Buoni Umili e nascita dell’ateismo (2013)

Avrete notato quanto le vignette, i comici, i giornalisti e i politici notoriamente pestiferi prendano per il culo buona parte dei pregi e sentimenti di tradizione cattolica o anche comunista. In effetti: com’è brutto essere buoni e solidali quando si parla di te su il giornale! Che disgrazia se uno scagnozzo di Ferrara decidesse di dedicarti un articolo ricordandosi che sei una persona sensibile! Sono caratteristiche queste, che di questi tempi sono considerate decisamente aut. L’antipatia che esse suscitano nei pestiferi di ogni ordine è grado, non è nella loro eventuale esagerazione o peggio ancora inautenticità – queste sono solo difese secondarie applicate dal pestifero per disarmarle, spesso con blando successo. L’antipatia della bontà della solidarietà e della sensibilità, è che non sono necessariamente dissociabili dal carisma, dal potere sugli altri, anzi lo aumentano! Ah ci sono dei buoni che sono capaci di essere ugualmente accattivantissimi, malidetti! Che fastidio… E se a una cena ci sono io, famo conto Giuliano Ferrara e magari c’ anche questo cazzo di buono qui, che ne so Gino Strada, e tutti parlano con Gino e non con me? E si che ci ho l’ego che mi va in parallelo con la trippa, non è ecco – numme se noti.

Ai giornalisti pestiferi non resta perciò che sabotare il fascino dei Giusti o cercando di svelarli come ingiusti, o vendicandosi – che secondo me ci ha molto più successo, dilatandone l’aspetto un po’ palloso, moralista noioso. I buoni fanno le prediche, i buoni hanno paura del senso dell’umorismo, i buoni non sanno ridere, i buoni si vestono male. Nelle vignette i buoni sono pesanti e con gli occhi in giù e miagolano. Noi invece siamo cattivi, trombamo come ricci, ci abbiamo la cirrosi epatica e diciamo tutte cose pessime.
L’alibi morale però se lo tenemo lo stesso: siamo per la verità e il realismo, mica solo stronzi – che mediocrità…..

Ma dell’umiltà non c’è pestifero che parli male. Davanti agli umili tutti i pestiferi sono contenti. Non troverete una riga di Feltri che parli male di qualche umile. E ce credo! L’umiltà è un disturbo antisociale: l’umile non solo non dice cose false di se, non solo non pompa neanche certi dati della sua persona e carriera, ma meglio ancora: non dice affatto. Se interrogato si stressa a parlare delle cose sue, si imbarazza. E questo arreca agli interlocutori due irresistibili vantaggi, il primo è quello di occupare tutto lo spazio circostante compreso quello di pertinenza dell’umile medesimo, il secondo di elogiare l’umile magnificando la sua modestia e i suoi sottovalutati meriti. Operazione questa fantastica, perché il narcisismo del contraltare ne verrà accresciuto – come sono magnanimo a elogiare questo altro essere umano, come sembra proprio che vada contro i miei interessi! – e il narcisone si sentirà ancora più fico di prima, garantito dal fatto che l’umile, essendo umile per via endopsichica, non smetterà all’improvviso di esse umile, cominciando a cagare il cazzo come uno di quei insopportabili buoni carismatici ma con le palle, che magari glielo fa pure notare – perché bono si ma coglione aspetta – che sta facendo il pavone cor piumaggio suo.

Invero perciò, io l’umiltà la capisco clinicamente,  ma non la incoraggio,  e per parte mia non corro manco lontanamente il rischio di essere umile, a meno che non mi si inviti a un convegno di astrofisica, ma anche li dichiarerei la mia incompetenza con spavalderia. L’umiltà infatti non è una virtù della modernità, non combacia davvero con la serie cognizione di causa del proprio limite, che invece è una caratteristica  correlata a una buona considerazione del proprio valore in certi campi, in generale con una quota degna di amor proprio, per cui il titolare si può permettere di dire che ne so “ah l’astrofisica dispara non è il mio campo” con buon umore e senza arrossire. Questo atteggiamento senza rivoluzione copernicana, senza Pietro Pomponazzi, senza rinascimento e nascita dell’ateismo non poteva trovare posto – perché è l’esito di un vivere civile e di un contratto sociale che mette Dio in secondo piano e si gioca tutto tra uomini che cercano di parlarsi tra pari. L’umiltà è invece non a caso una delle meglio cugine delle virtù teologali, roba di medioevo d’assalto, implica sentirsi una merda, una cacca un pocherello, non aiuta a conquistare niente, non ci si ottengono lavori, e manco fidanzati – ben si configurava nel tempo in cui c’era Dio rispetto al quale tutti dovevano credersi nullità. Ora invece torna utile perché tutti si credono Dio e uno che passa per nullità fa sempre comodo.

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2 pensieri su “Buoni Umili e nascita dell’ateismo (2013)

  1. Hai descritto la modestia, virtù più meschina e irritante di un vizio. L’umiltà parte da altezze così siderali che manco le vede carriera o altro. Per l’umile siamo tutti formichine, ma ci vuole bene lo stesso, poverelli noi, anche se ci manca la visione d’insieme che solo l’umiltà può dare. Il modesto si tende, l’umile si piega.

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  2. Non sono d’accordo. L’umile ha una sua dignità, così come il modesto – non ci vedo il senso di colpa, il voler essere a tutti i costi invisibile. A volte si è umili o modesti per carattere, natura o educazione.

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