Cocotte

 

Lei sta seduta al tavolo sospesa, in quei momenti di requie da se stessi, dalla propria casa, dal proprio corpo, dalla propria vita non riuscita. E’ distratta, svagata. Ha fame.Una donna giovane, che sulle prime, per via dei capelli lunghi e mossi, e il trucco pronunciato e il gilè che esalta come può un seno altrimenti modesto, ecco lei parrebbe una mignotta. La minigonna ecco, e i tacchi altissimi, e la borsetta.
Proprio non le mancherebbe niente. E invece.

(la borsetta piccola ha pure uno specchietto sull’apertura e le consente gesti di studiata civetteria, la borsetta delle signorine attraenti secondo sua madre e sua nonna e i ricchi di certe telenovelas sulle reti regionali – : mettere il rossetto guardandosi nello specchietto, ostentare le unghie mentre si cercano i soldi, pochi, e sparsi perché il portafoglio non ci entra, poi non si chiude.
Una collega una volta, una dell’area contabilità le ha detto senti, secondo me non è adatta all’ufficio questa tua borsa, e pure questa gonna senti, non so come dirti, magari forse vestita così potresti andare a ballare? Ma lei non le ha dato retta)

Davanti alla cassa del bar c’è una lunga fila, ma l’uomo è quasi arrivato e può pagare il panino farcito e la coca cola, e i due caffè. Ogni tanto si gira e la controlla. E’ un signore di una certa età, uno che di mestiere potrebbe essere archivista comunale o vecchio sarto ma pure per esempio orologiaio, ma è un impiegato dell’agenzia di vecchia data, persona con una sua saggezza e un suo buon senso, se non proprio da tutti amato certo da tutti rispettato. Forse da qualcuno irriso e scavalcato –è uno che ha pagato per la sua prudenza con l’etichetta della vigliaccheria. Ha una moglie vecchia come lui che sposò per una cosa che pensava fosse amore, e forse lo era forse no, ma non hanno avuto figli.
Magari è per questo che.

Prende il panino al bancone con lo scontrino – c’è scritto sul cartello: presentare lo scontrino – e la coca cola e glieli mette davanti, tieni mangia le dice. Gentile, come fa non proprio un padre con una bambina, e neanche un nonno, perché non c’è tutta quell’intimità e a essere precisi neanche tutto quel sentimento. Forse come farebbe invece ecco, uno zio con un nipote ce vede poco spesso e di cui non gli andava tanto di prendersi cura, ma per quanto scapolo e poco destro in fatto di bestiole non può fare a meno di sentire il piccolo rispetto al grande, quel che di inerme e solitario dei bambini. Il loro modo di tenere il pane in mano con tutte le dita perché l’hamburger e la salsa scappano da tutte le parti.
Dai lascia perdere lo specchietto ora della borsa dai, controlli dopo. Ora mangia, che si fredda.
Lei annuisce, prende il tovagliolo e lo appoggia sulle gambe, inespressiva.

(Una volta, lei era entrata nell’ufficio di lui, l’azienda stava chiudendo e tutti se ne erano andati, e aveva provato, quella volta con le calze a rete e gli stivali, nel suo modo infantile e maldestro, goffo ecco, aveva provato a dirgli qualcosa, a prendergli un braccio, a piantargli gli occhi da qualche parte. Un uomo buono nel cui ventre potersi acciambellare, uno che non le avrebbe fatto niente di brutto. Lui però aveva subito letto quel tentativo come il gesto incosciente di una ragazzina, la prova sgraziata di una seduttività eternamente inesperta. Si disse che non voleva abusare della sua incoscienza ma realmente si sentì respinto dal disarmante bisogno e da una inequivocabile rozzezza. Si arrampicò sul ruolo di padre per non ferirla, e da li non si mosse più).

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