Genti cardose

Antefatto.
Un bimbetto di otto anni conia in uno scritto per la scuola il termine petaloso, atto a indicare la caratteristica di un fiore pieno di petali, e forse chi sa in un futuro, si potrebbe immaginare la caratteristica di un oggetto pieno di roba che sembrano petali con tutte le caratteristiche del caso, tipo una gonna petalosa, e anche una signora petalosa chi sa. La maestra ad ogni modo, invia missiva alla Accademia della Crusca dove fa presente la vicenda del bimbo, e l’Accademia della Crusca risponde dicendo, con linguaggio chiaro e atto a un bimbo di otto anni, che inventare le parole è una cosa ganza anzichenò, e che però non è che basta inventarsi sbiricudantani con la supercazzola perchè diventi lessico, bisogna che lo si dica proprio in tanti.
E’ una bella trovata didattica: mette insieme nuovissime generazioni e vecchie icone culturali, facendo in modo che i nuovissimi tocchino gli antichissimi e mettano radici, e che gli antichissimi perdano un po’ di antichissima polvere. Si spiega in modo chiaro la dinamica della lingua italiana e non, e tutto nel complesso fa anche un po’ di tenerezza.
Le parole dei piccoli, parole piccole che indicano cose piccole, in mezzo alle parole dei grandi.
La maestra, che è una maestra vanesia come vanesi siamo un po’ tutti, e forse con quella marcia in più che ha la vanità in certe aree della geografia e della professione  vissute come periferiche, posta su Facebook le foto di tutta la questione.
Petaloso rulez!

Subito petalosissime reazioni.
Ossia reazioni direi, di una dolcezza femminile, materna, ostentata, decorativa e anche intenerita, reazioni che io nell’intimo ho condiviso. Il bimbo che scrive ai babbioni parrucconi e i parrucconi che rispondono, il Sapere che tocca l’abbecedario… un nonno, diamine datemi subito un nonno e siamo apposto!  O che bellino o che carino o che puccino, o che brava maestra che spiega ai piccini queste cose importanti su come si formano le parole!
Dopo le prime reazioni petalose sono arrivate però le reazioni che uno dice, critiche? tiepide? Io non direi, io le chiamerei reazioni orticose ?ma cazzo questo già l’hanno inventato! Allora cardose.
Ci avete presente il cardo che ci ha tutti spunzoni uno lo coglie pe fa le cose fiche e invece?

Nell’ordine.
1. se la mia maestra mi beccava a scrivere petaloso cinghiate
2. bambino che scrive cose insulse tutti a occuparvi di lui, maremma tegama come tutti per lui che ha fatto di così fico ha scritto petaloso mica  la critica della ragion pura eh.
3. maestra vanitosa pavonaccia schifosa
4. cruschi, ma non avete proprio niente di meglio da fare che rovinare la nostra magnifica lingua e passare i termini che non ci sono (ma non hai letto un cazzo mica l’ha passato. Ah si però lo stesso)
5.  Internettiani insulsi pavonacci schifosi che vi occupate e vi sdilinquite per questo petaloso der cà poi ve passa sotto Proust (io) e non lo cagate
6. petaloso assoreta
7. pppprrrrrr

Genti internettiane cioè che su Facebook, su twitter, a casa e non, da una prima modesta battuta, dovendo fronteggiare il fenomeno iniziale del semplice dilagare di una tenerezza facile quanto effimera, che meritava il tempo di un giusto sorriso e non di più, si spreme le meningi per uno –  due –  tre –  cinque commenti anche di notevole articolazione e spessore che nella scelta del lessico, di aggettivi, di ordine lessicale e retoriche complessive, dimostra un investimento emotivo su un episodio di folclore e pedagogia che lascia basiti. Come se una mandria di mogli tradite leggesse sulla pagina di facebook la storia di un traditore che viene dipinto come un eroe.
Bambino: devi essere piccolo, invisibile, impotente, marginale, inutile.
Maestra: devi stare al tuo posto, a parlare con le mamme e le bidelle, nella periferia dei lavori un po’ così delle donne di questo paese sessista.
Cosa vi volete proprio mettere a fare voi vorremmo sapere, inventar parole, diventar famosi, essere coccolati e citati, scomodare la Crusca
E Crusca: uffa, ma che davero ci hai un potere te, una dignità, una voce in capitolo ma che cazzo ci frega a noi.

Nel teatrale sarcasmo con cui è stata accolta una vicenda piccola, gentile quanto banale, una piccola storia di pedagogia, c’è il sapore di una disperata impotenza condivisa, il revanchismo da tavolino di chi non sa tenere tanto un piacere per se, goderselo, sfidarselo, di chi non solo non ha bambini interni sufficientemente protetti, ma manco l’ardire di una maestra vanesia, che avrà pure il difetto di essere pavona, ma per essere pavoni bisogna pure avere una bella coda, per quanto piccola.
E saperlo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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4 pensieri su “Genti cardose

  1. Bello il lavoro dell’insegnante. Bella l’opportunità di lasciare un piccolo segno in una mente in formazione. Bella l’opportunità colta da questa maestra d spiegare che la lingua è cosa viva, sì, ma non anarchica, come pure che la Cultura è un continuum, dalle prime regole grammaticali fino alle iperboree vette della cultura e del ragionamento elevati, che senza quelle prime lezioni alle elementari non sarebbero state comunque possibili. E così triste, così misero il fatto che di questo piccolo episodio, significativo solo perchè ormai in così pochi ancora mettono un guizzo di anima in quella cosa importantissima che è l’insegnamento, riescano a trovare ragioni di critica.

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  2. Perfettamente d’accordo, queste “genti internettiane,” si indignano per la parola di un bimbo e poi diffondono quotidianamente banalità o peggio parole e locuzioni importanti, che rendono banali perché non sostenute da un proprio ragionamento che li ha portati a a veicolarle, ma solamente dal fatto che è “il must del giorno” (scusa l’inglese ma ci stava)
    E’solo un’altra scusa per parlare quando sarebbe stato meglio tacere

    un sorriso

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