questa è stata completamente sventrata. Se abitassimo nell’eden potremmo sperare che non si trovino più sinonimi della Shoa. Non ci abitiamo, e l’assenza di sinonimi potrebbe essere più il segno della perdita di una coscienza etica, che di qualsiasi miglioramento collettivo.
Speriamo allora che il virus postmoderno passi al più presto – e si ritorni ad aprire gli occhi.

La Shoa intanto – si asciuga. Si spengono quelli che l’hanno vista, si stancano i loro figli, rimaniamo noi, i nipoti dell’Olocausto, a giustificare quella che i tecnici della psiche chiamano – la trasmissione intergenerazionale del trauma: quell’anacronistico fenomeno per cui, un ricordo che per tutti è pieno di nebbia e vuoto di sentimenti, da qualcun altro, continua a essere vissuto con la carne viva e il sangue negli occhi. Non che non abbia una sua utilità questa trasmissione intergenerazionale del trauma: è l’unica resistenza ancora attiva alla sonnolenza postmoderna. Ma ha anche qualcosa di patetico, almeno agli occhi di qualcuno – ci sei rimasto solo tu a soffrire per questo cumulo di cenere.

Solo tu.
Il cinema è l’ambito migliore per esplorare questo genere di cambiamenti. Continua a fiorire film anche interessanti, che si concentrano sul problema della Shoa, ma sta emergendo una nuova disinvoltura nel maneggiare un momento storico che aveva una sua sacralità. Ho come esempi The Reader di Stephen Daldry, e Bastardi senza Gloria, di Tarantino. The Reader è un bel film, ben diretto e recitato, in cui la vicenda della persecuzione antisemita ha un ruolo comprimario, rispetto ad altre questioni: è un gran film sulla letteratura, sulla scrittura, sulla comunicazione, sull’evoluzione del se. Per chi non lo avesse visto, è la storia di un ragazzo che incontra una donna, più grande di lui, con cui intreccia una relazione, per poi scoprire che era arruolata nelle SS e che era corresponsabile della morte di 300 donne ebree. Non voglio parlarvi di tutta la trama, ma mi voglio fermare su due punti interessanti per questo discorso. La donna nel processo per la morte delle 300 vittime, verrà incriminata per aver redatto il protocollo di procedimento, anche se di fatto non può averlo scritto essendo lei analfabeta. Ma la protagonista si vergogna di dichiararlo e questo le procurerà la lunga condanna. Questa scelta narrativa ha diverse implicazioni. La prima è la retorica della cultura come trampolino di lancio dell’etica. Il male alligna dove non c’è conoscenza, un concetto vero solo in parte e che se preso con troppa disinvoltura sfocia in un pericoloso classismo. La seconda è una inquietante relativizzazione della responsabilità. La scelta della regia ci chiede a noi spettatori di commuoverci davanti a questa ingiustizia. Ella secondo la regia, paga per un reato che non ha commesso. Non ha davvero redatto il documento! Cioè non ha ORDINATO di compiere una strage, ha SOLO partecipato con zelo nazista al compimento di una strage. Poverina.

Vedete. Se io penso a quelli con il mio cognome che sono schiattati con la responsabilità dei comprimari, a me di dire poverina non mi viene tanto. Per molto tempo il mio punto di vista, il punto di vista della trasmissione intergenerazionale del trauma, era il punto di vista dell’etica condivisa. Ci eravamo bruciati tutti con la Shoa ebrei e non. Avevamo appreso che ci sono circostanze morali dove non ci sono gradi. Non la vedevamo noi la differenza tra chi dice ammazza quello e quello che lo ammazza di mano sua. Ci parevano esecrabili entrambi. Dovevamo difenderci da entrambi.
E anche da altri pensieri impuri dovevamo difenderci. Alla fine del film la donna ha scontato la pena, è morta, e ha affidato i suoi risparmi a quel ragazzo che per lei si è rovinato la vita, chiedendogli di darli alla figlia dell’unica superstite della strage.
La figlia dell’unica superstite, è una perfetta icona del peggior antisemitismo. Colta e scostante. E molto ricca. La vera vittima è la poveretta morta nel carcere. La signora ebrea invece eccola qui, trionfante. Cioè il problema è la povertà. Gli ebrei erano ricchi e infatti vedi.

Apparentemente Tarantino si muove su corde opposte. Bastardi senza gloria comincia con un poveraccio, contadino della campagna francese che nasconde degli ebrei nello scantinato, fintanto che un ufficiale nazista li stana, e li ammazza tutti, sotto i suoi occhi. Mentre l’ufficiale spara il contadino piange – per la tensione, per la paura, per la concretizzazione del male : come contadino francese sappiamo che non è poi un uomo istruito, tanto meno un nababbo, ciò non gli ha impedito di capire da che parte si deve stare. Storicamente, così è stato per molti altri.
Ma il film continua, ribaltando le carte in tavola delle vicende storiche: si inventa una brigata di ebrei americani che vendica gli ebrei uccisi, e si inventa un attentato in un cinema che fa fuori tutta la dirigenza del Reich. Di qua e di la, appaiono scene, con ebrei incazzatissimi e vendicativi, che ammazzano i Nazisti con lo stesso gusto sadico, di solito riservato ai loro correligionari.
A molti ebrei questo film è piaciuto. Titilla il risentimento, blasona la vendetta. Regala il passato che il livore fa desiderare. Tarantino grazie! Tarantino sei dei nostri!

Tarantino non è dei nostri. Tarantino è solo un altro dei poveri stronzi da prendere a calci nel culo, come farebbe Magris, che prende Arbeit macht Frei e la mette nella sua cameretta, questa volta di lusso. Il ragazzo ha un talento per la decorazione, ossia – ha un grandioso talento per l’uso del linguaggio cinematografico, un po’ come le signore di classe che sanno accostare i colori quando si mettono i vestitini, lui sa accostare vicende e parole e immagini, e mette insieme sempre dei prodotti variopinti e godibili, addosso a certi suoi sentimenti primordiali, e certe sue riflessioni che sempre io credo, ruotano intorno al problema degli abbinamenti. In verità quando fa delle cose che a noi ci paiono tanto belle e progressiste: ah finalmente una donna che combatte! Ah che bello la vedetta degli ebrei! Approccia dei contenitori semantici e storici e morali, ma mica si rende conto di cosa c’è dentro. Non ha nessuna relazione emotiva con quei contenuti. Non je ne frega un cazzo a Tarantino delle femmine dell’ebrei e vedrai se un giorno non te fa un bello film su un handicappato nero campione de Tre Sette. Non ha mai pensato su certe cose con coscienza.

Bastardi senza gloria, fa allegria, solo per caso. Ma è una specie di Pulp Fiction in costume. Come tutti i film dello stesso regista, il vero protagonista non è altro che uno sguardo simpatico e pacificatorio con l’assurdità della violenza, con la gratuità dell’aggressività: quanto di più fedele ci sia alla sbornia postmoderna – ed è per questo che ha successo – per il misunderstunding che il gioco postmoderno produce. Quelli con lo sguardo moderno, una minoranza, pensano che egli – oh che rivoluzione! Oh che audacia! – accosti concetti con la consapevolezza dei contenuti, facendo un’opera di cambiamento davvero titanica. I restanti, compagni di miopia riconoscono il loro fratello fregancazzo, il compagnuccio di giochi nella sarabanda della regressione collettiva.
Fico!

Intanto.
Distinguiamo due intanto. Un intanto globale e uno più circoscritto. L’intanto globale sta nella constatazione di una generazione di soggetti assolutamente neutralizzati davanti alla visione del sopruso. Cosa c’è di più innocuo di un vigliacco? Un cretino che scambia una mitragliatrice con una pasterella. Un errore che permettono i tempi di pace, dove le mitragliatrici sono pistole giocattolo, e il sangue è il succo di pomodoro dei telefilm. Andrebbe persino bene se in questo modo, la pace non minaccerebbe se stessa: Tarantino oggi, Tarantino domani, arriva qualcuno che manda a puttane la democrazia e noi giù a spanciacce dalle risate – in Italia, sta già avvenendo.
Il secondo intanto riguarda la mia personale chiesa. Il mio mondo la mia sinagoga. L’antisemitismo ha una storia ben più lunga delle ideologie, della loro nascita e della loro morte. L’antisemitismo era prima della modernità e nel durante della postmodernità. Ha vissuto alterne vicende ma nei secoli non si è mai assopito del tutto. Lo shock della Shoa per un certo periodo ci ha protetti. Ha concesso un po’ di respiro. Oggi gli ebrei sono persino di moda.
Ma passerà –oh se passerà.

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