Dove non si costruiscono sognatori.

 

E’ ancora recente la polemica suscitata dalla scelta di un ristoratore romano di interdire i bambini piccoli dal suo locale. L’argomentazione è che i bambini sono maleducati e siccome ci sono molti altri ristoranti dove la gente può andare con i bambini, lui si può permettere di restringere l’ingresso.

A scanso equivoci, per me il ristoratore romano merita una denuncia. Per quanto mi concerne mi posso adoperare per promuovere un’azione di boicottaggio: non perché non trovi i bambini maleducati, ma per una doppia questione: la prima relativamente meno importante riguarda l’evoluzione dei costumi: vi piaceva quando i bambini erano a casa con le mamme, quando i padri se ne stavano a fare vita sociale  fuori o dentro casa, mentre qualche femmina stava nelle retrovie con i preziosi eredi. Ora però le signore hanno diritto a una vita sociale, i figli sono di tutt’e due e vanno a fare casino per strada. Molte donne o non escono di casa, o si portano i ragazzini, oppure il gentile ristoratore dovrebbe pagare una baby sitter.
Il secondo motivo è di ordine etico e mi chiedo se eventualmente anche giuridico – ed è per me più importante. I ragazzini maleducati sono cittadini titolari di diritto come gli altri. Il cartello sotto il profilo etico e politico ha emuli equivalenti solo in quelli in auge durante il periodo delle leggi razziali. Dire che i bambini non possono entrare è una discriminazione per età comparabile a quelle per razza o religione.

Mi premeva esprimere il mio franco disappunto sulla scelta del ristoratore, perché mi trovo a essere d’accordo con lui sul fatto che oggi, molti bambini sono maleducati. Non sono contenuti. Questo, non tanto nei primi due anni tre anni di vita in cui – semplicemente i bambini difficilmente possono avere anche il corredo neurobiologico per rimanere composti su una sedia ed essere silenziosi, fino a un anno e spicci devono imparare a muoversi e a parlare, dopo devono diventare disinvolti e capire che ci sono le regole, e quindi solo da un certo punto in poi sarà possibile per loro il contenimento motorio, e l’interiorizzazione delle regole. Ma è vero che molti bambini di 4 o 5 o 6 anni non sono affatto contenuti e contenibili. Sembrano non avere delle regole introiettate. E mi chiedo con che cosa abbia a che fare questa cosa.

La mia sensazione è che in Italia, i bambini siano infantilizzati, disincentivati alla crescita perché ci troviamo in una situazione di scacco della funzione genitoriale: fuori da un modello vecchio – non riusciamo ad agguantare un modello nuovo, e ci concentriamo sulla cura del piccolo piuttosto che sulla formazione del grande, portando avanti un sistema di accudimento che tende a confondere infanzia con infantilismo e che si concentra più sul soddisfacimento acritico dei bisogni che sulla strutturazione delle risorse che serviranno ad avere uomini e donne forti, leali verso i propri desideri. Questo pensiero – il bisogno di lealtà al proprio sogno di vita ecco, non è mai incluso nel paesaggio del moderno accudimento. Il moderno accudimento sembra basarsi sempre sul soddisfacimento della richiesta immediata. Quasi in maniera acritica.
Per esempio. Vai nelle scuole materne, e ti vedi bambini che arrivano in passeggino, o in braccio ai genitori – troppo grandi per le braccia e il mal di schiena, e fuori misura per qualsiasi trabiccolo. Stanno stretti nelle spalle con i piedi che potrebbero strusciare per terra. Sono bambini disincentivati a camminare, disincentivati a reggere il passo veloce di adulti che devono andare al lavoro. Non potendo sopportare né di avere pazienza né di dire con piglio, eddaje forzumpò, i genitori risolvono spesso infantilizzando un infante che dovrebbe diventare un bambino. E vabbè rimani piccolo fino alla porta della classe.

 

Le capacità di gestirsi del bambino sono non di rado sottostimate. Rispetto alla nostra infanzia, per tacere su quella dei nostri genitori, aumenta moltissimo l’abitudine routinaria di giocare con i bambini, di intervenire nei loro contrasti, e quando sono a scuola di aiutarli sistematicamente a fare i compiti – al punto tale che maestre prima e professoresse delle medie dopo, chiederanno di defoult a tutti i genitori che i bambini siano seguiti. Come ebbe a dire in una formula particolarmente sintetica lo psichiatra Marco Tarantino: in questo modo di oggi gestire la crescita dei figli c’è poco superio e molto ideale dell’io – ci si mette insieme ai figli a fare con loro le cose che dovrebbero fare loro, in modo da soddisfare una serie di fantasie e aspettative e non si riesce a esprimere una sanzione come si deve. E’ tutto un desiderio sulla prestazione, ma c’è poca capacità di contenere, in modo che i bambini ottimizzino un contenitore interno che li aiuti ad amministrarsi quando sono soli. Questa cosa dicevo è pervasiva e arriva a inquinare anche i contesti di gioco: ricordo ancora qualche tempo fa quando mi trovai a discutere con una madre, di bimbo di 5 anni, che con altre madri amministrava il sacro rito dello scambio delle figurine al posto del figlio. Diceva, perché non sa leggere i numeri! Ma io ho trovato che quella madre, in perfetta buona fede compisse una rapina. La rapina di un apprendistato che è del mondo dei bambini.

Ma anche fuori. Spesso gli insegnanti si aspettano che gli alunni facciano i compiti con l’ausilio dei genitori, ma di contro si trovano a dover fronteggiare i medesimi genitori inferociti ogni volta che il loro pupillo è stato oggetto di una sanzione, di un voto basso, di un rimprovero, di una nota. Se il figlio è stato criticato, due volte su tre il genitore scatta come una molla e corre a difenderlo, attaccando l’insegnante. Non arriva neanche lontanamente la fantasia di un patto generazionale di responsabilità che tramite la prescrizione di ciò che bisogna fare e ciò che non bisogna fare aiuti sti poveri figli a uscire dal guscio. L’ipotesi di parlare con il figlio di un problema con i docenti – per lasciargli l’onere e l’onore di trovare delle strategie per risolvere un problema – di rendimento, di comportamento, di relazione – raramente è presa in considerazione. Con questa amorevole solerzia, li si condanna a un guscio eterno e a una carriera di battaglie neanche tentate, così forte si fa con il tempo la consapevolezza delle unghie mosce.

E così crescono legioni di bambini variamente maleducati, di una maleducazione che non è quella anarchica, riottosa, polemica, libertaria, hegeliana. Ma di una maleducazione parrocchiale, mammista, mammonista, che farà fatica a sfidare cose vecchie per inventarne di nuove. Una maleducazione che depotenzia le istituzioni, non ne avverte l’importanza, e quindi un domani non saprà né abbatterle né rispettarle ma saprà solo prodursi in una sorta di frignare lamentevole, che è un po’ il rumore che si avverte da diverso tempo a questa parte quando si ascolta l’opinione pubblica. Oggi a quindici anni non stanno a tavola  perché non gli hai comprato la qualsiasi, domani sarà interessante vedere se saranno in grado se non di prendere 30 almeno di organizzare uno sciopero o un’occupazione.
Lo scetticismo non è casuale, perché in fondo questo stile pedagogico nasce proprio per eludere l’asprezza del conflitto. Si fanno pochi bambini, troppo pochi, li si fanno senza il minimo contributo pubblico, li si fanno perdendo il lavoro e non ritrovandolo, li si investono dunque di una urgenza relazionale e vitale che li rende potentissimi e ricattatori per cui, vederne gli occhi delusi, arrabbiati, che protestano sembra diventare psicologicamente intollerabile – molto di più di quanto lo era quando di figli in casa ce ne erano almeno quattro. Si collude con tutti i ricatti immediati quanto individuali e quanto collettivi trasformando l’infanzia in un rituale della famiglia nucleare che non ha precedenti storici. Bambini che fanno dei corsi di lingue o di musica o di chi sa che, a 2 anni. Madri che si lamentano che all’asilo le maestre “non seguono il programma ministeriale” (?) feste di compleanno che diventano gare di kermesse di status. Coinvolgimenti in chattate chilometriche sulle tendine della classe. File di macchine alle feste dei pargoli.  Si crescono piccoli che diventano inadeguati per gli adulti, credendo in affetto e buona fede che davvero questa sia la cosa più empatica da fare.

 

Poi alla fine ci si scontra coi ristoratori romani che mettono cartelli – e che sono nemici solo in parte, in realtà sono alleati ideologici di una generazione di adulti che fanno fatica a assumersi l’antipatico ruolo di chi ha un testimone da passare. Ruolo che passa per il contrasto, per la tolleranza a un apprendistato difficile, per la sopportazione di tutto quello che comporta davvero, saper far diventare grande chi grande non è.

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11 pensieri su “Dove non si costruiscono sognatori.

  1. Anche fare figli a partire dai 35 anni, va messo nel conto. Girando e frequentando ambienti con molti stranieri, noto sempre che è facile inconDariatrare coppie di ventenni con due o tre figli, mentre gli italiani, continuano a estendere l’età dell’adolescenza fin oltre i 35. Questa percezione di se, giovanile, impedisce prima di tutto l’autoresponsabilizzazione e in seconda battuta, la capacità di saper trasmettere un qualunque modello educativo che non sia compreso nella tutela infinita dei propri figli.
    Un’immagine per tutte, la coppia di trentacinquenni olandesi con cinque figli dove, come noi da piccoli, i più grandi si occupavano dei più piccoli, vederli camminare in fila indiana era uno spettacolo e non erano gli unici.

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  2. Per quanto mi riguarda, avendo tre figli, la loro presa di responsabilità e autonomia sono praticamente una necessità: se non pedalano tutti e tre non si va da nessuna parte, per dire la mattina o ognuno di loro si dà una mossa e si fa le sue cose o fatalmente si arriva in ritardo a scuola; dopo aver giocato, o ognuno mette un po’ in ordine o l’entropia ci sommerge ecccetera. Certo enne volte al giorno mi dico che se la tal cosa, es. mettere nella cesta i loro vestiti sporchi, la smazzassi io mi farei meno sangue marcio che ripetere loro per l’ennesima volta (urlando, a quel punto) di occuparsene… Ma imparare a far da soli, sentirsi orgogliosi di aver fatto da soli, credo siano cose troppo belle, per cui vale la pena anche sentirsi cagare un po’ il cazzo. E la lealtà al proprio sogno di vita, se ho capito quello che Costanza intende con questa espressione, oltre a essere fondamentale per la mia sopravvivenza, la ritengo anche un valore vitale da trasmettere.

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  3. Non ho figli. Mi sembra giusto partire con questa premessa visto ciò che dirò. Quando io e il mio compagno ci riuniamo con coppie di amici, capita abbastanza spesso, – in campagna d’estate, o a qualche cena assolutamente informale – spero, prego, che non ci siano anche i loro figli, Sono coppie sulla cinquantina con figli pre o adolescenti. Spero sempre che non ci siano perché la loro presenza mi imbarazza. Mi imbarazzo per come trattano i loro genitori – da servitori – e per come guardano tutti noi adulti. No, non con lo sguardo schifato o di commiserazione – da babbioni – come sarebbe ovvio e NORMALE. Ci guardano come se fossimo invisibili, se non per quei brevissimi momenti in cui si aspettano di essere serviti.Ma chi cavolo gli ha messo in testa questa cosa? Episodio: pranzo in campagna per l’epifania. Un gruppo di amici adulti, tre adolescenti.figli di due coppie presenti. A me piacciono i fuochi d’artificio, quelli piccoli però, sono caciarona nell’animo. Mi sono avanzati dei fuochi da capodanno. Li porto al pranzo: magari li accendiamo tutti insieme più tardi. Li appoggio sul davanzale di una finestra. Dopo pranzo gli adolescenti rimangono in casa mentre gli adulti escono a fare una passeggiata. Al ritorno è buio, perfetto per i fuochi che però non si trovano. Salta fuori che sono già stati accesi, li hanno trovati e accesi. Io sono rimasta di sasso. Li avevo portati per accenderli INSIEME, loro li hanno accesi DA SOLI. La madre, presente, non dice una parola. Uno dei ragazzini dice sottovoce . ” te l’avevo detto io che era meglio se li aspettavamo…”. Non posso non dire niente. ” Ok, li avete accesi, Secondo me era più bello se lo facevamo tutti insieme. ” Nel frattempo però avrei voluto strozzare il responsabile. Ma come? Possibile che non sia più valida la regola che non si tocca ciò che non è tuo?
    Bè, la finisco qua. Questo è un tema veramente essenziale ed esiziale per la nostra società Con questi figli qua…dove vogliamo andare? Meno male che ci sono i figli degli immigrati.

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  4. mia figlia era una mosca bianca venticinque anni fa, i miei studenti appaiono esageratamente ammodo ai miei colleghi. io mi muovo così, reputando che il rispetto delle regole di buona creanza abbia una valenza profonda, non solo di forma. e infatti il post lo dice con chiarezza: la buona educazione è il trampolino di lancio per la costruzione di un rapporto sano con l’altro. ho sempre pensato che il principio numero uno fosse “non sei/non siete il centro dell’universo”: da lì discende tutto, dal ricevere il testimone al non scassare l’anima al prossimo, all’essere quantomeno “opportuni” nelle diverse situazioni. il maleducato è sempre inopportuno e molto spesso stupefacentemente opportunista.

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  5. Questi bimbi enormi in passeggino, premetto che vivendo fuori dall’Italia, mi lasciarono basita quando ne vidi una a spasso per Milano, poi le chat delle mamme, usanza questa a quanto pare tutta italiana, e via discorrendo fino a vedere un padre, al mare che sotterrava vive le meduse e che alle mie, deboli, lo ammetto rimostranze rispondeva: e certo la fate facile voi animalisti, ma se punge il piedino del mio bimbo? E se il tuo bimbo lo metti in ammollo piú in lá? Ecco tutti questi episodi mi hanno sempre lasciato un retrogusto amaro come di disagio e la certezza che no, l’Italia non ce la puó fare

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  6. Post e commenti bellissimi.
    Giusta tutta l’indignazione che ne trapela. Mi fa pensare a “Gli sdraiati” ma anche al più profondo Benzoni, a cui Costanza aveva una volta fatto riferimento. Io metto a posto i giocattoli e so che non dovrei. Ringrazio mio marito perché in questo e in tante altre cose è un genitore più fermo di me. Credo che sia giusta e molto lucida l’analisi dei motivi sociali che portano a questo ma aggiungo un fatto banale. Fino a qualche anno fa pensavo che i genitori viziassero i figli per rimediare al senso di colpa dovuto al poco tempo passato insieme. Nonostante – con l’eccezione dei giochi – io riesca ad essere abbastanza assertiva, mi chiedo come sia possibile, delle tre ore che passo coi miei figli ogni giorno, che al 99% sono comunque occupate da cose da fare e anche in fretta, passarne almeno due e mezza parlando con tono marziale. Non è solo la grottesca ricerca di empatia pure intorno allo stare composti a tavola. È lo sforzo di non urlare tutto il tempo, di non minacciare e ricattare tutto il tempo. Eh, già che la partita è già persa, se si arriva a sto punto, ma per un genitore che, come me, in tutta buonafede pensa di non esser stato troppo morbido, forse solo la sociologia rimane una spiegazione plausibile.

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  7. Bellissimo post. Sono madre da poco e spero mi serva da ammonimento – insieme allo stupore di fronte ad amiche mamme annichilite da figli egoisti e apparentemente ingestibili.
    Solo una precisazione per @papullo1952: forse in Italia si fanno figli intorno ai 35 anni anche perché non c’è una sufficiente sicurezza economica (leggi: lavorativa) prima di quell’età.

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  8. Interessante e condivisibile il tuo pensiero, lo vorrei integrare con alcune considerazioni.
    Vero, il ristoratore ha sbagliato, anche dal punto di vista del marketing mettere un divieto sulla porta di ingresso non aiuta gli affari, non scomoderei le leggi razziali e comunque è solo la miaopinione personale.
    Alla fine del tuo articolo indichi il ristoratore come alleato di adulti senzienti, da qui vorrei partire per affrontare la questione da un altro punto di vista, del ristoratore e dei suoi avventori tra cui io, come ci difendiamo da simili comportamenti?

    A me è capitato diverse volte di avere a che fare con bambini maleducati quanto i loro genitori. Quando ero single invitai a casa mia una coppia di conoscenti e dopo 5 minuti che il loro figlio saltava sul mio divano (con le scarpe,) dissi al bambino che non doveva più farlo in maniera non certo brusca ma sicuramente decisa. I suoi genitori i si indignarono dicendo che il bimbo a casa loro saltava sempre sul divano con le scarpe. Feci fatto notare che se loro avessero fatto il loro lavoro io non avrei dovuto tutelare il mio bene e che la cosa li turbava potevano accomodarsi all’uscita.

    A casa mia l’ho potuto fare, fuori, nei locali pubblici sarei uscito io. Qui entra in ballo il concetto di libertà personale e limiti di esercizio della stessa. Per fare un altro esempio le strade della mia città, soprattutto in alcuni quartieri sono lordate quotidianamente da escrementi di cani, arrivare alla fermata della metro è esercizio di raro equilibrismo che richiede la stessa attenzione di Tom Cruise in “Mission impossibile” Esistono delle regole che impongono ai proprietari di raccoglierli. Ebbene provate a rimproverarli se vi accorgete che non lo fanno, sarete tacciati di insensibilità, di non capire che è una povera bestiolina, di non amare gli animali e via dicendo per arrivare a estremi di violenza fisica non infrequenti. Non parliamo poi dell’obbligo di fargli indossare la museruola, completamente disatteso. Perché ho fatto questo esempio? Ci sono molte similitudini tra crescere un bambino e allevare e custodire un animale, per riuscire ci vuole una educazione personale, una rettitudine, un senso del limite, del rispetto che al giorno d’oggi latita.

    Quando ero piccolo, e facevo qualche marachella (nulla in confronto agli insulti che oggi sento rivolgere dai figli ai padri) oppure dimenticavo di salutare quando incontravamo delle persone, bastava uno sguardo che molti di voi ricordano, per farci venire la pelle d’oca, non era necessaria la punizione fisica, in quegli occhi vi era un concentrato di insegnamenti.
    Nel mio piccolo sto crescendo mio figlio allo stesso modo, ci sono molti modi per educare senza ricorrere al ceffone che davano i nostri genitori, anche se li ringrazio per avermelo dato. Si può sottrarre un gioco che a loro piace, impedirgli di vedere un programma televisivo, per i più gradi togliere il telefono, limitare l’accesso al computer, fargli svolgere dei lavori domestici che gli insegneranno che pulire è faticoso e quindi è meglio non sporcare e via dicendo. Tutto ciò richiede impegno, dedizione, fatica, sofferenza, a volte ho dovuto trattenere la commozione guardando la faccia disperata di mio figlio mentre lo rimproveravo, sarebbe stato più semplice far finta di nulla, ma non più giusto.
    Tutto questo si chiama educare e non è cosa che possiamo demandare ad altri ne tanto meno alla scuola, li ci si va per accrescere la propria cultura non per sentirsi dire di non mettere i piedi sul banco.
    Qui si potrebbe aprire il capitolo scuola su cui sorvoliamo per amor di patria, ma il succo del discorso è che crescere i figli significa essere dei genitori, non amici, non loro pari, ma maestri, innanzitutto di vita. Da diverse generazioni ormai questo ruolo viene disatteso e non sono ottimista sul fatto che questa tendenza venga invertita.

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  9. Ho pensato molto dopo aver letto questo post e i commenti e ho capito che bisogna tener conto della sua pars construens. Diamo regole, con calma fermezza, o magari pure incazzandoci, ma l’importante è esser certi, dentro di noi, di star facendo bene e IL bene dei nostri figli (perché è proprio in questa mancanza di certezza che casca l’asino e il puerillo prende il potere in modo abnorme e, poverino, lo esercita non di certo a suo vero vantaggio). In questo modo possiamo sperare di formare degli adulti che sono in grado di rispettare le regole, di cambiare le regole, di contestare o difendere le regole, e non dei frignoni, non degli indifferenti qualunquisti. A volte mi rendo conto che la paura di far male (traumatizzare? non dare abbastanza amore? darne troppo?) mi fa fare solo peggio, pentirmi, tornare sulle mie decisioni, fare casini. Bisogna avere dei fini positivi e questo dobbiamo tener fermo, come educatori. The only thing we have to fear is…

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  10. Grazie per questo bel post e finalmente mi costringo a commentare sul blog. Questa situazione che tu descrivi, e che tocco con mano ogni volta che torno in Italia, è per me molto affascinante, perché in realtà il problema dell’educazione soft (a me da ignorante in materia piace chiamarlo “eccesso di pedagogia”) non è certamente una prerogativa italiana, e anzi posso testimoniare che i genitori italiani in Germania sono in media molto più autoritari dei genitori tedeschi. La convinzione che a misura educativa X corrisponda linearmente disturbo o trauma o vantaggio/svantaggio Y è veramente tanto diffusa, e anche qui capita che i ristoratori facciano notizia chiudendo parte dei loro esercizi ai bambini. Il concetto, giustissimo fino a un certo punto, che i bambini sono competenti e fanno le cose quando sono pronti, viene spesso applicato senza una valutazione a monte del genitore (non è pronto o in questo particolare frangente gli piace la vita comoda??). Ed è vero che questa situazione è più probabile col primo figlio, non soltanto perché è indubbiamente più “prezioso”, ma anche perché semplicemente il genitore è meno esperto.

    Altro problema (che secondo me è già iniziato con la generazione dei nostri genitori), è che i figli vengono spesso visti come un’esperienza che IO mi regalo. E quindi: posso IO permettermi di perdere l’opportunità di fare “avviamento all’acquaticità” col mio bebè? E quando mi ricapita? E giù appuntamenti. Poi arriva il secondo figlio, ecchè con lui non faccio quello che ho fatto col primo?? E giù appuntamenti. Sempre per la convinzione diffusa che a misura educativa X corrisponda linearmente vantaggio/svantaggio Y. Non crediate che all’estero i genitori siano immuni da questa follia. La maggior parte dei bambini in famiglie con disponibilità economica al di sopra della povertà, al più tardi verso i due-tre anni cominciano a fare qualche corso. Anche famiglie con tre figli, con i genitori che lavorano, a un certo punto realizzano con angoscia che anche il piccolo ha compiuto due anni e deve essere avviato a una qualche attività. Difficoltà aggiuntiva: come tu dici, sono sempre di più le famiglie con un figlio solo. Quelle famiglie, di fatto (involontariamente, è chiaro), stabiliscono lo standard di sforzo genitoriale per tutti, per cui sempre di più le famiglie con più figli arrancano per garantire al figlio in età scolastica le stesse “esperienze” dei compagni di scuola, senza avere il cuore di dire: abbello, Antonio è figlio unico, voi siete in tre, non gliela facciamo.

    Fin qui la problematica è comune anche fuori dall’Italia. Il problema aggiuntivo in Italia secondo me, è che non sono solo i genitori, è proprio il messaggio istituzionale tutto a dire: trattate i bambini come dei ritardati. Sennò si sciupano. (Troppo scandaloso che la traduzione italiana di una bellissima collana tedesca di saggi per bambini sia consigliata dai 4 anni in su, mentre la versione originale è consigliata dai 2 anni!) Il tutto innestato su un sustrato, questo sì particolarmente diffuso in Italia, di inesistenza di pensiero scientifico. Con la ciliegina sulla torta della dipendenza di fatto, per mancanza di politiche familiari, dalla famiglia d’origine, per cui di solito non puoi vivere la tua genitorialità in santa pace, facendo errori e rendendoti conto che, ok hai scazzato ma alla fine il megatrauma non è sopravvenuto. No, sei sempre sotto il controllo, per quanto benevolo (?), della mamma, della suocera, della cognata, le cui fonti di informazione statisticamente sono la TV e i forum di mamme. Ecco, sì, anche in Germania ci sono i nonni, ma la famiglia di solito non è così appiccicata, e soprattutto la critica continua non è la norma come da noi.

    Finisco il papiro con un’ultima considerazione sulla scarsità di figli. Correggimi se sbaglio, ma penso che, anche se c’è una certa correlazione tra numero di figli e “relax” nello stile genitoriale, non sono sicura che ci sia più una relazione di causa e effetto. Oggi è più probabile che una faccia tre figli perché già di suo non ha standard genitoriali che rasentano la perfezione, e non il viceversa, credo.

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