Un ricordo per il 27

Soltanto col tempo avrei capito quanto fossimo bellissimi in quei nostri vent’anni incrociati per lusso – tutto quel futuro nel corpo fino a farlo scintillare. L’eleganza della sciatteria sulla pelle ancora di smalto, i capelli setosi nel sole di inverno, la vezzosa incertezza della gioventù.
Il sudamericano povero e l’ebrea ricca. L’esilio e il privilegio. Le scarpe rotte e le scarpe belle, la storia sulle spalle e nelle ossa. Di notte la Germania era piena di neve e leggerezza, si camminava dolcemente negli alberi pieni di sonno, i passi si spegnevano con tatto, e tutto pareva dalla tua parte.

Eravamo amici, per quanto satelliti di cosmogonie lontane. lui era giovane come io non ero né sarei mai stata, lui si doveva arrampicare nei giorni in modi che mi erano e mi sarebbero stati risparmiati. Qualche volta aveva rubato, qualche altra aveva sniffato – i suoi amici avevano negli occhi un sorriso e un disincanto che stregavano, che odoravano di vita moltiplicata.
Bevevano mate rincorrendo i loro padri e la loro fermezza, si accarezzavano barbe scure e menti aguzzi, buttavano la testa indietro. 

Io ero li, narcisista solitaria e innocua- a cercare le radici nelle biblioteche, a capire la questione dei rischi passati e dei rischi futuri, a fare pace per interposta persona, con un mondo che aveva tradito senza ritegno alcuno, famiglie di studiosi che sui libri tedeschi avevano cominciato a pensare, che con la musica tedesca avevano addormento i figli o si erano addirittura sposati o avevano pianto un morto. Io ero li, a farmi bella di una missione sgradevole, e il mio amico sudamericano mi faceva sentir al sicuro.
Eravamo amici, ed eravamo bellissimi, perché accarezzavamo con affetto l’uno la storia dell’altro, e ne avevamo cura e rispetto, e ci ascoltavamo l’un l’altro raccontare i nostri nonni lontani, i nostri buoni e i nostri cattivi, e in quelle serate tedesche di neve e gentilezza ci regalavamo il silenzio e lo scandalo sodale, e questo ci proteggeva da tutto. 

E certe volte andavamo al discount, compravamo biscotti a basso costo, vini indecorosi, contavamo gli spiccioli con calma e precisione, e il mio amico sudamericano diceva ridendo – ebraismo e terzo mondo che combinazione impossibile! – e ridevamo forte, noi che potevamo.

E il giorno della memoria io vi auguro un’amicizia così.

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Epistemologia della bannazio – non necessariamente eterna

C’è stato un tempo quando scrivevo sul vecchio blog, in cui parlavo malissimo di Facebook, senza abitarlo e vivendo nella blogosfera quelle stesse dinamiche che più tardi avrei applicato su Facebook. Molte delle cose che pensavo allora le penso tutt’oggi, ma devo ammettere che mi è assolutamente congeniale, e che anzi sono deliziata dalla possibilità che da Facebook di osservare una sorta di parcellizzazione delle dinamiche di relazione, una sorta di mosaicizzazione per cui se ne vedono i piccoli tasselli. Verba volant, scripta manent! dicevano infatti gli antichi e quel manent nel caso specifico può essere particolarmente interessante.

E’ un po’ di giorni per esempio che mi trovo a riflettere sul concetto di bannamento. Si banna da facebook qualcuno che prima faceva parte della propria cerchia di amici, e che si desidera espellere per un motivo o per l’altro, in modo che non possa più avere accesso alla propria bacheca. Il bannamento, è uno degli aspetti che più mi fa pensare facebook come oggetto sinistro e patogeno, o quanto meno particolare perché è tra gli aspetti che più odorano di onnipotenza: la certa persona esiste, ma io la faccio smettere di esistere.
– Anche se, c’è pure da dire, non è che nella nostra quotidianità ci costringiamo a continuare a frequentare persone che ci risultano irritanti. Solo che essendo Facebook una sorta di codificazione scritta dei nostri comportamenti spontanei, non sempre siamo così prontamente consapevoli delle nostre decisioni.
Facebook da uno spessore innegabile alle nostre vulnerabilità ed idiosincrasie, quelle stesse che – a ragione o a torto – ci portano a bannare qualcuno che risulta sgradevole.

La prima forma di bannamento che ho constatato, è il Bannamento romantico. Questo tipo di bannamento, che ammetto di aver applicato almeno un paio di volte, ma forse più anche tre, riguarda contatti con cui si è stati in intima relazione una vita passata – e dunque non semplici amici di scuola, ma manco virulenti ex fidanzati: ma amici propri, genti con cui s’erano fatte delle vacanze o degli esami o delle telefonate ecco, con cui però non si scambia più niente di niente, che stanno li a ricordarvi solo quanto non je ne po’ fregà di meno di voi. E magari uno dice, va beh aspettiamo un’occasione tipo: la nascita di tre gemelli, il famiglio in ospedale, il cazzo di compleanno! Ma quello niente, una mummia. E d’altra parte anche voi li, constatate che non avete molto da dirgli, che la lontananza oramai è ratificata, e Facebook in realtà ha indotto una vicinanza artificiale che nella realtà non si darebbe mai, e alla fine anche Facebook si deve arrendere e quindi, con il cuore pervaso da una lieve mestizia, il tempo che passa, le cose che cambiano, lo mandate affangù senza tanti complimenti.

Esistono variabili più soft del Bannamento romantico quando, vicenda che riguarda i profili più affollati, anche con contatti con cui non si hanno avute relazioni nel quotidiano, si delibera a fronte di un evidente mancanza di scambio su la qualsiasi, che l’amichizia feisbucca non ha alcun fondamento, che quel contatto è sorto grazie a una lieve convergenza ideologica o umoristica solo una volta, e poi è morto così come una foglia d’autunno, e magari non si aveva molta cognizione del futuro bannato nella propria weltanshauung addirittura, e magari il bannato in fieri ha anche una vita di rete piuttosto blanda – è per dire uno di quelli che stanno lontano dal computer per tante ore, e sul profilo non scrivono niente….. Finchè famo conto se sposa, e’ tutto un fiorire di esistenza individuale e di auguri, e il bannante dice: chi cazzo è questo? E zac!
Questo tipo di bannaggio capita moltissimo in zona compleanno – tutti noi su Facebook dobbiamo avere paura del compleanno eh – ma io non lo applico mai in questa modalità festaiola perché, anche se è piuttosto acclarato che il bannaturo vive con sommo agio anche senza di me, mi sembra davvero poco carino ed effettivamente punitivo bannarlo nei giorni festivi. In caso mi ci dedico nei giorni feriali. Quindi, al Bannamento vendicativo hard, preferisco il Bannamento vendicativo a lento rilascio.

 

Il Bannamento vendicativo a lento rilascio inoltre, preferisco attuarlo in silenzio.
Lo dico perché è pratica dell’utenza feisbucca più accanita, annunciare fasi di bannamento collettivo con grande strombazzamento, dichiarazioni programmatiche molto circostanziate e e retoricamente sottolineante. Si usa infatti scrivere un post in cui si dice: basta, ho deciso di fare pulizia, potare rami secchi, optare per la leggerezza. Mo’ ne banno 10, 20, 100! E’ comportamento questo che mi incuriosisce, e di cui mi sono chiesta il ritorno narcisistico che deve comportare. Cioè, che te frega di perdere chi è evidentemente già perso o mai avuto? Ma è piuttosto chiaro che qualche vantaggio c’è. E credo dipenda dal fatto che in questi tempi di democrazia e rappresentanza civile, in cui sopravvivono con una loro ragion d’essere istituzioni quali i partiti e il sindacato, ma anche organi collegiali secondari quali il consiglio di istituto, il condominio e pure a’ parrocchia, mbeh la dittatura è un po’ aut, eh, la velleità del ras è perlopiù fustigata in specie tra le genti che stanno molto vicino a un computer, e bannare venti persone in sol colpo è una sublimazione del profondo istinto fascio che levete, dichiararlo è come stare su un balconetto del ducetto, capito come. Fasci ma innocui, severi ma di zucchero filato. Una cosa da poco.

Il che poi avviene con un minimo di licenza ideologica quando la rete si incendia per qualsivoglia questione di principio – domani per dire è il giorno della memoria, la mia personale occasione di giardino all’italiana feisbucco – e allora arriva il momento ockamesco di ognuno, che disce e vabbè che devi conoscere l’altro, e va bene che bisogna confrontarsi con il pensiero diverso, con l’altrui visione del mondo, e come lo combatti il nemico se non ce magni almeno una pizza? Ma ce la magnerei la pizza per davvero con questo qui che sbrilluccica di improvviso et improvvido antisemitismo/ maschilismo/omofobia/calcinculoai bimbi/etc. etc. etc? Ed è subito decisione epistemologica dura.
Ciao.

Ma a fronte di questi Bannamenti giardinieri, ci sono dei bannamenti più sottili e certo partecipati tronfi o dolorosi che siano, e che sono l’esito – scientificamente interessante – di questo curioso tipo di relazione di cui è portatrice la rete e che nel quotidiano non si da. Succede infatti che in rete si stringa un contatto con qualcuno che si conosce su bacheche altrui, o che si conosce perché magari si scrive su un blog, e questo qui risponde nei commenti e vi cerca in rete e allora si diventa amici, nel senso internettiano del termine – che meriterebbe e anzi meriterà un post a se – cioè persone che condividono delle esperienze e dei pareri di vario ordine e grado. Si tratta di una nuova modalità relazionale che può portare a delle reali amicizie profonde e durature, anche e soprattutto quando trovano l’occasione di travalicare la pagina scritta, e questo è molto bello. La rete funge in questo senso da contenitore delle potenzialità relazionali evitando che si disperdano e incoraggia lo scambio reale più, ma molto più di quanto pensino i suoi detrattori. Ma questa cosa è vera anche – ahimè – per certe questioni meno belle e simpatiche e piacevoli, ossia si creano contenitori di relazione in cui un si avverte come forzatamente condannato alla frantumazione degli zebedei. Il contatto rompicojoni infatti, invidioso, colla coazione a ripetere del sarcasmo fuori luogo, sta li ed è sempre li, ubiquo e onnipresente, essendo che con il mause ti raggiunge dal cesso, dalla banca, da Timbuctù da ovunque nel globo terraqueo. Il paradosso della rete è che abbatte i confini per cui boni e cattivi ponno sta tutti nel tuo confine, e se non hai un agile bannamento un disinvolto rispetto per l’ego tuo, ma anzi ci hai tutta una serie di osservanze morali di ideale dell’io per cui pensi che pare brutto bannare uno anche se fracassa i maroni con battute graziuose tipo – -ahahah me sai che ci hai eccorna, essendo che te per dire temi davvero di aveccele corna – te lo tieni questo contatto comodo come un sercio sulla seggiola, magari non gli rispondi nella speranza di una improvvisa autocombustione, magari ti ci appiccichi nella speranza di creare le basi per un’onta, ma quello resiste, e anzi di più ammette il vero dicendo a ritmi regolari di amarti, t’ama capito come, e si approda a quello che definirei, il Bannamento estenuato. Bannamento a mio giudizio eccessivamente tardivo, io sono per la tempestività diagnostica, ma che ha quanto meno il pregio di provocare un grande senso di liberazione e benessere.

 

Un ultima grande classe di bannamenti di cui però sono poco esperta, sono i bannamenti come esito fatale di relazioni amorose o sperate tali. Bannamenti nonzuzzurelloni, Io su questa fenomenologia sono scarsa per mancanza manifesta di esperienza nel settore, e magari potete voi contribuire nei commenti. L’unico tipo di casistica che posso riportare è il bannamento marpionistico, ossia il bannamento di quello che te si propone così, lillo lillo lallo lallo, chiedendoti prima l’amichizia feisbucca in modo disinvolto e generico, e poi proponendo una chiacchiera in cui è subitaneamente lampante la totale assenza di interessi condivisi, qualche volta la totale assenza di interessi, un subitaneo quanto ingiustificato interesse erotico, ingiustificato perché magari oltre la foto der naso te non ci hai messo, o della faccetta ecco, ed è particolarmente irritante per il narcisismo almeno mio, questo interesse erotico tutto esito di proiezione e non di sostanza, la persona che non sa niente di te manco  voglio dire il girocollo. per non dir altro. Mi sono posta dinnanzi al quesito morale se porre il bannaturo marpione nella posizione di rimanere invece dentro ai miei contatti, sai mai se per l’effetto della chimera proiettiva, egli non tragga qualche beneficio divulgatorio e si appassioni ai temi della psicologia dinamica, ma sono un tipo animoso e quindi niente. Zak.

 

Chiuderei poi questo sapido elenco dei bannamenti possibili, con la costellazione estesa quanto composta di episodi singolari e irripetibili dei bannamenti permalosi, bannamenti non di rado dovuti a una curiosa visione del mondo che ha al proprio centro criteri insoliti. Il mio caso preferito, rimane quella che disse di bannarmi perché aveva constatato che il soprannome che avevo dato alla mia lavatrice combaciava con il suo nome proprio, e questo lo visse come un’onta terribile. Ma ricordo anche il caso di un’altra, persona per altro gradevolissima ma di cui mi era capitato in effetti di osservare una vita feisbucca quanto meno tempestosa, che ebbe a bannarmi perché eravamo cadute in una irrimediabile divergenza ideologica in materia di scarpe, e più precisamente in materia di plateau – perché a me piace molto il plateau e invece a lei no, e mi ero ritrovata a difendere reiteratamente con foga ma anche devo dire orgoglio, questa mia posizione diciamo logistico estetica, contro il suo bisogno di egemonia calzaturiera ecco. Io però mantenevo una certa ironia, un distacco dal sintomo, lei invece era proprio molto coinvolta su questa cosa delle scarpe, trattava le scarpe come altri trattano la Siria capito come. E insomma a un certo punto mi scancellò. Peccato, dico senza ironia, mi stava simpatica.

Chiudo qui. Ma esorto tutti qualora disponessero di aneddoti e eventuali sottocolassi, ad allungare l’elenco.

 

genitorialità omosessuale

Premessa:

In parlamento si sta dibattendo la Legge Cirinnà, la quale – al di la della questione sulla Step Child Adoption – ripropone per l’ennesima volta il matrimonio tra coppie omosessuali, e di li anche la possibilità che queste coppie omosessuali siano anche genitori efficaci.  Questa cosa della genitorialità è davvero l’indice realistico che misura le idee che abbiamo in merito all’omosessualità e io spero ardentemente, che la legge sia varata, perché vorrebbe dire che quella parte già consistente di persone libere non solo da perplessità e pregiudizi ma anche da comprensibili resistenze,  sarebbe riuscita ad avere la maggioranza, e insomma  il fondamento democratico del nostro paese potrebbe  avere una nuova coerenza.

Il che però non vuol dire che si tratti di un passaggio agile e veloce, e forse, quando le persone si dichiarano velocemente aperte di vedute e tolleranti verso tutte le scelte, viene il sospetto che no, non sono tanto convincenti.Quindi, vorrei cominciare questo post proprio rivolgendo la fatidica  domanda : Nell’ipotesi di uno stato di necessità – dareste vostro figlio in adozione a una coppia omosessuale?scegliereste una coppia omosessuale rispetto a una coppia etero?

Vedete, la domanda  è più efficace e sottile della versione comune, in tema di pregiudizi sul mondo omosessuale – accetteresti di avere un figlio omosessuale? Perché a quel tipo di domanda viene più facile dire – anche se poi di fatto non accade – che oh si lo farei senza problemi, osi lo farei ma sarei preoccupato per le discriminazioni sociali, oh si etc. Perché in quei casi i nodi spesso vengono al pettine nella contingenza, ma a parole un po’ il sentimento reale dell’amore genitoriale, un po’ la sua retorica fanno rispondere di corsa, mettendo davanti il se – padre e madre. Cioè a dire: no non lo accetterei ci si percepisce come genitori cattivissimi e insomma il tasso di onestà in quel caso è davvero troppo da chiedere. Questo tipo di ipotesi invece, nella sua irrealtà, crea una specie di spazio vuoto dove mettere in gioco meglio sentimenti e ideologie, proprio perché non è una cosa che concretamente ci troveremmo mai ad affrontare. E’ un’ipotesi che fa parlare.

Io credo che in diverse persone etero e anche ben intenzionate, questa domanda eliciti un sentimento di resistenza. Si è soliti pensare che questa resistenza sia legittimata da una eventuale incompetenza genitoriale da parte delle coppie omosessuali. Questa teoria dell’incompetenza genitoriale è però semplicemente una idiozia, che cresce in Italia rigogliosa, per l’assenza di studi in merito e per l’assenza di occasioni che favoriscano la ricerca: in Italia le coppie omosessuali non possono ancora adottare figli e dunque di fatto non abbiamo tante esperienze concrete per vedere come funzionino i genitori omosessuali – anche se cominciano a girare delle prime pubblicazioni. Chiara Lalli con il suo bel libro sui genitori gay aveva aperto la strada, forse altri stanno arrivando – all’estero però – per esempio Nordeuropea e Nord America – queste occasioni ci sono e questi studi ci sono – e sono attualmente reperibili.

Alcuni di questi studi dimostrano che i bambini che crescono in famiglie omogenitoriali hanno lo stesso spettro di psicopatologie dei genitori che crescono in famiglie eterosessuali, con più o meno gli stessi indici di frequenza. Cioè mostrano che i genitori omosessuali non sono peggiori degli altri né migliori degli altri. E quindi non possono essere considerati da escludere per esempio come coppie adottive. Alcuni studiosi invece, sostengono invece che sotto certi aspetti le coppie omogenitoriali hanno più risorse di molte coppie eterosessuali. Nell’ambito dell’adozione, per esempio, come in quello della fecondazione assistita, la coppia omosessuale procederebbe in modo molto meno problematico – paradossalmente naturale, dal momento che beh, non c’è il doloroso quanto comprensibile intralcio psichico dell’infertilità da dover guardare e sciogliere – né è così frequente come capita nelle richieste di coppie adottive eterosessuali l’adozione come la richiesta di un oggetto che sostituisca una sessualità assente o che ripari un rapporto difettoso. Altri invece, sulla scorta di ricerche longitudinali,  sostengono addirittura che la genitorialità omosessuale sarebbe associata a una minore vulnerabilità dei figli alle psicopatologie gravi di ordine psicotico. Le ipotesi formulate in questa direzione sono diverse: Si ritiene però che spesso, le coppie omosessuali sono composte da persone che per itinerario personale, storia sociale e storia psichica legata anche agli stessi ostacoli posti nella scelta sessuale, siano più portare al pensiero critico, all’apertura, alla codificazione complessa – a un pensiero diciamo aperto anche sotto il profilo dei rapporti e delle relazioni, mentre spesso, al di la della importante componente genetica, comunque preponderante,  legata a certe diagnosi, si constata come le famiglie dove c’è una schizofrenia, tendano a una fortissima chiusura con l’esterno a un pensiero univoco. E a uno scarso uso della contestualità.

Trovo che un esempio opportuno possa provenire da L-World, una serie di qualche anno fa dedicata al mondo dell’omosessualità femminile. In un ciclo di puntate vi era un interessante situazione in cui una coppia di lesbiche adottava una bambina –  e le loro competenze di accudimento non erano messe in discussione per la loro scelta sessuale, ma per la loro disponibilità emotiva verso la figlia. Si mostrava una problematica che gli psicologi che lavorano con l’adozione conoscono molto bene, la riscontrano spessissimo con le coppie etero, quando il bambino adottato sembra essere voluto per compensare una carenza narcisistica, per essere usato come un oggetto che deve sopperire all’io di chi adotta anziché un’alterità da amare e curare. Cito questo esempio della serie, per far capire come, quando si ha a che fare con un bambino molto piccolo le questioni prioritarie siano altre che il sesso e l’orientamento sessuale dei genitori. Le questioni prioritarie sono nell’area della disponibilità emotiva a dare, nel saper capire che tu hai a che fare con un’altra soggettività che va rispettata, nel non utilizzare massivamente il figlio a scopi nevrotici e psichici tuoi indifferenziati. Un buon genitore deve avere queste competenze, per mettere nel mondo un figlio che stia presto solidamente sulle sue zampe e sappia a sua volta amare e darsi ad altro fuori da se. Un buon genitore è cioè, per sintetizzare, un figlio che ha smesso di essere figlio ed è padre, e che è in grado di aiutare un altro figlio a smettere di essere figlio a sua volta essere capace di essere padre. Ben più dell’orientamento sessuale e del formato trinitario della famiglia, conta quindi la maturità individuale, la solidità relazionale, l’elaborazione di certe mancanze. Per esempio la stessa impossibilità ad avere figli che connota la stragrande maggioranza delle coppie adottive, non certamente solo quella omosessuale. Invece il problema di molte coppie genitoriali – è che in più di un comportamento sono genitori biologicamente, ma figli psicologicamente con tutta una serie di danni che ne conseguono.

Io credo che in questa necessità della generosità e maturità psicologica, ci sia una trasversalità storica e geografica, che mi fa pensare a degli universalia, dell’accudimento. Le forme familiari cambiano: ai tempi di Tacito nelle popolazioni germaniche i figli crescevano solo con figure materne fino alla pubertà per incontrare il padre da grandi, in tempi molto più recenti basta spostarsi dalle nostre aree culturali in centro africa, in Australia in Brasile, per trovare bambini accuditi collettivamente da tutto il clan e in alcuni casi senza che essi sappiano chi siano il padre e la madre bilogici, ma sentendosi essi figli del clan. Invece è molto più costante e trasversale il tono della dolcezza, la cura, l’attenzione. Il grande che si sa rappresentare come tale rispetto al piccolo – anziché mettersi sul piano del piccolo per togliergli il pane dalla bocca. Quello che però dobbiamo considerare e che ha a che fare con le nostre eventuali resistenze, nonché con la strutturazione delle discipline che normalmente utilizziamo- in primis la stessa psicologia tradizionale – è che le forme familiari delle culture tendono a trasmettersi per il tramite degli stili di accudimento. Le forme familiari delle culture sono cioè un dato culturale forte e profondissimo comparabile al credo religioso, ai comandamenti morali. Sono cioè strutturanti la personalità di un gruppo e di un singolo.
E’ l’ideologia della pedagogia.

Ecco. Le nostre resistenze nei confronti della genitorialità omosessuale sono collegate a una resistenza ideologica e profondamente vincolante derivata dall’usanza culturale e rinforzata dalla matrice cattolica del paese, del nostro modello di famiglia e di modello di accudimento. Quando penso all’ipotesi di dare mio figlio in adozione a una coppia omosessuale, personalizzo un’ipotesi per cui mi trovo a dover concepire che la mia cultura di appartenenza ammetta al suo interno una variante di sistema familiare che non è la mia, quella con cui sono cresciuta e che forse potrebbe riprodurre se stessa, proprio nelle occasioni in cui è un modello più efficace e magari emotivamente più stabile. Nel momento in cui riconosco che l’omosessualità non è una patologia – essa mi rimane diversa come stile esistenziale, che io associo a valori diverso dal mio. Questa diversità – come accade in altre normalmente riconosciute come tali – religione etnia ma anche classe – diventa ricettacolo di proiezioni e difese. Quanto più le ideologie e le credenze sono radicate – tanto più si vincolano a un sentimento, scappano via dai confini del raziocinio e si avvinghiano a corde di noi molto più sotterranee. Mi viene l’esempio degli ebrei che non possono mangiare maiale per un precetto religioso. Ecco, io ho conosciuto diversi ebrei, figli di contesti ortodossi in cui il precetto religioso è ancora un’ideologia condivisa – che quando pensano al maiale provano un distinto senso di schifo. Alcuni sono capaci di sentirsi male.

Quello che voglio dire, è che comincia a essere necessaria una riflessione approfondita intorno alle connotazioni psicologiche e sentimentali che legano, anche noantri più insospettabili, a una ideologia reazionaria. Nel mio settore professionale, questa riflessione è stata avviata da molto tempo, in maniera più estesa e pervasiva fuori dai confini nazionali, la dove le norme culturali hanno costretto la psicologia a confrontarsi con la propria invecchiabilità, con quel suo curioso statuto ontologico per cui ella sarà sempre, la più progressista delle forze conservatrici. Giacchè ella formula paradigmi attendibili sempre e solo su quello che le è dato di osservare, l’unica cosa che può fare oltre perdere il pelo, ma non il vizio, è cominciare a ricordarsi di tutte le volte che ha usato l’indicativo e il mondo l’ha disconfermata, quando non totalmente almeno parzialmente. Ma il fatto stesso che la teoria psicologica degli ultimi trent’anni cominci a configurare l’omosessualità in maniera diversa dall’inceppo evolutivo con cui veniva codificata ai primordi, deve far capire quanto le cose nel mondo la fuori stiano davvero cambiando.

In che misura io stessa non lo so. Molte cose, in termini di strutturazione del se sulla lunga durata interiorizzazione degli oggetti genitoriali da parte di bambini che hanno avuto genitori omosessuali sono discusse e teorizzate da poco per la scarsità di dati longitudinali. Saggi di qui, ricerche di la, prime certezze che emergono prime cose da confermare. Tuttavia i cambiamenti ci sono, sono intorno a noi, e per reggere questo cambiamento non si possono mica scavalcare le resistenze, si devono elaborare. In mancanza di questa elaborazione non si riesce a fare niente di meglio che farneticare di tolleranza nei salotti, di esprimere ipocriti gesti di solidarietà, di vagheggiare di riforme giuridiche in merito di coppie di fatto con poco entusiasmo, giacchè quello scarso entusiasmo è la principale risorsa di quelle segrete resistenze.

Non so, magari cominciare da un dibattito onesto sarebbe utile. Tipo quello che potremmo fare qui.

gestire la critica, gestire chi critica.

 

Avrò ricominciato questo post sulle critiche almeno una decina di volte. Ogni incipit mi sembrava banale o inadeguato. L’argomento stesso mi sembra in alternativa ricco e interessante oppure di una banalità imbarazzante. Eppure, come dimostra il fatto stesso di aver ricominciato il post tante volte, sono evidentemente sensibile alle critiche, a mia volta contenutamente ma intimamente critica con altri, al punto tale che mi sono costruita tutto un pensiero difensivo e applicativo in merito, per reagire con soavità e interagire in modo che la gente non mi scaraventi al muro.
Certo, provo sempre un sommesso dispiacere per questo fatto inevitabile di non piacere a tutti. Ma le critiche hanno davvero a che fare solo con il non piacere?

Le critiche dunque dicevamo, accorano – certo non tutte. Ho la sensazione per esempio che più ci si fortifichi in una competenza, più si regge meglio la critica ai prodotti di quella competenza, sia che sia fondata che il caso in cui non lo sia. La nostra opinione di noi stessi se ne sta separata e anzi, una critica compiuta con gentilezza e serietà è qualcosa di utile per il domani, che si può tesaurizzare. A essere precisi e forti di spirito, anche una critica compiuta dai vertici della cattiveria e dell’invidia è pur sempre tesaurizzabile, anche quella compiuta con sarcasmo e aggressività può portarsi addosso qualcosa di buono. Una buona critica indica sempre una mancanza, indicare una vulnerabilità e mostrare una possibilità. Una buona critica, anche compiuta da una persona pessima o che stimiamo poco, può anche aiutare a definire tante cose di noi che applichiamo senza sapere perché lo facciamo. E quindi metterci nella prospettiva di dire e dirci – è vero che manca questa cosa, ma ora che ci penso so perché non può essere altrimenti. Ora che ci penso ho dei motivi, che sono anche motivi seri che riguardano la mia etica personale, la mia estetica professionale, o proprio la mia personalità. Grazie (bruttissimo stronzo pezzo di merda, questo meglio se sussurrato), per avermi dato l’occasione di capirlo meglio.

Questa retorica dell’accettazione della critica è d’altra parte estremamente funzionale all’ideologia contemporanea diciamo occidentale, la quale per quanto in una fase di affannoso tramonto o di crisi non si sa quanto passeggera – si è incardinata sulla pace e sulla produttività industriale per cui, si valorizzano tutti i mattoni disponibili che incrementino la buona convivenza e la produttività sociale. L’astio è antieconomico, l’onta da lavare col sangue uno sperpero di energie che signora mia un po’ di cervello, e insomma, i tipi permalosi e soappoperisticamente aggressivi, sono decisamente aut.
Tuttavia, per quanto il diritto di critica sia un pilastro fondamentale della democrazia, e la sua cortese accettazione una regola dell’intelligenza efficace, io credo che questo non implichi necessariamente l’avvio o il mantenimento di una intima relazione con chi ci critica in ogni caso, con tutte le persone che lo fanno, e non penso che sia intelligentissimo intavolare fitte discussioni con chiunque ci vada contestando – in specie se reiteratamente.

Lo scrivo perché forse, più difficile della gestione della critica è spesso la gestione del criticante, a cui magari si è esposti, in contesti di frequentazioni obbligate: parenti che capita di vedere spesso, personaggi satellitari delle cerchie di amici, compagni di corsi di qualsiasi grado e livello, e – naturalmente colleghi di lavoro. Capitano occasioni con persone che critichino non una volta, non due volte, ma frequentemente e reiteratamente, perché quelle persone hanno con chi criticano un problema – anche se può assumere forme diverse. Quando infatti il dissenso è libero da questioni relazionali, si ferma alla prima o alla seconda occasione. Una persona in pace con l’altro infatti assumerà di aver già espresso la sua opinione in merito, potrà forse alludervi brevemente ma lascerà come dire l’altro, libero e responsabile del suo destino. Persino nei casi in cui di mezzo c’è qualcosa di condiviso, un dosaggio medio di buon senso sa, che criticare di nuovo non porterà a risultati e cercherà vie alternative per raggiungere lo scopo. Una persona tranquilla tendenzialmente infatti pensa: tutto sommato chi me lo fa fare di continuare a dire qualcosa di spiacevole?
Nel saper contenere il dissenso c’è l’aiuto della distanza e di un po’ di freddezza.

Quando qualcuno invece ripropone sempre la stessa critica, o critiche diverse alla stessa persona, si constata prima di tutto un’assenza di freddezza e la ricerca di una relazione di vicinanza, anche se maldestramente connotata da un’asimmetria. Io, dice il criticante, so cosa devi fare o non devi fare, correggere o non correggere, cosa va bene e cosa non va bene. Ma sia che lo dica con l’habitus del padre amorevole, che lo faccia invece con la falsa levità del sarcasmo puntuto, non riesce davvero a pensare al vostro interesse, ma sta solo concimando il proprio il quale non è tanto liberarsi da un pensiero molesto, ma ribadire una dipendenza da voi.

A volte questa dipendenza si colora delle sfumature dell’invidia. E chi critica critica perché spera di attaccare altri oggetti vostri che invidia profondamente – le persone sicure di se per esempio, che si dimostrano sfrontatamente soddisfatte sono regolarmente molto attaccate sui più svariati fronti della loro vita, anche se non sono banalmente belle, o ricche o celebri per qualcosa – perché quello che si spera di incrinare è quel grande aroma di soddisfazione. Ma altre volte – forse più frequenti – la critica reiterata è una questione di somiglianza: si aggredisce nell’altro gli aspetti che risultano meno gradevoli di se, e si spera erroneamente in qualche modo di rifarsi una verginità tartassando un gemello di psiche e di personalità.

Infine, non sono pochi i casi in cui, la critica reiterata, noto che capita moltissimo tra donne, sta a significare una sorta di proiezione materna, per cui per esempio la giovane donna a critica sempre la donna meno giovane , anche se la stima notevolmente e davvero sinceramente, proprio lo dichiara in buona fede, per ottenere una sorta di emancipazione da una proiezione materna. (Questa cosa forse accade anche tra uomini, quella faccenda del discepolo e del maestro – ma mi sembra di averla osservata con meno frequenza).

 

In tutti questi casi, il parere espresso anche se porta dentro elementi utili per migliorare – comportamenti, soluzioni, progetti, scritti, discorsi, idee – non può essere usato con l’altro per farci qualcosa di buono. All’altro del tuo buono non frega niente, non parlerà mai nel tuo interesse, non ti percepisce come oggetto separato che sta gestendo in maniera migliorabile qualcosa, quindi non è il caso di discettare con lui sui provvedimenti da prendere. E’ infatti terribilmente frustrante la rigidità di posizione a cui chi critica reiteratamente obbliga il criticato, il quale non sembra poter conoscere redenzione. Ogni tanto si può avere la benefica sospensione dichiarando una resa incondizionata, ma dura poco. E’ questo un buon motivo per cui bisogna scegliere attentamente gli interlocutori con cui avviare discussioni su cose che contano nella vita, sia che riguardino scelte della vita privata, che scelte professionali. I nostri critici devono essere persone che non solo abbiano la nostra stima intellettuale e le competenze sufficienti per gli argomenti di cui desideriamo parlare, ma anche la maturità emotiva e la generosità affettiva per potersi davvero occupare di noi, anche se per un breve momento.

Buoni Umili e nascita dell’ateismo (2013)

Avrete notato quanto le vignette, i comici, i giornalisti e i politici notoriamente pestiferi prendano per il culo buona parte dei pregi e sentimenti di tradizione cattolica o anche comunista. In effetti: com’è brutto essere buoni e solidali quando si parla di te su il giornale! Che disgrazia se uno scagnozzo di Ferrara decidesse di dedicarti un articolo ricordandosi che sei una persona sensibile! Sono caratteristiche queste, che di questi tempi sono considerate decisamente aut. L’antipatia che esse suscitano nei pestiferi di ogni ordine è grado, non è nella loro eventuale esagerazione o peggio ancora inautenticità – queste sono solo difese secondarie applicate dal pestifero per disarmarle, spesso con blando successo. L’antipatia della bontà della solidarietà e della sensibilità, è che non sono necessariamente dissociabili dal carisma, dal potere sugli altri, anzi lo aumentano! Ah ci sono dei buoni che sono capaci di essere ugualmente accattivantissimi, malidetti! Che fastidio… E se a una cena ci sono io, famo conto Giuliano Ferrara e magari c’ anche questo cazzo di buono qui, che ne so Gino Strada, e tutti parlano con Gino e non con me? E si che ci ho l’ego che mi va in parallelo con la trippa, non è ecco – numme se noti.

Ai giornalisti pestiferi non resta perciò che sabotare il fascino dei Giusti o cercando di svelarli come ingiusti, o vendicandosi – che secondo me ci ha molto più successo, dilatandone l’aspetto un po’ palloso, moralista noioso. I buoni fanno le prediche, i buoni hanno paura del senso dell’umorismo, i buoni non sanno ridere, i buoni si vestono male. Nelle vignette i buoni sono pesanti e con gli occhi in giù e miagolano. Noi invece siamo cattivi, trombamo come ricci, ci abbiamo la cirrosi epatica e diciamo tutte cose pessime.
L’alibi morale però se lo tenemo lo stesso: siamo per la verità e il realismo, mica solo stronzi – che mediocrità…..

Ma dell’umiltà non c’è pestifero che parli male. Davanti agli umili tutti i pestiferi sono contenti. Non troverete una riga di Feltri che parli male di qualche umile. E ce credo! L’umiltà è un disturbo antisociale: l’umile non solo non dice cose false di se, non solo non pompa neanche certi dati della sua persona e carriera, ma meglio ancora: non dice affatto. Se interrogato si stressa a parlare delle cose sue, si imbarazza. E questo arreca agli interlocutori due irresistibili vantaggi, il primo è quello di occupare tutto lo spazio circostante compreso quello di pertinenza dell’umile medesimo, il secondo di elogiare l’umile magnificando la sua modestia e i suoi sottovalutati meriti. Operazione questa fantastica, perché il narcisismo del contraltare ne verrà accresciuto – come sono magnanimo a elogiare questo altro essere umano, come sembra proprio che vada contro i miei interessi! – e il narcisone si sentirà ancora più fico di prima, garantito dal fatto che l’umile, essendo umile per via endopsichica, non smetterà all’improvviso di esse umile, cominciando a cagare il cazzo come uno di quei insopportabili buoni carismatici ma con le palle, che magari glielo fa pure notare – perché bono si ma coglione aspetta – che sta facendo il pavone cor piumaggio suo.

Invero perciò, io l’umiltà la capisco clinicamente,  ma non la incoraggio,  e per parte mia non corro manco lontanamente il rischio di essere umile, a meno che non mi si inviti a un convegno di astrofisica, ma anche li dichiarerei la mia incompetenza con spavalderia. L’umiltà infatti non è una virtù della modernità, non combacia davvero con la serie cognizione di causa del proprio limite, che invece è una caratteristica  correlata a una buona considerazione del proprio valore in certi campi, in generale con una quota degna di amor proprio, per cui il titolare si può permettere di dire che ne so “ah l’astrofisica dispara non è il mio campo” con buon umore e senza arrossire. Questo atteggiamento senza rivoluzione copernicana, senza Pietro Pomponazzi, senza rinascimento e nascita dell’ateismo non poteva trovare posto – perché è l’esito di un vivere civile e di un contratto sociale che mette Dio in secondo piano e si gioca tutto tra uomini che cercano di parlarsi tra pari. L’umiltà è invece non a caso una delle meglio cugine delle virtù teologali, roba di medioevo d’assalto, implica sentirsi una merda, una cacca un pocherello, non aiuta a conquistare niente, non ci si ottengono lavori, e manco fidanzati – ben si configurava nel tempo in cui c’era Dio rispetto al quale tutti dovevano credersi nullità. Ora invece torna utile perché tutti si credono Dio e uno che passa per nullità fa sempre comodo.

Let’s dance: la mitobiografia nel social

 

Solo due giorni fa moriva David Bowie, cantante che avevo guardato dalle lontananze siderali della mia adolescenza, nume tutelare dei miei fratelli maggiori e golem di ogni ipotesi di anarchia sessuale quando si era ragazzine. Moriva dopo molti e molti anni che se ne era uscito dalle mie orecchie e dalla mia vita, forse dopo essersene uscito dalle orecchie e la vita di molti e molte. Io devo confessare che me l’ero proprio scordato David Bowie, proprio l’avevo ficcato in un cassetto del passato, addirittura, solo nel pomeriggio di ieri ho capito che un certo amoretto era legato a lui, che quella canzone che non canticchiavo da dieci? Venti anni? Era sua. Mi sono pure sentita in colpa. Oddio scusami David porca miseria, ma che davero.
Poi mi sono pure stupita del senso di colpa verso un cantante, di cui non sono mai stata manco fan – stricto sensu. Non era mai stata roba mia, nell’intimo e quotidiano. Forse per una questione generazionale, una donna che oggi ha 40 anni ha incrociato nei suoi quindici e venti il Bowie anni 80, mentre forse per questioni sociologiche – non troppo complicate, avrebbe dovuto incrociare quello degli anni precedenti.   Alla fine, ciò che ho capito di compiangere, era un’ideale di bellezza e di erotismo, quell’insieme difficile di eterosessualità e ambivalenza. La bellissima foto con il torso nudo e le bretelle di Helmut Newton che   – ricordo – vidi per la prima volta su Moda, nei primi anni novanta. Le foto del suo matrimonio con Iman. L’avanzo di unheimlich terribilmente attraente che ha continuato a portare nella voce e sotto lo smoking. La sua voce a tutt’oggi mi affascina terribilmente per questo qualcosa che precipita nel cantare, e che viene da fuori. Da altrove.
Ma con tutto l’affetto per l’erotismo, era sufficiente per sentirsi in colpa? Per provare una sorta di affetto familiare e intimo per un cantante che non mi ha particolarmente consolata? O addirittura ossessivamente consolata negli anni bui intorno ai venti, quando per altro ero sostanzialmente depressa e malconcia e non se ne accorgeva nessuno – io per prima. Quando, per fare un esempio potevo ascoltare la bellissima quanto tetra Siamese Twins dei Cure, per una ventina di volte di fila. Forse a Robert Smith avrei chiesto scusa per dire.

Un fatto curioso.

 

Tra lunedì mattina e ora che scrivo queste righe, sono però stata in più passaggi sui social, Facebook soprattutto – sono allergica alla sintesi di twitter – . Mi sono imbevuta del lutto di molti altri, e della loro esperienza con Bowie. Tutti scrivevano di Bowie, se non tutti i miei tutti, oppure i miei quasi tutti contatti. E apprendevo: quanti si sono baciati con Bowie! Quanti erano stati tristi con lui! Quanti non ci avevano proprio compicciato niente invece, e uffa. Uno molto simpatico scriveva di aver provato a rimorchiare una ragazzina che ascoltava Bowie nelle cuffie, lei gli aveva detto quanto gli piaceva, lui non lo conosceva e niente, la lieson aveva già abortito il suo danno eventuale. Altri poi avevano comprato l’ultimo disco da poco – la cui uscita io avevo serenamente ignorato – ed erano sotto la malia delle ultime canzoni. A questi era proprio morto lo zio fico.
Altri ancora mi rivelavano passaggi di competenza musicale fantastica, e mettevano in rete piccoli saggi della storia del rock, articoli di giri armonici– li ho letti, davvero grata, perché quello che per me principalmente era un uomo bellissimo, con delle canzoni belle che mi riguardavano blandamente e una sociologia fascinosa sotto il profilo iconografico – ora acquistava uno spessore, una tecnica, prendeva un corpo. Le canzoni ricordate assumevano un funzionamento interno, e lui con loro.
Piano piano la foto in bianco e nero di Helmut Newton, gli occhi diversi , mi era diventata dunque tridimensionale. Ma subito dopo questa tridimensionalità era aumentata, e l’oggetto Bowie si era trasformato in un oggetto poliedrico e gigantesco, fortissimo di almeno altre due dimensioni, di memoria condivisa e di affetti, una cosa schiacciante di cose da sapere e sensazioni, e ancora Bowie si riempiva di tutti i modi di stare al mondo da ragazzi di quelli che stavano sui social, ieri e l’altro ieri, e sentivano bisogno di parlarne.
Cos’abbiamo in fondo di più caro dei ragazzi che siamo stati.

 

Bowie era diventato una sorta di figura mitica con tutti i nostri io del passato. E c’ero io che dicevo, ammazza che bello, non ce ne è uno più bello, e quello che invece con dieci più di me, magari ci si è fatto la prima e la seconda e la terza pera, a dirla tutta e anche molto amara, e quello che come lui la chitarra n’antro no. E l’altro su Ziggy Sturdust e l’astronauta col lampo rosso, e Laura Pausini perché no Laura Pausini, ma veramente il Duca Bianco. E tutti tutti con you tube a manetta, oppure a grufolare tra i cd di casa, i più fortunati il vinile – roba da elite. Ma l’esperienza della rete creava un mostro nuovo contenente le diverse prospettive, e negante alcune basilari verità della psicologia sociale. Per cui ognuno di noi può vedere una parte di un altro, ma mai la sua totalità. E la moglie non è la stessa donna della professoressa, e la stessa della figlia, e della cliente al mercato, e della paziente dall’endocrinologo, e che na l’endocrinologo di come cucina e come è con i figli, e invece ci troviamo davanti questo mito di io simultanei e giganteschi, animato da una carica emotiva che chiama a cascata altre descrizioni, e tu che capiti in rete sei come sollecitato, titillato, sedotto, costretto, e dillo che cazzo ancora non hai detto niente su Bowie? Di qualsiasi cosa anche che ti stava sulle palle!
Una cosa è certa che da un morto era nato un gigante emotivo.

Ecco, a chi mi ero ritrovata a chiedere scusa. Un oggetto che è a metà tra l’oggetto culturale e l’oggetto sentimentale, tra le storie private e le memorie collettive, un fascinoso mostro a me anche sconosciuto, e dal potere seducente tirannico e ricattatorio, che si avvantaggia dell’affetto per il tuo te stesso passato così come ficca l’indice artigliato sui tuoi rapporti con il gruppo, nei tuoi sentimenti di inclusione ed esclusione. Tant’è che non sono stati pochi a reagire con sospetta – quanto inelegante – acrimonia, di fronte alla chiamata alle armi di questa potente mitobiografia – portando a un florilegio di sortite che parevano scappate da un copione di Whalter Matthau nelle sue massime espressioni di spigolume scapolone. Testoni ascoltate Boulez invece! ha detto uno impavido e malmostoso (forse temendo che già Bach, per dire, era troppo nazional popolare). Boulez Diobòno. Mi sono detta, che te dice il cervello?
Ma infatti, mi sa che non è questione di cervello.

 

Non è la prima volta che nella rete esplode questa fiammata di narrazioni collettive, intellettuali come sentimentali, che esplodono e poi si afflosciano, come è naturale che sia. Credo che questi processi, assolvano una molteplicità di funzioni sociali e individuali di carattere conservativo e omeostatico, e lascino in eredità degli oggetti combinati, e una cognizione della storia culturale da cui si proviene che non sono del tutto da disprezzare. Di solito esplodono con la morte di una persona celebre – ma vedo che anche grandi eventi politici – vi ricordate la Grecia, Charlie Hebdo, piuttosto che la stessa Colonia pochi giorni fa – e permettono lo scatenarsi di elementi proiettivi, l’evasione di certe parti di se minoritarie, la celebrazione di alcuni aspetti di se che si sentono perduti. Parallelamente, siccome questo accade in una sorta di processo simultaneo e collettivo permette di accedere ad altre prospettive ad altri sguardi – magari se ne è annichiliti ma quando è passato, si ha la possibilità di avere qualcosa in più di strutturato, complesso, articolato. Si ha in sostanza la possibilità di imparare qualcosa dell’immaginario e del passato degli altri.

 

(E quindi ecco)

China girl

 

Non dovremmo neanche darti del tu per salutarti – ci vergognamo e ci devi perdonare. Eri magico per costituzione, aristocratico per definizione – la nostra sponda del perverso, dell’erotico e del fantastico, un occhio di mare un occhio di muschio.

Un diavolo ariano imperturbabile, niente a che si potesse solo annusare, figurarsi averlo nel letto . Ragazzine dondolavamo i piedi dal muretto, muovevamo la testa con le cuffie nelle orecchie, sognavamo nelle piazze assolate dei paesi, sotto gli occhi dei vecchi e delle madri.

E certamente avevi una gran voce, un virtuosa ossessione nell’usarla come viola, come telaio, come qualcosa di sublime e preciso.
Ma eri bellissimo e qualcosa di altro, e non potevamo accorgerci del tuo scrupolo di artigiano.

Per noi future comari, tu eri la nostra chimera.

(Ciao caro ciao, grazie e buon viaggio)

Koln Concert

Vorrei cominciare da due intramontabili capolavori dell’epistemologia di Lillo e Greg i quali metaforizzano meglio di chiunque, la complicata situazione della donna italiana quando si trova a discutere con un uomo di sinistra, in merito alle discriminazioni di genere o alla violenza di genere – più in generale la donna che si rivolge a delle agenzie di sinistra anche ampie che vadano dal giornalismo più o meno consapevole ai partiti politici che si ostina a votare. Guardateli, fanno ridere. Nel primo sketchl’uomo che non capiva troppo, la donna di sinistra cerca di sapere delle cose, delle informazioni, vuole una presa in carico sul suo problema e ottiene delle risposte che per una serie di dati semantici dovrebbero essere orientative – la prosopopea dell’interlocutore, l’arroganza nel fornire dati, i gesti di chi ha il potere, ma di quello che dice non capisce un cazzo – perché infine, non c’è un cazzo da capire. Nel secondo, il provino, quando magari è in una posizione invece di forza, teoricamente, forza ideologica dovuta a un grave torto subito – che è un po’ la posizione nostra di donne dopo i fatti di Colonia, chiede al suo interlocutore una prova, una parata di posizione, una prestazione politica, e il suo interlocutore però scifta continuamente tra variabile contestuale e variabile sostanziale, la donna ritorna nella sua posizione di frustrazione iniziale, e si ricrea l’atmosfera di una asimmetria. La psicologia è crudele infatti: il potere è sempre di chi non risponde.
Non sarò mai abbastanza grata a Lillo e Greg per avermi cesellato questi due gioellini filosofici – adatti a così tante bisogna in un paese decaduto.

 

Fatti di Colonia.
Con una reazione tardiva e bradipica a circa una settimana dagli eventi, l’opinione pubblica si è smossa, e si è cominciato a parlare di cosa era accaduto. Anche se con molte incertezze, parzialmente dovute a informazioni lacunose e che arrivavano sbocconcellate. A quel che è chiaro a tutt’oggi, pare che sicuramente a Colonia, ma anche in altre città della Germania, come Stoccarda, siano stati compiuti simultaneamente nella notte di capodanno, molti reati a danno solo di donne – ad oggi risultano circa 340 denunce di donne, di cui il 40 per cento con molestia sessuale, a diversi livelli di gravità: due stupri, molti palpeggiamenti, alcune donne che hanno raccontato di essere state rimpallate da un maschio a un altro, altre di essere state spogliate. Ad oggi risultano 32 fermi, su maschi giovani, per buona parte di origine islamica, ma anche di provenienze molto lontane, e ci sono anche due tedeschi e un inglese.
Ora per quanto si debba aspettare per capire meglio cosa è accaduto, pare piuttosto chiaro che degli uomini si sono accordati per aggredire delle donne.

 

Ora, ecco a spanne la mia ricostruzione del dibattito pubblico.

1. Amatissima sulla stampa: attacco alle libertà dell’occidente, attacco premeditato, contro i nostri valori e le nostre convinzioni.
2. Vespa: hanno toccato le nostre donne, le nostre donne non si toccano
3. Toccano le nostre donne, sti negridemmerda rispediamoli a casa.
4. A brutti stronzi che parlate male dei negridimmerda che toccano le donne, ma che non ve lo ricordate di cose je fate voi alle vostre donne? E tuo papà in Sicilia, e il vicino de casa de tu zio a Cinisello Balsamo? Ipocrita. Hai visto che ha detto er barista de Valguarnero Caropepe?
5. Ipocrita perché a te in verità ti frega solo di esse razzista, infatti porti le mutande di Dolce e Gabbana
6. Noi invece siamo genti di sinistra fiche, e quindi dobbiamo capire esattamente cosa è successo e facciamo molte analisi, però dipende molti di noi aspettano di sapere tutto ma popo tutto ajuteme addì tutto.
7. Aspettando il tutto ci teniamo a dire che ci sono molte cose che abbiamo appreso, per esempio sulla marginalità sociale, e sull’identità di genere dei maschi extracomunitari che vengono in Europa, e il senso di frustrazione.
8. Guarda che c’erano pure due tedeschi non generalizzare
9. Generalizzare lo dici a tua sorella.

Come non mai cioè, ad oggi è chiara l’impreparazione manco politica, proprio esistenziale, della media degli Italiani ad approcciare alle problematiche di genere, le quali non riescono a essere isolate e guardate per quello che sono, ma tuttalpiù diventano complementi da inserire su temi considerati sempre più urgenti – come ha notato Flavia Perina: oggi si sta li a discutere delle condizioni di marginalità che presiedono alla violenza, quando c’era la polemica di Dolce e Gabbana per la pubblicità che evocava lo stupro il demone a cui sacrificare le donne era il marketing. Ora, il grosso del dibattito maschile, usa questo episodio nella moneta sonante con cui valutare l’immigrazione per cui sostanzialmente i razzisti se ne appropriano, gli antirazzisti minimizzano: delle donne non je ne frega un cazzo a entrambi – Perché in questo tempo di immobilismo politico asfittico, i disgraziati che arrivano da fuori sono il capro espiatorio identitario per tutti. L’argomento ombrello che garantisce un’identità visibile, versus altre tematiche che ci vedono tutti in crisi nera. E allora, mentre quelli a destra risolvono le cose pensando di organizzare un gigantesco rimpatrio, quelli di sinistra si producono in una copiosa messe di analisi, che per quanto anche condivisibili, e utili per degli interventi preventivi di largo raggio saranno sempre insufficienti, e clamorosamente frustranti. Il problema delle analisi che vengono infatti da sinistra, è che tutte terminano con la scotomizzazione della sanzione, mentre dilaga la retorica della comprensione.

 

Quasi nessuno cioè in questo dibattito, rispettando un segno dei tempi che sta avvelenando altri contesti di vita che con questo argomento non ci entrano niente (per fare un esempio: oggi non si riesce a trovare un genitore capace di punire un bambino perché è maleducato, manco di fargli rinunciare al passeggino a tre anni, in compenso sono tutti esperti di traumi infantili) si sofferma sulla necessità della sanzione pur mettendola come categoria dell’accoglienza e dell’inclusione. Quasi nessuno guarda in faccia l’aggressione di genere, l’aggressione al corpo, la prevaricazione sessuale e pensa che debba essere punita per quella che è. E’ tutto un fare storia, tutto un fare sociologia, tutt’un contestualizzare. Esercizi in cui l sinistra occidentale è forte, e si comporta come quelle vecchie che fanno sempre il pollo arrosto, che come gli viene bene a loro, e non ci provano a cucinare una cosa nuova .

 

Per esempio mi hanno linkato questo bell’articolo, che magari una condivide pure sulle identità maschili extracomunitarie nelle aree di marginalità sociale. Ma la conclusione è una critica al sistema economico, non una presa d’atto della necessità di un superio, il grande scomparso di questo inizio secolo. Non ce ne è uno che scriva esplicitamente. Ci sono stati una serie di gravi illeciti, questi gravi illeciti vanno puniti con delle pene necessarie e vanno sanzionati come è giusto. Perché si crede forse che davvero la prevenzione contestuale sia una panacea. Questa cosa della comprensione a prescindere, è stata la rovina della sinistra italiana, applicata ad altri problemi per esempio nei contesti della sicurezza pubblica, e ora si declina a proposito della violenza di genere. Non si fa un buon servizio a nessuno.

Ora non credo che sia lecito paragonare questo evento, come ha fatto Cazzullo ieri sul Corriere della Sera, ai gravi attentati recenti in Francia. Dobbiamo davvero aspettare le indagini, ma penso che se ci fosse stata un’intenzione scientemente aggressiva verso l’occidente, politicamente organizzata (fantasia che gira credo nella testa di molti) le aggressioni sarebbero state molto più violente, più semanticamente inequivocabili. Piuttosto, ma si vedrà, mi sembra più una cosa dal basso, di uomini giovani, che si mettono d’accordo l’uno con l’altro, un nuovo branco allargato che unisce sessismo prevalentemente ma non esclusivamente di marca islamica, banlieu e social netwark, i quali avrebbero permesso una comunicazione rapida e una serie di appuntamenti veloci, e via succede quel che succede. D’altra parte di logiche di branco anche noi abbiamo le nostre esperienze. Per altro ben più violente. Storie di stupri collettivi ad opera dei nostri minorenni. Anche allora ampiamente contestualizzati e minimizzati. Quindi sanzionare questa vicenda dovrebbe essere un buon passo, per imparare a sanzionare la violenza di genere, senza che questo implichi necessariamente derive razziste: ossia, le leggi sono queste, il gabbio c’è per l’europeo e il non, stacce.

Alcune considerazioni conclusive. Alcune preoccupate e pessimiste, alcune invece speranzose e ottimiste.

Per quel che riguarda le pessimiste: I fatti di Colonia hanno messo il dito su un vulnus dell’Europa, che riguarda la gioventù delle conquiste fatte per le donne, il loro essere recenti, per quanto vi ricordo, in Germania sicuramente molto più forti – come dimostra la reazione confusa e scomposta del dibattito pubblico. Quello che voglio dire è che abbiamo un problema transculturale che riguarda tutti, ma che in alcune aree culturali, vuoi per geografia ma anche per classe, assume gradazioni più intense le quali possono diventare un vessillo identitario. Esiste davvero un’Europa e un’Italia in cui le donne possono fare delle cose, ed esistono delle aree che fanno perno alle società di marca islamica dove le donne queste cose non le possono fare. Questo problema è oggettivo ed esiste, e ne sono consapevoli tutte le persone che si occupano di violenza di genere. In particolare, nelle zone dove c’è meno sessismo e più occupazione femminile questo dato si ripresenta sistematicamente, come se l’aggressione sia una sorta di dispositivo omeostatico. In ambienti più paritari, le parti marginalizzate e reazionarie reagiscono con la prevaricazione.   Ora però questo comportamento, da semplice reazione è diventato un oggetto narrativo, un film condiviso e replicato che ha avuto tanti spettatori. Quello che voglio dire dunque , è che Colonia potrebbe diventare per i giovani immigrati nei margini delle città europee un modello da ripetere. Vissuto come meno rischioso ed estraniante dell’associazione a genti che si fanno saltare in aria, mentre le genti che si fanno saltare in aria potrebbero essere attratte da questo nuovo oggetto contundente.

Per quel che riguarda le ottimiste.
Se per tutto il periodo in cui si è parlato dell’indagine istat sulla violenza intrafamiliare, io mi sono sentita come quello che vuole sapere qualcosa su Edna, e nessuno dice qualcosa di convincente, e per tutto il dibattito su Colonia mi sono sentita come quello che fa il provino all’altro e l’altro continua a parlare del provino come oggetto del provino, non facendomi mai capire se fa il provino o no, forse posso dire – che insieme a questo post ci sono stati moltissimi commenti di donne che si sono inseriti nel dibattito pubblico e spesso anche in maniera mi pare molto incisiva. Ho avuto la sensazione che fossero ascoltate, e che forse il fatto che questa vicenda sembri da imputare più a singoli immigrati, che a indigeni europei possa permettere di cominciare a parlare di violenza di genere più quanto ci si sia mai riusciti quando le colpe erano tutte nostre. E’ un inizio, di cui noi come italiani e italiane abbiamo onestamente più bisogno di altri paesi – sarà cinico, ma è in questo momento la mia priorità.