Let’s dance: la mitobiografia nel social

 

Solo due giorni fa moriva David Bowie, cantante che avevo guardato dalle lontananze siderali della mia adolescenza, nume tutelare dei miei fratelli maggiori e golem di ogni ipotesi di anarchia sessuale quando si era ragazzine. Moriva dopo molti e molti anni che se ne era uscito dalle mie orecchie e dalla mia vita, forse dopo essersene uscito dalle orecchie e la vita di molti e molte. Io devo confessare che me l’ero proprio scordato David Bowie, proprio l’avevo ficcato in un cassetto del passato, addirittura, solo nel pomeriggio di ieri ho capito che un certo amoretto era legato a lui, che quella canzone che non canticchiavo da dieci? Venti anni? Era sua. Mi sono pure sentita in colpa. Oddio scusami David porca miseria, ma che davero.
Poi mi sono pure stupita del senso di colpa verso un cantante, di cui non sono mai stata manco fan – stricto sensu. Non era mai stata roba mia, nell’intimo e quotidiano. Forse per una questione generazionale, una donna che oggi ha 40 anni ha incrociato nei suoi quindici e venti il Bowie anni 80, mentre forse per questioni sociologiche – non troppo complicate, avrebbe dovuto incrociare quello degli anni precedenti.   Alla fine, ciò che ho capito di compiangere, era un’ideale di bellezza e di erotismo, quell’insieme difficile di eterosessualità e ambivalenza. La bellissima foto con il torso nudo e le bretelle di Helmut Newton che   – ricordo – vidi per la prima volta su Moda, nei primi anni novanta. Le foto del suo matrimonio con Iman. L’avanzo di unheimlich terribilmente attraente che ha continuato a portare nella voce e sotto lo smoking. La sua voce a tutt’oggi mi affascina terribilmente per questo qualcosa che precipita nel cantare, e che viene da fuori. Da altrove.
Ma con tutto l’affetto per l’erotismo, era sufficiente per sentirsi in colpa? Per provare una sorta di affetto familiare e intimo per un cantante che non mi ha particolarmente consolata? O addirittura ossessivamente consolata negli anni bui intorno ai venti, quando per altro ero sostanzialmente depressa e malconcia e non se ne accorgeva nessuno – io per prima. Quando, per fare un esempio potevo ascoltare la bellissima quanto tetra Siamese Twins dei Cure, per una ventina di volte di fila. Forse a Robert Smith avrei chiesto scusa per dire.

Un fatto curioso.

 

Tra lunedì mattina e ora che scrivo queste righe, sono però stata in più passaggi sui social, Facebook soprattutto – sono allergica alla sintesi di twitter – . Mi sono imbevuta del lutto di molti altri, e della loro esperienza con Bowie. Tutti scrivevano di Bowie, se non tutti i miei tutti, oppure i miei quasi tutti contatti. E apprendevo: quanti si sono baciati con Bowie! Quanti erano stati tristi con lui! Quanti non ci avevano proprio compicciato niente invece, e uffa. Uno molto simpatico scriveva di aver provato a rimorchiare una ragazzina che ascoltava Bowie nelle cuffie, lei gli aveva detto quanto gli piaceva, lui non lo conosceva e niente, la lieson aveva già abortito il suo danno eventuale. Altri poi avevano comprato l’ultimo disco da poco – la cui uscita io avevo serenamente ignorato – ed erano sotto la malia delle ultime canzoni. A questi era proprio morto lo zio fico.
Altri ancora mi rivelavano passaggi di competenza musicale fantastica, e mettevano in rete piccoli saggi della storia del rock, articoli di giri armonici– li ho letti, davvero grata, perché quello che per me principalmente era un uomo bellissimo, con delle canzoni belle che mi riguardavano blandamente e una sociologia fascinosa sotto il profilo iconografico – ora acquistava uno spessore, una tecnica, prendeva un corpo. Le canzoni ricordate assumevano un funzionamento interno, e lui con loro.
Piano piano la foto in bianco e nero di Helmut Newton, gli occhi diversi , mi era diventata dunque tridimensionale. Ma subito dopo questa tridimensionalità era aumentata, e l’oggetto Bowie si era trasformato in un oggetto poliedrico e gigantesco, fortissimo di almeno altre due dimensioni, di memoria condivisa e di affetti, una cosa schiacciante di cose da sapere e sensazioni, e ancora Bowie si riempiva di tutti i modi di stare al mondo da ragazzi di quelli che stavano sui social, ieri e l’altro ieri, e sentivano bisogno di parlarne.
Cos’abbiamo in fondo di più caro dei ragazzi che siamo stati.

 

Bowie era diventato una sorta di figura mitica con tutti i nostri io del passato. E c’ero io che dicevo, ammazza che bello, non ce ne è uno più bello, e quello che invece con dieci più di me, magari ci si è fatto la prima e la seconda e la terza pera, a dirla tutta e anche molto amara, e quello che come lui la chitarra n’antro no. E l’altro su Ziggy Sturdust e l’astronauta col lampo rosso, e Laura Pausini perché no Laura Pausini, ma veramente il Duca Bianco. E tutti tutti con you tube a manetta, oppure a grufolare tra i cd di casa, i più fortunati il vinile – roba da elite. Ma l’esperienza della rete creava un mostro nuovo contenente le diverse prospettive, e negante alcune basilari verità della psicologia sociale. Per cui ognuno di noi può vedere una parte di un altro, ma mai la sua totalità. E la moglie non è la stessa donna della professoressa, e la stessa della figlia, e della cliente al mercato, e della paziente dall’endocrinologo, e che na l’endocrinologo di come cucina e come è con i figli, e invece ci troviamo davanti questo mito di io simultanei e giganteschi, animato da una carica emotiva che chiama a cascata altre descrizioni, e tu che capiti in rete sei come sollecitato, titillato, sedotto, costretto, e dillo che cazzo ancora non hai detto niente su Bowie? Di qualsiasi cosa anche che ti stava sulle palle!
Una cosa è certa che da un morto era nato un gigante emotivo.

Ecco, a chi mi ero ritrovata a chiedere scusa. Un oggetto che è a metà tra l’oggetto culturale e l’oggetto sentimentale, tra le storie private e le memorie collettive, un fascinoso mostro a me anche sconosciuto, e dal potere seducente tirannico e ricattatorio, che si avvantaggia dell’affetto per il tuo te stesso passato così come ficca l’indice artigliato sui tuoi rapporti con il gruppo, nei tuoi sentimenti di inclusione ed esclusione. Tant’è che non sono stati pochi a reagire con sospetta – quanto inelegante – acrimonia, di fronte alla chiamata alle armi di questa potente mitobiografia – portando a un florilegio di sortite che parevano scappate da un copione di Whalter Matthau nelle sue massime espressioni di spigolume scapolone. Testoni ascoltate Boulez invece! ha detto uno impavido e malmostoso (forse temendo che già Bach, per dire, era troppo nazional popolare). Boulez Diobòno. Mi sono detta, che te dice il cervello?
Ma infatti, mi sa che non è questione di cervello.

 

Non è la prima volta che nella rete esplode questa fiammata di narrazioni collettive, intellettuali come sentimentali, che esplodono e poi si afflosciano, come è naturale che sia. Credo che questi processi, assolvano una molteplicità di funzioni sociali e individuali di carattere conservativo e omeostatico, e lascino in eredità degli oggetti combinati, e una cognizione della storia culturale da cui si proviene che non sono del tutto da disprezzare. Di solito esplodono con la morte di una persona celebre – ma vedo che anche grandi eventi politici – vi ricordate la Grecia, Charlie Hebdo, piuttosto che la stessa Colonia pochi giorni fa – e permettono lo scatenarsi di elementi proiettivi, l’evasione di certe parti di se minoritarie, la celebrazione di alcuni aspetti di se che si sentono perduti. Parallelamente, siccome questo accade in una sorta di processo simultaneo e collettivo permette di accedere ad altre prospettive ad altri sguardi – magari se ne è annichiliti ma quando è passato, si ha la possibilità di avere qualcosa in più di strutturato, complesso, articolato. Si ha in sostanza la possibilità di imparare qualcosa dell’immaginario e del passato degli altri.

 

(E quindi ecco)

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2 pensieri su “Let’s dance: la mitobiografia nel social

  1. Del tutto d’accordo – e, nel mio campo, penso invece a quanti fotografano e rifotografano posti (chiese, opere d’arte, monumenti) che non sarebbero da fotografare, ma solo da vivere e percepire, anche collettivamente, e non solo nella propria bolla egotica.

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