gestire la critica, gestire chi critica.

 

Avrò ricominciato questo post sulle critiche almeno una decina di volte. Ogni incipit mi sembrava banale o inadeguato. L’argomento stesso mi sembra in alternativa ricco e interessante oppure di una banalità imbarazzante. Eppure, come dimostra il fatto stesso di aver ricominciato il post tante volte, sono evidentemente sensibile alle critiche, a mia volta contenutamente ma intimamente critica con altri, al punto tale che mi sono costruita tutto un pensiero difensivo e applicativo in merito, per reagire con soavità e interagire in modo che la gente non mi scaraventi al muro.
Certo, provo sempre un sommesso dispiacere per questo fatto inevitabile di non piacere a tutti. Ma le critiche hanno davvero a che fare solo con il non piacere?

Le critiche dunque dicevamo, accorano – certo non tutte. Ho la sensazione per esempio che più ci si fortifichi in una competenza, più si regge meglio la critica ai prodotti di quella competenza, sia che sia fondata che il caso in cui non lo sia. La nostra opinione di noi stessi se ne sta separata e anzi, una critica compiuta con gentilezza e serietà è qualcosa di utile per il domani, che si può tesaurizzare. A essere precisi e forti di spirito, anche una critica compiuta dai vertici della cattiveria e dell’invidia è pur sempre tesaurizzabile, anche quella compiuta con sarcasmo e aggressività può portarsi addosso qualcosa di buono. Una buona critica indica sempre una mancanza, indicare una vulnerabilità e mostrare una possibilità. Una buona critica, anche compiuta da una persona pessima o che stimiamo poco, può anche aiutare a definire tante cose di noi che applichiamo senza sapere perché lo facciamo. E quindi metterci nella prospettiva di dire e dirci – è vero che manca questa cosa, ma ora che ci penso so perché non può essere altrimenti. Ora che ci penso ho dei motivi, che sono anche motivi seri che riguardano la mia etica personale, la mia estetica professionale, o proprio la mia personalità. Grazie (bruttissimo stronzo pezzo di merda, questo meglio se sussurrato), per avermi dato l’occasione di capirlo meglio.

Questa retorica dell’accettazione della critica è d’altra parte estremamente funzionale all’ideologia contemporanea diciamo occidentale, la quale per quanto in una fase di affannoso tramonto o di crisi non si sa quanto passeggera – si è incardinata sulla pace e sulla produttività industriale per cui, si valorizzano tutti i mattoni disponibili che incrementino la buona convivenza e la produttività sociale. L’astio è antieconomico, l’onta da lavare col sangue uno sperpero di energie che signora mia un po’ di cervello, e insomma, i tipi permalosi e soappoperisticamente aggressivi, sono decisamente aut.
Tuttavia, per quanto il diritto di critica sia un pilastro fondamentale della democrazia, e la sua cortese accettazione una regola dell’intelligenza efficace, io credo che questo non implichi necessariamente l’avvio o il mantenimento di una intima relazione con chi ci critica in ogni caso, con tutte le persone che lo fanno, e non penso che sia intelligentissimo intavolare fitte discussioni con chiunque ci vada contestando – in specie se reiteratamente.

Lo scrivo perché forse, più difficile della gestione della critica è spesso la gestione del criticante, a cui magari si è esposti, in contesti di frequentazioni obbligate: parenti che capita di vedere spesso, personaggi satellitari delle cerchie di amici, compagni di corsi di qualsiasi grado e livello, e – naturalmente colleghi di lavoro. Capitano occasioni con persone che critichino non una volta, non due volte, ma frequentemente e reiteratamente, perché quelle persone hanno con chi criticano un problema – anche se può assumere forme diverse. Quando infatti il dissenso è libero da questioni relazionali, si ferma alla prima o alla seconda occasione. Una persona in pace con l’altro infatti assumerà di aver già espresso la sua opinione in merito, potrà forse alludervi brevemente ma lascerà come dire l’altro, libero e responsabile del suo destino. Persino nei casi in cui di mezzo c’è qualcosa di condiviso, un dosaggio medio di buon senso sa, che criticare di nuovo non porterà a risultati e cercherà vie alternative per raggiungere lo scopo. Una persona tranquilla tendenzialmente infatti pensa: tutto sommato chi me lo fa fare di continuare a dire qualcosa di spiacevole?
Nel saper contenere il dissenso c’è l’aiuto della distanza e di un po’ di freddezza.

Quando qualcuno invece ripropone sempre la stessa critica, o critiche diverse alla stessa persona, si constata prima di tutto un’assenza di freddezza e la ricerca di una relazione di vicinanza, anche se maldestramente connotata da un’asimmetria. Io, dice il criticante, so cosa devi fare o non devi fare, correggere o non correggere, cosa va bene e cosa non va bene. Ma sia che lo dica con l’habitus del padre amorevole, che lo faccia invece con la falsa levità del sarcasmo puntuto, non riesce davvero a pensare al vostro interesse, ma sta solo concimando il proprio il quale non è tanto liberarsi da un pensiero molesto, ma ribadire una dipendenza da voi.

A volte questa dipendenza si colora delle sfumature dell’invidia. E chi critica critica perché spera di attaccare altri oggetti vostri che invidia profondamente – le persone sicure di se per esempio, che si dimostrano sfrontatamente soddisfatte sono regolarmente molto attaccate sui più svariati fronti della loro vita, anche se non sono banalmente belle, o ricche o celebri per qualcosa – perché quello che si spera di incrinare è quel grande aroma di soddisfazione. Ma altre volte – forse più frequenti – la critica reiterata è una questione di somiglianza: si aggredisce nell’altro gli aspetti che risultano meno gradevoli di se, e si spera erroneamente in qualche modo di rifarsi una verginità tartassando un gemello di psiche e di personalità.

Infine, non sono pochi i casi in cui, la critica reiterata, noto che capita moltissimo tra donne, sta a significare una sorta di proiezione materna, per cui per esempio la giovane donna a critica sempre la donna meno giovane , anche se la stima notevolmente e davvero sinceramente, proprio lo dichiara in buona fede, per ottenere una sorta di emancipazione da una proiezione materna. (Questa cosa forse accade anche tra uomini, quella faccenda del discepolo e del maestro – ma mi sembra di averla osservata con meno frequenza).

 

In tutti questi casi, il parere espresso anche se porta dentro elementi utili per migliorare – comportamenti, soluzioni, progetti, scritti, discorsi, idee – non può essere usato con l’altro per farci qualcosa di buono. All’altro del tuo buono non frega niente, non parlerà mai nel tuo interesse, non ti percepisce come oggetto separato che sta gestendo in maniera migliorabile qualcosa, quindi non è il caso di discettare con lui sui provvedimenti da prendere. E’ infatti terribilmente frustrante la rigidità di posizione a cui chi critica reiteratamente obbliga il criticato, il quale non sembra poter conoscere redenzione. Ogni tanto si può avere la benefica sospensione dichiarando una resa incondizionata, ma dura poco. E’ questo un buon motivo per cui bisogna scegliere attentamente gli interlocutori con cui avviare discussioni su cose che contano nella vita, sia che riguardino scelte della vita privata, che scelte professionali. I nostri critici devono essere persone che non solo abbiano la nostra stima intellettuale e le competenze sufficienti per gli argomenti di cui desideriamo parlare, ma anche la maturità emotiva e la generosità affettiva per potersi davvero occupare di noi, anche se per un breve momento.

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3 pensieri su “gestire la critica, gestire chi critica.

  1. io ho notato che spesso chi critica non mostra di aver ascoltato minimamente le ragioni del criticato. nel senso che il criticato non riesce a capire cosa gli stia dicendo, perché sente categorie e pensieri del tutto estranei alla propria vicenda. in altri termini, chi critica dovrebbe sforzarsi di capire di che si tratta.

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  2. Concordo su quanto scrive eccetto che per la parte in cui afferma che l’aggressività è out e che la nostra vita occidentale si fonda sulla scelta del quieto vivere. Io sperimento l’opposto, cioè l’agressività va di moda, perchè la critica, mi sembra, è anche un modo per dire , ci sono e dunque, spesso, di costruttivo ha poco. Mi riferisco in particolare alle esternazioni sui social network, salvo che s’intenda la vita nei social network come disgiunta da quella reale. Grazie comunque per quanto scrive, la leggo con piacere.

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  3. Perfettamente d’accordo. Anch’io ho riscontrato che, spesso, le critiche ricevute da alcune amiche vanno proprio nella direzione di loro stesse, ovvero: “io farei così e cosà”, consigli non richiesti ma detti per ribadire la loro scelta riguardo aspetti discordanti del loro comportamento o della loro personalità, e distanti da un effettivo rapporto di amicizia (o, almeno, come io la concepisco).
    E allora sì, che in questi casi si riconosce benissimo quando il criticante ti vuole avvertire per migliorarti, oppure soltanto – in modo abbastanza meschino – per affermare la propria visione del mondo.

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