Bosso

 

Dunque San Remo. Un festival con coreografie dimesse, con una conduzione ordinaria, con canzoni al di sotto della media, che rinuncia più del solito a buona parte di intenzioni pedagogiche, e che si contiene quanto può nelle slabbrature della scorrettezza politica. Opaco, noioso, Garko di qua e la comica di la, e questo Conti che ha l’unico merito di una professionalità rodata: entrare in tempo, saper presentare con ritmo, ma che naturalmente come direttore artistico, non poteva fare un festival migliore della televisione che fa quotidianamente. Non c’è paragone con certe edizioni ben più godibili, musicalmente e non – come quelle di Baudo, di Bonolis, per tacer di quella memorabile di Fiorello, gli mancano numeri etici ed estetici.

Tuttavia Conti, ha chiara neanche troppo a spanne, la semantica di fondo del festival, il quale grosso modo è anche il luogo dove possiamo fare i conti con i vertici mediamente raggiunti dall’etica pubblica, di cosa si impara a digerire, di cosa bisogna avviare. Ogni anno abbiamo la fiera del buonismo festivaliero che si condisce al cattivismo festivaliero, Alda Merini versus il veterano di Playboy, la raccolta fondi per i i bimbi, i profughi, le malattie, versus la scenetta satirica razzista, i sermoni patriottici versus i vaneggiamenti apocalittici, una volta Benigni una volta Celentano, e insieme a tutto le terrificanti interviste a certi vip calati da Saturno, Nicole Kidman chiedeva l’ineffabile Conti – chi sono per lei gli Eroi?
E quella a sto giro è persino riuscita a infilare una risposta sensata sugli eroi della ricerca scientifica.

In questo bollettino del sistema digestivo collettivo, l’esibizione di Ezio Bosso, è stata più efficace di una sessione di Roschrach. In piena sintonia con la tradizione culturale sanremesca, si tira fuori dal mare magnum della produzione culturale un musicista che ha fatto delle belle cose, e di facile accesso – come sono per esempio per costituzione buona parte delle colonne sonore – e che ora combatte con la SLA, e quindi con tutta una serie di sintomi di grande potenza semantica. Qualcuno che, senza malattia poteva rappresentare il digeribile esteticamente rispetto alla media delle proposte (che considerando l’ultima edizione pare davero Bach) e con la malattia l’apoteosi della pedagogia popolare. E’ diverso! Combatte! Il poverino lottatore. E così Bosso è arrivato, incespicando e sventagliando la difficile gestione di un corpo che gesticola per conto suo e Conti, che ad avere rispetto per gli altri è intrinsecamente negato, si è espresso in gesti del consueto rozzo patetismo de noantri – la carezza sul viso da in piedi a quello sulla sedia a rotelle, l’essere appoggiato con disinvoltura alla sedia a rotelle medesima – gesto che come mi ha gentilmente spiegato in privato una donna affetta dalla stessa diagnosi fa ribollire il sangue per la mancanza di rispetto. Abbiate pietà e ammirate QUESTO PRODIGIIIO! Gridava la territibile retorica di Conti, che sullo stomaco ci ha un intero visone.

E la pietà terribile – terribile arrivava. Bosso è nato seduttore, ne parlano le musiche che fa, ne parla il gagliardo umorismo sottile – (su twitter spinoza il giorno dopo diceva grosso modo, ma com’è che pure una persona con questo grande problema ha una pettinatura da coglione? E Bosso rispondeva titanico è che cerco di pettinarmi sa solo) ma anche il ciuffo da fu ragazzino sensuale ora quarantenne(im)punito come per esempio si può vedere in queste belle foto di Efreim Raimondi. Tutta questa seduttività fa un attrito formidabile, col corpo, con l’handicap con la terribilmente antiestetica malattia, e l’impudicizia della sfida, la sua non digeribilità quotidiana. Talmente forte l’attrito che più di qualcuno non si è accorto di Conti e si è commosso tout court, e molti di quelli che sono stati umanamente colpiti dalla semantica delle cose, invece, hanno creduto che era colpa di quel selvaggio sentimentale di Conti. Che dunque, come un cattivo esegeta davanti a un bel quadro, semplicemente scompariva.

A rendere Bosso un oggetto culturale e psichico ancora più potente ed efficace, ci sono state le cose che ha detto. La dodicesima stanza, come la stanza oscura che nessuno desidera vedere, e che bisogna imparare a esplorare. La miscela di intellettualismo e levità con cui ne parlava. Beh, un oggetto meraviglioso. E utile perché in questi tempi postmoderni e colorati ci facciamo l’illusione che postmoderna sia pure la morte, e daglie di foulard coi teschietti, e l’horror come catarsi quotidiana, e l’anima de li mortacci tua, ma si crepa e per sempre, ci si ammala ed è brutto, succede ai nostri cari e ai nostri vicini, e se esplorassimo davvero la dodicesima stanza magari tutto sarebbe più fattibile. Magari davvero si riesce a esplorare davvero il godimento.
Di poi ha suonato, una cosa semplice e gradevole e che senza dubbio arrivava dritta al cuore. Se ne andava e lasciava nelle mani psichiche di tutti quest’oggetto spinoso.

Da li al giorno dopo la rete si è divisa, tra commenti estasiati e molto accoglienti e anzi grati, per quell’oggetto in regalo. Commenti di grandi sedotti, e commenti di schifati schiftissimi, che dicevano a che merda, un mediocre, uno che sta li solo per via della sla. E io ho notato che tra questi c’erano diversi musicisti – anche se non di esageratamente noti anche perché magari molto sofisticati –e almeno dalla mia angolazione tutti, invariabilmente maschi. Molti incredibilmente aggressivi. Uno m’ha dato tipo della mentecatta musicale perché insomma ho detto che la prestazione era piacevole e il suo giudizio un tantino estremo. Un altro di solito persona mitissima e gentile me lo paragonava tipo a n sonatore de balere in disarmo. Questa cosa mi ha affascinato. La coorte di elementi emotivi evocati non permetteva a questi uomini di dare un giudizio ponderato.

 

La coorte era in effetti emotivamente minacciosa: tutta quella franca e sfacciata malattia, tanto per cominciare. Faticosa veramente da vedere considerando anche la fenomenologia retorica con cui è stata accompagnata negli ultimi anni : se pensiamo al dibattito per l’eutanasia, fino alle proteste di Stamina, è da lunga pezza che in Italia si martella il pubblico con un’idea di SLA legata alla sofferenza, alla morte, alla progressione del sintomo, al cimento con la fine. E questa idea è parzialmente vera quanto emotivamente forte. E quindi mi viene da pensare che il fatto che se ne faccia un cavallo identitario vincente sembrebbe mettere molti uomini in una sorta di difficoltà emotiva, perché neanche possono dire di voler dimostrare che combattendo la stessa battaglia avrebbero vinto anche loro. Sono costretti quindi di malavoglia a cedere il passo e non possono in questo caso non far altro che svalutarla. Posso anche concedere che il talento musicale di qualcuno di questi detrattori reggerebbe il passo – in buona fede non li conosco abbastanza bene musicalmente per dirlo – ma il punto è che la livorosa ineleganza denota un nervo scoperto.

E c’è anche quell’altra questione tutta erotica, Bosso è quello che a Roma, Dio ce lo conservi,si considererebbe  un piacione da campionato – caratteristica che in fatto di spettacolo aiuta terribilmente. Non rinuncia al ciuffo, non rinuncia a quella teatralità tipica dei grandi narcisi da palcoscenico, l’innesto con le difficoltà della sla rende il testo seduttivo incredibilmente affascinante e in effetti molte donne – e qualche gay – ci sono cadute con zelo. Nell’accettazione di queste e questi, e nella plateale ostilità degli altri ho visto anche i brandelli di una dinamica etologica.

 

In ogni caso secondo me una cosa gran bella e molto interessante. C’è un signore che combatte e dice delle cose che è bene tesaurizzare, con un linguaggio emotivamente accessibile. E’ un peccato non prendersi questa piccola cosa, che non sarà la prima né l’ultima – è il bello dell’umano, solo perché non ci si vuole fermare un attimo a gestirsi.

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4 pensieri su “Bosso

  1. La ringrazio per la (solita, verrebbe da dire, ma sarebbe ingiusto) lucidissima analisi. Da donna (!) musicalmente alfabetizzata a livelli medi giudico così così la prestazione di ieri, sia sul piano dell’esecuzione che su quello dell’oggetto musicale. Livello Allevi, insomma. Detto ciò, la buona fede del soggetto Bosso e la consapevolezza della sua scelta sono indubbie. Quello che dispiace, no, che fa rabbia, è la perdita di un’occasione: l’occasione di tentare una narrazione diversa (bastava pretendere di fare l’intervista in posizione semi-eretta, così come ha suonato, senza l’apparato ahimé simbolicissimo della carrozzina: avremmo evitato anche appoggiamenti vari e carezzine). Invece la tempra del figo Bosso rimane nella migliore delle ipotesi a raccontare solo se stessa, nella peggiore a suscitare facili commozioni. Peccato.

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  2. Belle considerazioni. Forse però andrebbe tenuto presente che il linguaggio minimalista di Bosso non avrebbe ottenuto un consenso unanime dai musicisti neanche se lui fosse stato in perfetta salute. Non certamente per motivi di musica “alta/bassa” o “facile/difficile”, quanto perché c’è chi è ancora fortemente affezionato ad una idea di musica come elaborazione e non come ripetizione e ritiene che il minimalismo -attualmente dominante sul piano culturale- abbia da tempo esaurito la sua utilità eversiva iniziale e, come forse era prevedibile, si sia ridotto a pura maniera.

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  3. Sinceramente, era già tutto previsto. I consensi, i dissensi, le lacrime e i rigurgiti. Conosco le composizioni di Bosso da qualche anno facendo largo uso di musica. Quando l’ho ascoltato, seguendo esclusivamente tracks audio, non sapevo nulla della sua disabilità e, aldilà dei canoni estetici ora dominanti, è stato amore al primo ascolto. Bosso, per intenderci, è stato allievo di Glass, (non esattamente l’ultimo dei c….oni) elaborandone poi la lezione minimal in edizioni assolutamente personali. Credo abbia curato una manciata di soundtracks, tra queste la più conosciuta è per “Io non ho paura” di Salvatores, poi è migrato “following the UK” dove è apprezzato per ciò che fa e non per chi è. Quanto ai musicisti “maschi”detrattori della sua abilità, in verità credo lo abbiano conosciuto solo a Sanremo, tenendo accesa la TV per caso. Certo “Following The Bird” è un brano di facile ascolto e, proprio per questo, immediatamente bello. Senza mediazioni, elucubrazioni o filtri. Ha una struttura semplice, basata su pochissimi accordi e, credo, una variazione. Con questo? Dobbiamo sempre legarci il cuore con rotoli di filo spinato per non fare entrare le cose…questa è la cosa più triste.

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