genitorialità omosessuale

Premessa:

In parlamento si sta dibattendo la Legge Cirinnà, la quale – al di la della questione sulla Step Child Adoption – ripropone per l’ennesima volta il matrimonio tra coppie omosessuali, e di li anche la possibilità che queste coppie omosessuali siano anche genitori efficaci.  Questa cosa della genitorialità è davvero l’indice realistico che misura le idee che abbiamo in merito all’omosessualità e io spero ardentemente, che la legge sia varata, perché vorrebbe dire che quella parte già consistente di persone libere non solo da perplessità e pregiudizi ma anche da comprensibili resistenze,  sarebbe riuscita ad avere la maggioranza, e insomma  il fondamento democratico del nostro paese potrebbe  avere una nuova coerenza.

Il che però non vuol dire che si tratti di un passaggio agile e veloce, e forse, quando le persone si dichiarano velocemente aperte di vedute e tolleranti verso tutte le scelte, viene il sospetto che no, non sono tanto convincenti.Quindi, vorrei cominciare questo post proprio rivolgendo la fatidica  domanda : Nell’ipotesi di uno stato di necessità – dareste vostro figlio in adozione a una coppia omosessuale?scegliereste una coppia omosessuale rispetto a una coppia etero?

Vedete, la domanda  è più efficace e sottile della versione comune, in tema di pregiudizi sul mondo omosessuale – accetteresti di avere un figlio omosessuale? Perché a quel tipo di domanda viene più facile dire – anche se poi di fatto non accade – che oh si lo farei senza problemi, osi lo farei ma sarei preoccupato per le discriminazioni sociali, oh si etc. Perché in quei casi i nodi spesso vengono al pettine nella contingenza, ma a parole un po’ il sentimento reale dell’amore genitoriale, un po’ la sua retorica fanno rispondere di corsa, mettendo davanti il se – padre e madre. Cioè a dire: no non lo accetterei ci si percepisce come genitori cattivissimi e insomma il tasso di onestà in quel caso è davvero troppo da chiedere. Questo tipo di ipotesi invece, nella sua irrealtà, crea una specie di spazio vuoto dove mettere in gioco meglio sentimenti e ideologie, proprio perché non è una cosa che concretamente ci troveremmo mai ad affrontare. E’ un’ipotesi che fa parlare.

Io credo che in diverse persone etero e anche ben intenzionate, questa domanda eliciti un sentimento di resistenza. Si è soliti pensare che questa resistenza sia legittimata da una eventuale incompetenza genitoriale da parte delle coppie omosessuali. Questa teoria dell’incompetenza genitoriale è però semplicemente una idiozia, che cresce in Italia rigogliosa, per l’assenza di studi in merito e per l’assenza di occasioni che favoriscano la ricerca: in Italia le coppie omosessuali non possono ancora adottare figli e dunque di fatto non abbiamo tante esperienze concrete per vedere come funzionino i genitori omosessuali – anche se cominciano a girare delle prime pubblicazioni. Chiara Lalli con il suo bel libro sui genitori gay aveva aperto la strada, forse altri stanno arrivando – all’estero però – per esempio Nordeuropea e Nord America – queste occasioni ci sono e questi studi ci sono – e sono attualmente reperibili.

Alcuni di questi studi dimostrano che i bambini che crescono in famiglie omogenitoriali hanno lo stesso spettro di psicopatologie dei genitori che crescono in famiglie eterosessuali, con più o meno gli stessi indici di frequenza. Cioè mostrano che i genitori omosessuali non sono peggiori degli altri né migliori degli altri. E quindi non possono essere considerati da escludere per esempio come coppie adottive. Alcuni studiosi invece, sostengono invece che sotto certi aspetti le coppie omogenitoriali hanno più risorse di molte coppie eterosessuali. Nell’ambito dell’adozione, per esempio, come in quello della fecondazione assistita, la coppia omosessuale procederebbe in modo molto meno problematico – paradossalmente naturale, dal momento che beh, non c’è il doloroso quanto comprensibile intralcio psichico dell’infertilità da dover guardare e sciogliere – né è così frequente come capita nelle richieste di coppie adottive eterosessuali l’adozione come la richiesta di un oggetto che sostituisca una sessualità assente o che ripari un rapporto difettoso. Altri invece, sulla scorta di ricerche longitudinali,  sostengono addirittura che la genitorialità omosessuale sarebbe associata a una minore vulnerabilità dei figli alle psicopatologie gravi di ordine psicotico. Le ipotesi formulate in questa direzione sono diverse: Si ritiene però che spesso, le coppie omosessuali sono composte da persone che per itinerario personale, storia sociale e storia psichica legata anche agli stessi ostacoli posti nella scelta sessuale, siano più portare al pensiero critico, all’apertura, alla codificazione complessa – a un pensiero diciamo aperto anche sotto il profilo dei rapporti e delle relazioni, mentre spesso, al di la della importante componente genetica, comunque preponderante,  legata a certe diagnosi, si constata come le famiglie dove c’è una schizofrenia, tendano a una fortissima chiusura con l’esterno a un pensiero univoco. E a uno scarso uso della contestualità.

Trovo che un esempio opportuno possa provenire da L-World, una serie di qualche anno fa dedicata al mondo dell’omosessualità femminile. In un ciclo di puntate vi era un interessante situazione in cui una coppia di lesbiche adottava una bambina –  e le loro competenze di accudimento non erano messe in discussione per la loro scelta sessuale, ma per la loro disponibilità emotiva verso la figlia. Si mostrava una problematica che gli psicologi che lavorano con l’adozione conoscono molto bene, la riscontrano spessissimo con le coppie etero, quando il bambino adottato sembra essere voluto per compensare una carenza narcisistica, per essere usato come un oggetto che deve sopperire all’io di chi adotta anziché un’alterità da amare e curare. Cito questo esempio della serie, per far capire come, quando si ha a che fare con un bambino molto piccolo le questioni prioritarie siano altre che il sesso e l’orientamento sessuale dei genitori. Le questioni prioritarie sono nell’area della disponibilità emotiva a dare, nel saper capire che tu hai a che fare con un’altra soggettività che va rispettata, nel non utilizzare massivamente il figlio a scopi nevrotici e psichici tuoi indifferenziati. Un buon genitore deve avere queste competenze, per mettere nel mondo un figlio che stia presto solidamente sulle sue zampe e sappia a sua volta amare e darsi ad altro fuori da se. Un buon genitore è cioè, per sintetizzare, un figlio che ha smesso di essere figlio ed è padre, e che è in grado di aiutare un altro figlio a smettere di essere figlio a sua volta essere capace di essere padre. Ben più dell’orientamento sessuale e del formato trinitario della famiglia, conta quindi la maturità individuale, la solidità relazionale, l’elaborazione di certe mancanze. Per esempio la stessa impossibilità ad avere figli che connota la stragrande maggioranza delle coppie adottive, non certamente solo quella omosessuale. Invece il problema di molte coppie genitoriali – è che in più di un comportamento sono genitori biologicamente, ma figli psicologicamente con tutta una serie di danni che ne conseguono.

Io credo che in questa necessità della generosità e maturità psicologica, ci sia una trasversalità storica e geografica, che mi fa pensare a degli universalia, dell’accudimento. Le forme familiari cambiano: ai tempi di Tacito nelle popolazioni germaniche i figli crescevano solo con figure materne fino alla pubertà per incontrare il padre da grandi, in tempi molto più recenti basta spostarsi dalle nostre aree culturali in centro africa, in Australia in Brasile, per trovare bambini accuditi collettivamente da tutto il clan e in alcuni casi senza che essi sappiano chi siano il padre e la madre bilogici, ma sentendosi essi figli del clan. Invece è molto più costante e trasversale il tono della dolcezza, la cura, l’attenzione. Il grande che si sa rappresentare come tale rispetto al piccolo – anziché mettersi sul piano del piccolo per togliergli il pane dalla bocca. Quello che però dobbiamo considerare e che ha a che fare con le nostre eventuali resistenze, nonché con la strutturazione delle discipline che normalmente utilizziamo- in primis la stessa psicologia tradizionale – è che le forme familiari delle culture tendono a trasmettersi per il tramite degli stili di accudimento. Le forme familiari delle culture sono cioè un dato culturale forte e profondissimo comparabile al credo religioso, ai comandamenti morali. Sono cioè strutturanti la personalità di un gruppo e di un singolo.
E’ l’ideologia della pedagogia.

Ecco. Le nostre resistenze nei confronti della genitorialità omosessuale sono collegate a una resistenza ideologica e profondamente vincolante derivata dall’usanza culturale e rinforzata dalla matrice cattolica del paese, del nostro modello di famiglia e di modello di accudimento. Quando penso all’ipotesi di dare mio figlio in adozione a una coppia omosessuale, personalizzo un’ipotesi per cui mi trovo a dover concepire che la mia cultura di appartenenza ammetta al suo interno una variante di sistema familiare che non è la mia, quella con cui sono cresciuta e che forse potrebbe riprodurre se stessa, proprio nelle occasioni in cui è un modello più efficace e magari emotivamente più stabile. Nel momento in cui riconosco che l’omosessualità non è una patologia – essa mi rimane diversa come stile esistenziale, che io associo a valori diverso dal mio. Questa diversità – come accade in altre normalmente riconosciute come tali – religione etnia ma anche classe – diventa ricettacolo di proiezioni e difese. Quanto più le ideologie e le credenze sono radicate – tanto più si vincolano a un sentimento, scappano via dai confini del raziocinio e si avvinghiano a corde di noi molto più sotterranee. Mi viene l’esempio degli ebrei che non possono mangiare maiale per un precetto religioso. Ecco, io ho conosciuto diversi ebrei, figli di contesti ortodossi in cui il precetto religioso è ancora un’ideologia condivisa – che quando pensano al maiale provano un distinto senso di schifo. Alcuni sono capaci di sentirsi male.

Quello che voglio dire, è che comincia a essere necessaria una riflessione approfondita intorno alle connotazioni psicologiche e sentimentali che legano, anche noantri più insospettabili, a una ideologia reazionaria. Nel mio settore professionale, questa riflessione è stata avviata da molto tempo, in maniera più estesa e pervasiva fuori dai confini nazionali, la dove le norme culturali hanno costretto la psicologia a confrontarsi con la propria invecchiabilità, con quel suo curioso statuto ontologico per cui ella sarà sempre, la più progressista delle forze conservatrici. Giacchè ella formula paradigmi attendibili sempre e solo su quello che le è dato di osservare, l’unica cosa che può fare oltre perdere il pelo, ma non il vizio, è cominciare a ricordarsi di tutte le volte che ha usato l’indicativo e il mondo l’ha disconfermata, quando non totalmente almeno parzialmente. Ma il fatto stesso che la teoria psicologica degli ultimi trent’anni cominci a configurare l’omosessualità in maniera diversa dall’inceppo evolutivo con cui veniva codificata ai primordi, deve far capire quanto le cose nel mondo la fuori stiano davvero cambiando.

In che misura io stessa non lo so. Molte cose, in termini di strutturazione del se sulla lunga durata interiorizzazione degli oggetti genitoriali da parte di bambini che hanno avuto genitori omosessuali sono discusse e teorizzate da poco per la scarsità di dati longitudinali. Saggi di qui, ricerche di la, prime certezze che emergono prime cose da confermare. Tuttavia i cambiamenti ci sono, sono intorno a noi, e per reggere questo cambiamento non si possono mica scavalcare le resistenze, si devono elaborare. In mancanza di questa elaborazione non si riesce a fare niente di meglio che farneticare di tolleranza nei salotti, di esprimere ipocriti gesti di solidarietà, di vagheggiare di riforme giuridiche in merito di coppie di fatto con poco entusiasmo, giacchè quello scarso entusiasmo è la principale risorsa di quelle segrete resistenze.

Non so, magari cominciare da un dibattito onesto sarebbe utile. Tipo quello che potremmo fare qui.

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19 pensieri su “genitorialità omosessuale

  1. Bell’articolo Costanza, equilibrato e analitico, grazie. Quello che secondo me tendiamo a dimenticare quando parliamo delle istanze legate all’omoparentalità è che le famiglie omosessuali si muovono all’interno di un mondo eterogeo. Ho assistito in dicembre ad un seminario sul tema tenuto da Salvatore d’Amore (nomen omen…) che è considerato in Belgio lo specialista del settore, in campo sistemico. Ebbene lui faceva notare per quanto riguarda il tema della costruzione del sé, un po come succede per le famiglie monoparentali o anche in quelle normoparentali (che termine orendo!) in cui uno dei genitori (o entrambi) risulti per ragioni diverse, inefficace, che il bambino cerca nel contesto sociale in cui si muove quelle risorse e quelle sicurezze di cui sente di essere deficitario all’interno della sua famiglia nucleare, al di fuori di essa. Sia un educatore, una maestra, il professore di sport o la vicina di casa, il figlio di coppie omoparentali ha comunque opzioni di identificazione (connotate etero-sessualmente, se questo è il dilemma) che possano offrire modelli diversificati. Siccome mi sono da poco interessata al soggetto, non ho dati e ricerche da indicare, ma intuitivamente immagino che la qualità affettiva del “caretaker” sia primordiale rispetto al suo sesso (e al suo orientamento sessuale) tout court, percio’ sono dell’opinione che, come sottolinei anche tu, l’adeguatezza genitoriale dipenda principalmente dalla maturità affettiva dei neogenitori, piuttosto che dalla loro combinazione sessuale. E grazie comunque per il contributo: c’è secondo me ancora tanto da fare per sbarazzarsi dei pregiudizi nei contesti sociali in cui queste nuove forme di famiglia fanno i primi passi.

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  2. Si: in caso di necessità darei mia figlia a coppie equilibrate, a prescindere dal loro essere omo o “normo”.
    Mi sono alzato in piedi e ti ho applaudito, merci (e raddoppio i ringraziamenti per via del fatto che non conoscevo il termine elicitare…).

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  3. Non mi aspettavo di avere una certezza. In caso di necessità darei mio figlio a brave persone che sapessero tirare fuori il meglio da lui, magari anche meglio di quanto non lo sappia fare io. Soprattutto spererei ardentemente che fossero persone che gli vogliono bene e lo proteggono. Sì, dei loro orientamenti sessuali proprio non mi fregherebbe un fico. L’hai posta in modo inedito.

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  4. Rigiro la domanda ipotetica dal generale al personale. Ho tutte le caratteristiche per essere un’ottimo genitore (salute, equilibrio, stabilità). Come donna, se ho un forte desiderio di mettere al mondo un/a bambino/a le opzioni non mi mancano. Posso farlo da sola, posso farlo all’interno di una relazione stabile o meno (con un uomo o con una donna) con i dovuti aggiustamenti e interventi medici in caso si renda necessaria l’inseminazione artificiale. Posso avere dei figli con un/a partner e poi, come capita, crescerli con un altro/a. Posso trovarmi in una relazione con un/a partner che figli suoi ne ha già. Posso desiderare adottare un/a bambin/a a cui manca un’adulto che se ne possa o voglia occupare. A me sembrano scenari e desideri universali (non particolarmente omossessuali). Magari si potrebbe ripartire da qui.

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  5. Mi rendo conto che se dovessi affidare mio figlio (nell’ipotesi per esempio che io sappia di stare per morire o per beccarmi un ergastolo, e che a mio figlio venga meno ogni figura di riferimento attuale, quindi in delle ipotesi spero molto astratte e molto lontane e inoltre con connotazioni molto drammatiche) spererei solo che ad occuparsene fossero persone che lo amano e lo rispettano e che lo crescono in modo da tirare fuori il meglio che c’è in lui. Insomma, davvero non mi porrei il problema del loro orientamento sessuale e – a pari condizioni di cultura e di condizioni economiche – sceglierei la coppia più serena, etero o omo che sia.
    E’ molto efficace per sintesi quello che dici circa l’adeguatezza di un genitore, è la condizione principale per essere davvero un genitore sufficientemente buono, quella da cui discendono le altre.
    I punti di vista cambiano con i tempi, io stessa avevo molte più resistenze, un tempo, anche su questo argomento. Quello che però io avverto come una liberazione (mi sento proprio più leggera senza alcuni pregiudizi, i pregiudizi PESANO non solo sulla società ma pure sulle spalle di chi li ha) da molti può essere avvertito come il pericolo di una deriva. Quante volte sentiamo dire “Se concediamo questo dove si andrà a finire, questo apre la strada a quest’altro” ecc…Beh., come rispondere? Lo chiedo per fare l’avvocato del diavolo ma anche perché comunque ‘sto diavolo un po’ è anche in me. Qualunque cosa accada va bene? Come distinguere ciò che è la fisiologica evoluzione di una civiltà che è assieme natura e cultura da un trend negativo e perverso? Mica poi il dilemma riguarda solo la famiglia o le questioni che riguardano il sesso, il dilemma riguarda tutto. Tutto ciò che è reale ha davvero una sua ratio? Io davvero non lo so, non è una domanda retorica. E poi, il quesito si può risolvere solo a posteriori, osservando i risultati di un certo assetto sulla personalità degli individui coinvolti oppure si possono fissare dei criteri di base, a priori?
    Per quanto riguarda la legge che dovrebbero varare, per me va bene compresa la step child adoption. Per me è sufficiente che la surrogacy rimanga illegale (mia opinione, diversa da quella di altri, amen). Non si può impedire che avvenga in paesi dove è consentita dalla legge ma si potrebbero fissare dei paletti per l’Italia. Impedire la step child adoption perché “apre la strada” agli uteri in affitto è assurdo anche da un punto di vista logico. Se si vuole impedire la surrogacy – cosa che riguarda i gay quanto gli etero – non ha senso prendersela con un’altra pratica solo perché si ritiene che la surrogacy diventerebbe come conseguenza più desiderabile e ricercata. Ci sono peraltro anche questioni che riguardano i diritti di bambini che hanno un solo genitore che si unisce a un nuovo partner, per non parlare dei DOVERI di questo nuovo partner nei confronti di quei bambini. Insomma magari sancirli per legge non è tanto male….

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  6. Eccomi. Ottimista e di sinistra, ma con le mie belle resistenze sulla questione. È ampiamente possibile che i motivi veri giacciano in zone di cui non ho consapevolezza e sulle quali il post mi ha dato un ottimo spunto di riflessione.
    Ma intanto che ci penso, sottopongo i due motivi fondamentali sui quali finora ho saputo incardinare le mie perplessità e che non hanno a che fare con la fiducia che gli omosessuali sappiano offrire un accudimento ai bambini.
    Il primo è di natura contingente e deriva strettamente dalla mia abituale frequentazione di omosessuali, dei quali molti stabilmente (da almeno dieci anni) in coppia. Nell’ipotesi che questo faccia una differenza, preciso che queste coppie sono tutte di uomini.
    Esseappaiono in quanto coppie molto più riuscite di quelle eterosessuali: hanno poche o nulle tensioni, una perfetta gestione della vicinanza e dell’indipendenza, sono più tenere, perseguono una qualità della vita condivisa molto alta. Eccetera.
    Sennonché, ogni volta a me mi vengono in mente le mie zie degli anni Sessanta, la cui vita coniugale apparentemente così invidiabile nascondeva, come ho capito molti anni dopo, abissi di infelicità personale. In due parole, ho spessissimo l’impressione che le coppie omosessuali “inscenino” la relazione, secondo ciò che ci si aspetta come standard della felicità coniugale. È certamente possibile che questo sia un comportamento esclusivamente sociale, ma quello che veramente penso e temo è che lo sforzo iniziale di accettarsi e farsi accettare prima come individui omosessuali e poi come coppia omosessuale comporti poi un attaccamento all’idea stessa della relazione che va a discapito del normale svolgimento della medesima, con il suo carico di difficoltà, le sue delusioni, i suoi rischi, le sue distonie, insomma tutto ciò che differenzia la gestione di una coppia adulta autentica dalle favole. Favole che, a me pare, hanno un ruolo residuale nella coppia eterosessuale, per il banale motivo che l’istituto coniugale è stato sottoposto ad un tale serrato, doloroso e proficuo esercizio di critica da lasciare a pochi incauti l’illusione della coppietta cinguettante, e regalando in compenso a tutti gli altri la capacità di vedere la bellezza intrinseca proprio di quel va e vieni.
    Ora, se questo per il momento è vero, sarebbe bene per un bambino crescere in un ambiente così inautentico?

    Secondo. Vedo intorno a me -proprio nella mia vita personale: il condominio, i negozietti, la banca, i colleghi- sempre più omosessuali. Non so niente di robe psichiche, ma l’impressione che ne ricavo è che, al netto della difficoltà sociale, questo incremento sia anche figlio del non volersi rapportare (perché è fatica, una tremenda fatica) con quella specie di Altro Assoluto che é l’altro sesso.
    E anche qui, se così fosse, sarebbe bene che i bambini crescessero in un ambiente che si rifugia nei rapporti tra affini?
    Intendiamoci, i bambini sono cresciuti in mille modi diversi, ma diciamo che questa volta c’è non una circostanza, ma una volitività e questo rende molto più difficile assumere una posizione, perché ci carica di una enorme responsabilità.

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    • boh, ho capito bene che è come dire: tizia non è capace o non ha voglia di rapportarsi all’altro sesso quindi sceglie la via di minor resistenza e diventa omosessuale? Ma non credo proprio che funzioni così per nessuno.

      Però una fase del genere l’ho vista decenni fa in persone che si, frequentavano parecchi omosessuali – nei miei primi due luoghi di lavoro c’era una predominanza di maschi etero e un’assenza di maschi omo clamorosa – e ne ricavavano ogni sorta di teorie che volevano essere progressiste e dimostravano solo come chi valutava preferiva affrontare un’ idea di categoriap piuttosto che la realtà del singolo individuo. Capita, voglio dire.

      “È una modalità di comunicazione, rifiuti per te il discorso maschio prevaricatore e sessista e allora diventi frocio” e altre teorie del genere, che sembrano ignorare nel modo più assoluto una cosa elementare: a te personalmente chi ti attizza? chi ti suscita un’idea di famiglia? con chi vorresti tirarlo su un figlio? a me sembrano le questioni fondamentali, non ti fai venir voglia di scopare qualcuno del tuo stesso sesso o dell’ altro per una questione di fatica, direi che proprio non sei in condizione di scegliere e che questo sia il nocciolo della questione. Cioè,chi non vuole fare la fatica di rapportarsi all’ altro sesso si prende un gatto o una decina, per non stare da solo.

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    • Rovesciamo di nuovo la prospettiva. Io ad esempio penso che le persone che nutrono radicati pregiudizi verso l’omosessualità definendoli un paio di perplessità dovrebbero farsi un’analisi fatta bene. Se non credono che la mia coppia e il mio modo di fare coppia funzioni bene non mi sento minimamente tenuta a spiegare loro i motivi per cui non sono d’accordo, e tantomeno mi metto a sparare le mie teorie da due soldi sui motivi che io penso stiano attaccati ad affermazioni del genere nel vissuto e nella storia di queste persone. Perché ritengo che le mie generalizzazioni da queste persone verrebbero percepita come un’invasione goffa e gratuita nei fatti, nei trascorsi e nelle vite loro. Il fatto che io non le capisca non mi autorizza.

      Ma il punto è che pur pensando io tutte queste cose (e anche altre) mai mi sognerei di usarle come giustificazione per impedire a queste persone che non la pensano come me… di avere gli stessi diritti civili che ho io (ad esempio di figliare, adottare ecc.). A mio avviso qui si tratta di rettificare un problema vergognoso, non di fare concessioni.

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  7. Mi piace perché poni il tema, come al solito, non in maniera ideologica o manichea ma ponendo al primo posto “il supremo interesse del minore”. Ho esperienza recente, in famiglia, di coppia omogenitoriale, due donne, che non hanno avuto problemi ad andare in Spagna e a farsi un bambino che ora frequenta la terza elementare. Il punto è quello che dici tu: essere una coppia amorevole ed aperta a comprendere e far crescere una nuova soggetto, una persona nuova, bambino. E’ però evidente che, se facessimo un referendum su questo punto, il settanta per cento degli italiani direbbe: mai agli omosessuali. Perché, come dici tu, è difficile dare la mia stessa piena cittadinanza a ciò che è diverso da me. Es. il bambino in questione fa calcio. La squadra vuole l’autorizzazione scritta dei genitori, giustamente. La madre ( biologica) la fornisce. E il padre? chiedono. Bè, non capisco dove sta il problema, dice lei. Non è chiaro? il bambino ha il mio cognome…ergo…Ergo niente, dicono loro, lei ci deve fare una dichiarazione scritta che il padre non c’è. Ecco, questo è quanto.

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  8. articolo molto bello ed equilibrato. rispondo subito: sì certo, non avrei dubbi a lasciare mio figlio ad una coppia omosessuale se fosse necessario. perchè, credo, non ritengo che il loro orientamento sessuale possa incidere in modo negativo sulla crescita psichica e affettiva del bambino. etero o omo o bi o trans non mi importa, conta solo che sia amato, curato, accolto e istruito. premetto che ho amici gay in coppia e conosco coppie omosessuali con figli: vedo e leggo in loro serenità di relazione, cura, attenzione all’altro, notevole disponibilità economica (che pure non guasta nello scegliere di avere e crescere un figlio), alto livello di istruzione, apertura al mondo. inoltre vedo nelle coppie omosessuali con figli un fortissimo desiderio di famiglia, nel senso che questi bimbi sono proprio stati fortissimamente voluti e desiderati ed immaginati, non sono “capitati”. sono coppie che stanno insieme da molti anni e che ci arrivano dopo un lungo e non facile percorso e amano questi bimbi e li curano nel modo più bello possibile. fermo restando che si tratta sempre di famiglie composte da esseri umani: fallibili. ma siamo tutti fallibili. solo che non riesco a capire come si possa aprioristicamente asserire che loro sono più fallibili di due tossici che, solo perchè biologicamente in grado di procreare, fanno figli e li crescono. perchè loro hanno “diritto” ad avere un bimbo e una coppia omosessuale no? non si osi nominare la natura… siamo nel 2016 e la tecnica è su marte: si sostituiscono cuori umani a chi è malato (e nessuno che, al bisogno, rifiuti cuori di omosessuali, mi pare..), si allontana la morte (e nessuno che al bisogno, dica no grazie ai trattamenti oncologici, mi pare..), si operano bimbi malatissimi (e nessuno che al bisogno dica no grazie all’operazione salvavita del figlio, mi pare..), si mettono pelli nuove su persone ustionate (e nessuno che rifiuti la chirurgia estetica al bisogno..). insomma la tecnica solo quando ci tocca eh? solo nei casi in cui noi siamo coinvolti va bene, ci serve e nessuno si sognerebbe mai di non usarla. beh, nel 2016 la tecnica è arrivata anche al punto di far crescere un bimbo nella pancia di una ospite, diversa dalla coppia che poi lo crescerà. pensare di fermare il tutto perchè non naturale è medievale ed idiota. il tutto va regolamentato, certo, ma proibirlo in toto solo perchè non ci tocca personalmente è antidemocratico ed elitario (perchè appunto poi chi ci ha i denari va in america e lo fa lo stesso. sono i poveri a piangere in italia)
    i bambini, per il resto, troveranno da soli, tutte le figure di riferimento per sbrogliare nodi identitari, modelli di identificazione sessuale e di genere che non trovano nella coppia genitoriale. altrimenti come avrebbero fatto a venir sù sessualmente equilibrati, risolti nel genere e affettivamente felici, miriadi di bambini cresciuti senza padre o senza madre dall’inizio dei tempi?

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  9. Rimonella dici cose giuste quando dici che non si deve invocare la natura, ma direi che la ragione è ancora più radicale, ovvero che l’idea che l’uomo si è fatta della natura è sempre stata profondamente culturale. Abbiamo solo e sempre visto nella natura quello che abbiamo voluto vederci, in modi più o meno ideologici, più o meno opportunistici. Altro punto che sollevi e che secondo me è problematico è quello della surrogacy, che Costanza ha già toccato. Qui il problema secondo me non riguarda tanto i bambini o i gay quanto piuttosto i diritti delle donne che si rendono disponibili. Anche qui ovviamente si possono fare tanti distinguo e si può sperare in un mondo giusto dove la donna che lo fa lo fa in modo libero. La sola ombra della costrizione, materiale o di altro genere, è il problema, secondo me. Chi invoca l’innaturalità della cosa secondo me non centra il punto.

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  10. vero, come sempre post non ideologico o conformista e che conclude con un auspicio di dibattito onesto.
    Allora la domanda è:
    “Nell’ipotesi di uno stato di necessità – dareste vostro figlio in adozione a una coppia omosessuale?– scegliereste una coppia omosessuale rispetto a una coppia etero?”
    Mia risposta sincerissima: (per inciso, credo che anche chi fa la domanda parta dal presupposto dell’affidabilità credo, dal fatto di trovarsi comunque di fronte a della “brave persone”, per cui mi chiedo cosa significhi realmente la precisazione riguardante l’affidabilità delle coppie che ho letto in diversi commenti…) se c’è solo la coppia omosessuale disponibile sì, se posso scegliere a parità di affidabilità, scelgo la coppia etero.
    Al momento la mia risposta sincera e dopo aver letto con interesse tutto il post, è questa.

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  11. “nel 2016 la tecnica è arrivata anche al punto di far crescere un bimbo nella pancia di una ospite, diversa dalla coppia che poi lo crescerà. pensare di fermare il tutto perchè non naturale è medievale ed idiota”.
    Ben sapendo che (giustamente) non è permesso dibattito tra di noi, mi permetto di fare un’eccezione e dico che questa frase personalmente mi ha fatto fare un salto sulla sedia: innanzi tutto perchè penso che la fede cieca nella scienza e nella tecnica e l’accettazione incondizionata e soprattutto ritenuta dovuta, scontata, ovvia, di tutto ciò che ci propone, sia anche abbastanza irrazionale, poi perchè le solite etichette di idiozia e oscurantismo (nei confronti ad esempio di chi dice no alla maternità surrogata o gpa o utero in affitto), siano tanto comode e rassicuranti quanto ingiuste.

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  12. Articolo interessante, ma come tanti altri sulla questione dell’omogenitorialità alla fine resto sempre con un dubbio…
    Fermo restando che coppie omosessuali esattamente come coppie etero possano essere buoni o cattivi genitori, e che quindi non deve essere messa in dubbio la capacità genitoriale di una coppia omosessuale ritenuta idonea per l’adozione (esattamente come accade per coppie etero), mi lascia sempre perplesso che si affronti la questione dal punto di vista delle capacità della coppia e dei loro diritti, ma non si affronti mai l’argomento dal punto di vista del bambino, e di come la presenza di due genitori (anche validissimi!) dello stesso sesso possa riflettersi sulla sua crescita e sul suo sviluppo nella formazione della sua identità e in ambito relazionale e sessuale.
    Mettendo un attimo da parte i diritti delle coppie omosessuali (vi prego non fraintendetemi per questa frase!) , mi domando, un bambino non ha diritto a crescere avendo entrambi i sessi come figure genitoriali di riferimento, così da attingere alle ricchezze e peculiarità di entrambi i sessi? Non è forse prioritario il diritto dei bambini rispetto ai desideri/diritti di noi adulti?

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  13. Ben sapendo che (giustamente) non è permesso dibattito tra di noi, mi permetto di risporti @Rita. prego costanza di scusarci.
    la mia non è “fede cieca nella scienza e nella tecnica e accettazione incondizionata e soprattutto ritenuta dovuta, scontata, ovvia, di tutto ciò che ci propone”, perchè altrimenti non vedrei il limite bioetico di un trapianto di cervello, che invece mi pare ovvio. così come moltissimi altri sono i limiti stessi della τέχνη (téchne). ponevo l’accento su un altro punto che io personalmente nel dibattito sulla surrogacy ritengo pregnante e invece poco attenzionato: il fatto per cui poichè la surrogacy tocca marginalmente e in numero limitato la massa (pochissimi infatti quelli che la utilizzano, in italia poi per costrutto culturale cristiano cattolico predominante non ne parliamo proprio) questa diventi pratica rara. mi par quasi che la surrogacy si possa paragonare alle cure per le malattie rare o rarissime di cui nessuno sa e quasi nessuno ha visto fare. quasi che fosse riservata a pochissime, infime (perchè è questo il giudizio morale sotteso alle quali le coppie che ne fanno uso vengono sottoposte) persone. credo invece che punto uno- si dovrebbe serenamente, in italia, slegare l’accoppiamento semantico tra surrogacy e omosessualità (visto che alla surrogacy si può accedere anche se si è eterossessuali in coppia). e punto due – smettere di trattare la surrogacy come se fosse la bestia nera della scienza medica (visto che ci sarebbero bestie mooolto più nere, vedi l’ibernazione..). la verità è che pensiamo, agiamo (politicamente) e ci infervoriamo come se fossimo tutte donne, figlie e madri, con sorelle che hanno avuto figli, e amiche che bene o male hanno avuto figli. tutte fortunate. fortunatissime. tutte capaci di dare la vita. come se la sterilità femminile non ci fosse. come se fossimo tutte immuni dal dolore atroce di cercare disperatamente un figlio e non trovarlo. e se toccasse a nostra figlia o a nostra sorella o a nostra nipote? e se fosse lei, non noi, ma lei, a desiderare ardentemente e più di ogni altra cosa la surrogacy non potendo accedervi? la libertà è possibilità di scelta. scegliere di accedere e usare una possibilità medica, o scegliere di non farlo (pur potendolo fare). come con l’interruzione di gravidanza, con la possibilità di rifiutare cure mediche. ovvio che per essere liberi e saper scegliere bisogna essere in grado di farlo, bisogna essere preparati alla libertà (che è sempre responsabilità). ho detto sin dall’inizio che “il tutto va regolamentato, certo”. e lo ribadisco con forza. chi vi può accedere? in che modo? chi può fungere da mamma ospite? chi no? solo parenti della coppia? o solo estranei alla coppia? è lecito pagare? non è lecito? una donna può avere solo una o anche più di una gravidanza in surrogacy come mamma ospite? deve essere primipara? non deve assolutamente esserlo? e che non si creda che regolamentando queste cose poi comunque altri dilemmi non sorgano. ma è così sempre. anche con i trapianti di cuore che pure si fanno da decenni. insomma, non credo fideisticamente nella scienza come non credo in dio. credo però che, almeno in italia, siamo nel medioevo. specificamente parlando.

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  14. Alla domanda iniziale ho risposto di getto e dopo essermi ascoltata interiormente lo ribadisco con serenità: “alla coppia più serena ed equilibrata e amorevole tra le due”. Non ritengo che l’orientamento sessuale abbia a che fare con queste caratteristche per me fondamentali nel teorico caso proposto, quindi è una variabile che non mi interessa. Poi mi sono divertita a fare l’esperimento della sostituzione, ad esempio immaginandomi l’alternativa “coppia con idee di destra o di sinistra” e lì accorgendomi che l’idea di affidare un figlio mio a genitori adottivi con idee politiche molto diverse dalle mie, quello sì che mi fa saltare sulla sedia! Quindi mi trova molto d’accordo quel che dice Costanza sulla difficoltà a riconoscere dignità a scelte che per noi sono connesse a valori altri rispetto a quelli con cui viviamo e, vuoi per convinzione vuoi per abitudine, ci troviamo bene. Trovo anche difficile in questo caso capire fino a che punto in questa – come in tutte le paure – ci sia della cautela autoprotettiva anche sana, e dove comincia l’irragionevole. Forse è impossibile stabilirlo in teoria?

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  15. Mi complimento per l’articolo e il blog che non conoscevo. Peccato per i molti refusi. ( ma è un problema mio o saltano tutte le lettere “f”?
    Nel merito dell’articolo. Mi affascina l’ipotesi di “universalia dell’accudimento” e anche quello di “statuto ontologico necessariamente conservatore” della Psicologia. Non vedo peró portarli avanti insieme.
    Penso esista uno spettro di variabilità potenzialmente sempre allargabile anche nella definizione delle competenze genitoriali di base. Accudimento e maturità temo siano variabili storiche più che universalia. Propendo quindi più per il secondo concetto, l’idea di un forte relativismo in campo psicologico, laddove non si voglia ridurre la psicologia a analisi post factum, senza alcuna capacità predittiva o sintesi paradigmatica.

    In fine vorrei aggiungere un commento a parte: ma questo modo, anche a livello politico, di formulare il problema dell’adozione anteponendo e contrapponendo i diritti dei minori a quelli dei potenziali genitori è l’unico modo valido per considerare il problema?!
    Dentro questi diritti e tutele dei minori, inviolabili sancta sanctorum, forse si annidano resistenze ideologiche e strategie di potere che alla fine miocciono proprio a chi vorrebbero privilegiare. Il percorso adottivo, in Italia quantomeno, è un cinema, per quello che ne so, senza neanche far riferimento a cisa vorrebbe dire aprire alle coppie omo.
    Forse, alla Foucault, i discorsi sui minori, la nostra ansia di mettere davanti a tutto i loro interessi, è una gorma di controllo e di predominio dal quale divremmo guardarci più attentanente.

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  16. scusate ma mi sembra che l’intento di un confronto onesto e sincero, che doveva seguire alla domanda “a chi affidereste vostro figlio in caso di necessità ….” sia fallito.
    Se infatti il leitmotiv di tutte le risposte è che si sceglierebbe la coppia “più serena ed equilibrata e amorevole tra le due”, grazie graziella mi vien da dire! In questo tipo di risposte non vedo sincerità, perchè è del tutto evidente che la domanda parte da un presupposto di parità, tra le due tipologie di coppie proposte, in termini di affidabilità, amorevolezza, responsabilità, maturità, apertura mentale, intelligenza, disponibilità e chi più ne ha più ne metta. Sarebbe infatti assurdo pensare che la domanda parta dal presupposto di una diversa affidabilità delle due coppie proposte, non avrebbe senso, è chiaro, banale, che si sceglie sempre la “cosa” migliore!
    Ho idea invece che come sempre l’ipocrisia prenda il sopravvento, mi dispiace.
    Allora io dico ancora una volta, con sincerità, che sceglierei la coppia etero, intanto perchè, alla fine, mi sono anche un po’ stufata di tutti questi sputacchiamenti (di maniera, il più delle volte secondo me) sulla famiglia tradizionale/naturale, della rozzezza (insieme alla solita ipocrisia) con cui questi temi vengono trattati in televisione: proprio ieri sera assistevo con assoluto raccapriccio a un quarto d’ora di dibattito su la7 in cui erano ospiti la Miriano e Crocetta, qualche sera fa lo stesso raccapriccio mi prendeva davanti alla Gruber e Scanzi che trattavano questo tema con sufficienza e irrisione.
    Perchè, alla fine, a oggi, un maschio e una femmina occorrono per fare un figlio, in tutte le tecniche possibili naturale o artificiali immaginabili; ad oggi occorrono. E dire questa cosa non significa – automaticamente – l’essere omofobi.
    Tantopiù che, lasciando volentieri stare Chiara Lalli che a me non piace per niente , come si fa – con un minimo di realismo e di contatto con la realtà, col buon senso e la logica e anche senza essere degli psicoterapeuti o simili – a non condividere queste affermazioni:
    “Alcuni di questi studi dimostrano che i bambini che crescono in famiglie omogenitoriali hanno lo stesso spettro di psicopatologie dei genitori che crescono in famiglie eterosessuali, con più o meno gli stessi indici di frequenza. Cioè mostrano che i genitori omosessuali non sono peggiori degli altri né migliori degli altri. E quindi non possono essere considerati da escludere per esempio come coppie adottive”. Mi sembra così banale e scontato, è ovvio che è così, le persone sono ottime o pessime e l’orientamento sessuale non c’entra un fico secco!

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