Col tempo sai

Sincronicità era un concetto che ti piaceva – per quella magia misterica, per quel sogno di disvelamento che promette e forse mantiene. La contemporaneità di due eventi che capitano insieme – casuali e sconnessi, e la possibilità di una trama segreta che invece li leghi.
E ieri – una scatola cinese di sentimenti.
Ti ho pensato una volta.
Due volte.
Tre volte.

Ti ho pensato la prima volta quando sono tornata a casa, ho aperto gli scatoloni che mi aveva dato tua nipote, un piccolo falco pieno di invidie e falsi amori, e c’erano i tuoi libri per me, i Gesammelte Schriften – su cui avevi lavorato per una vita.
E aveva detto tua nipote chiamandomi con altro nome.
 Li do a te perché ti possono essere utili e so che tu eri legata alla famiglia dello zio, e mi è sembrato giusto.
E io ho un altro nome, e io non conosco nessuno della tua famiglia e io parlavo con te della mia vita e di cosa fare dei sogni altrui. E negli scatoloni dovevano esserci tutte le opere di Jung. E invece, ce n’era solo la metà.
Sai ne manca qualcuno è che non so dove li ho messi poi ti chiamo.
Il volume uno.
Il volume sette.
Poi tutti i volumi dall’undici al quindici.
Poi dei buchi.
Poi il venti.
I falsi amori di tua nipote ho pensato – a me sarebbe bastata una foto.
Ma almeno tutta intera.

Ho messo comunque questi volumi spaccati dai loro fratelli nella libreria, un pochino li ho sfogliati. E mi sono un po’ riscaldata, per via dei segni a matita, per via di certi cartoncini sparpagliati tra le pagine. Appuntamenti dimenticati in mezzo alle note di una Einfuhrung. Desiderata attorcigliati a una traumenbedeutung. Ti ho salutato corpo improvvisamente vecchio e abbandonato e per un momento ti ho ritrovato vivo nella graffite di una matita di trent’anni fa.
Ho parlato con quel segno grigio, sotto le parole stampate.

La verità è che eravamo irriducibili l’uno all’altra, intellettualmente ai vertici opposti di una stessa vocazione, ma indicibilmente e vergognosamente lontani. Lo sapevamo entrambi, forse tu più di me, e cercavamo di volerci bene come potevamo- lo sciamano e la bambina. Ma i tuoi occhi psichici arrivavano più in fondo della mia onestà e lo sapevi che nell’intimo sono allergica agli sciamanesimi. Sapevi che ero più figlia di questo tempo che tua. Ti scaldavi solo quando in momenti di distratta stanchezza mi lasciavo essere poetica, e io mi illuminavo di più quando finalmente ti sentivo – razionale come una spada arrivare nel fondo delle cose.
Ma io ero la bestia geometrica e tu l’animale fatato.
E non facevamo che deluderci l’un l’altra.
Pure ci volevamo bene sicuramente. Ci volevamo molto bene e queste cose dolcemente non ce le dicevamo mai. Ci incontravamo e ridevamo insieme e ci accarezzavamo le vite. Mi portavi in posti belli e facevi il vecchio galantuomo con la ragazzina piena di champagne. Rubavi le patatine fritte dal piatto del vicino e mi chiedevi ragguagli sul sesso e sull’anima. Era tutto quello che la nostra intimità mentale poteva permettersi, era tantissimo ed era pochissimo.
Avevo una serie di porte concettuali che non volevi aprire.
Avevi le tue che non mi facevi scoprire.
I volumi mancanti che tua nipote non mi ha dato.

E ieri sera, alla fine sai cosa è successo.
Ieri sera ho sentito questa bella canzone, una incredibile canzone francese, cantata da una incredibile cantante italiana.
E ti ho pensato, per la terza volta.

Sincronicità

 

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