Evocazioni psichiche della surrogacy

 

Premessa:
Quando arrivò internet e poi i social, in molti credemmo che fosse arrivata l’epoca delle relazioni finte, tarate sulla simulazione e l’inganno, connotate dalla freddezza della scrittura che diversamente dal linguaggio verbale lascia il tempo di pensare. Ci eravamo sbagliati – perché con la pratica dei social e della scrittura in rete, avremmo poi scoperto che proprio l’assenza di parola e di corpo, incoraggiava una comunicazione molto autentica e poco ponderata, talora maleducata e minacciosa: a voja a netiquette, la parola scritta – come mostrano le sequele di commenti in calce agli articoli dei quotidiani e che paiono deliri, chi scrive su internet non deve più fronteggiare i bastioni dell’organizzazione borghese dei rapporti, e su Facebook dove la gente crede che gli scripta non manent ma volant per miracolo divino, è tutto un profluvio di scambi concitati, di disinvolti proclami, di accidiose recriminazioni, di estenuanti ostinazioni. Quando la questione emotiva pungola insomma, siamo nel regime della libera espressione.
E’ facile allora capire, che la rete e la discussione sui social sugli argomenti che diventano incandescenti siano una vera e propria manna per lo psicologo. Esso può disporre di una mappatura scritta delle spontaneità orali e associative di qualsiasi oggetto culturale, che il contesto vada a promuovere in oggetto simbolico.

A queste cose ho pensato in questi giorni leggendo le spontanee reazioni e contestazioni in merito alla maternità surrogata, e vedendo come tutte le opinioni in campo fossero intrise di ridondanze psichiche senza che fosse palese il punto focale da cui erano generate. Questo punto secondo me è invece molto saliente e riguarda l’immagine interna ad ognuno della relazione tra madre e bambino. In questa sede non voglio quindi parlare della questione in se, o della mia eventuale posizione (piuttosto interdetta e sofferta) ma ragionare intorno a quei retroterra simbolici psichici ed emotivi che presiedono alla strutturazione razionali delle opinioni e in qualche modo indirizzano le formulazioni definitive, quanto meno parzialmente. Prendere atto di queste grandezze simboliche, degli echi interni che producono può aiutare a rendere il dibattito più produttivo e meno sterile.

Per cominciare. Ricordiamoci che siamo sempre nati dal ventre di una madre, e anche noi che parliamo siamo nati da questo ventre. Lo dico non per difendere una posizione tout court ostile alla surrogacy, ma perché la nascita è oltre alla morte il punto dell’ellisse metafisica dentro cui è iscritto il nostro esistere. L’idea di manipolare il primo fuoco dell’ellisse ci risulta come dire, epistemologicamente spaventosa. Ci schiaccia al muro. A voja a dire che sta cambiando il paradigma della famiglia, che potrebbe essere pure vero. Non basta a esaurire il senso di smarrimento che da il giocherellare con questo oggetto che già ci trova inermi e piuttosto effimeri e che è il nostro stare qui. Il primo punto di certe reazioni sulle surrogacy dunque ha qualcosa di biblico e suona più o meno come la voce di Dio che si arrabbia perché si gioca col fuoco.

Il secondo punto dell’aura simbolica del materno è evocato dal fatto che il materno è appannaggio della donna. E’ il corpo della donna che genera e che mantiene questo incredibilmente misconosciuto potere di specie – mai trattato apertis verbis come tale, ma anzi spesso disprezzato, svalutato, irreggimentato – e ricacciato nell’inconscio. E’ lo stesso potere che un tempo veniva iconizzato nelle veneri del paleolitico e che ha suggerito al grande psicoanalista junghiano Eric Neumann il lavoro sull’archetipo della grande madre come struttura psichica che si annida nel pensiero inconscio.
Ed è anche lo stesso potere che ha fatto intuire a una freudiana di prima generazione come Karen Horney il concetto per cui anche gli uomini invidiano la sessualità delle donne, la loro capacità generativa. Se le donne dovevano invidiare il pene per la sua capacità simbolica di incarnare il potere sociale degli uomini, e il loro potere fisico sulle donne, gli uomini dovevano invidiare quel potere di generare. E soffrire per il loro essere dipendenti e subalterni al ventre della donna.
Nell’acrimonia di molti uomini che parlano di surrogacy in un verso o in un altro, rileggo –come fu per l’aborto, le tracce di quella disperata dipendenza a cui si cerca di reagire con il potere che ancora si possiede: legiferiamo, controlliamo, decidiamo, recuperiamo con le norme ciò che sfugge al nostro potere. Ed è una reazione problematica perché mette in campo due diritti psichici che si fa fatica a tenere entrambi sul tavolo: il diritto delle donne ad avere titolarità sul proprio corpo e il diritto degli uomini a poter partecipare al destino del proprio seme. Come era per la questione dell’aborto dunque, non penso che ce la si possa cavare appoggiandosi solo a una delle due polarità.

Ho anche la sensazione che nel modo di concepire la surrogacy di molte donne precipiti la propria esperienza di maternage, qualora siano già madri. Sopravvive in loro il ricordo emotivo della loro gravidanza, di come l’hanno vissuta della loro relazione con il bambino nella pancia, e dei giorni immediatamente successivi. A molte di queste madri, la gravidanza ha fatto toccare la metafisica con un dito, e hanno vissuto come magica e investita simbolicamente quella sequela di esperienze psicofisiche: dalla musica che desta il bambino e lo fa muovere dentro al fatto che appena nato strepiti come un ossesso, quella se lo metta addosso e magicamente si cheti. Questa cosa non riguarda tutte le donne e ce ne sono diverse che figlie di una maternità a sua volta fredda verso questa classe di sentimenti ed esperienze non la riconosce e anzi ne diventa quasi ostile. Dalla mistica della maternità ci si sposta molto facilmente all’odio mistico del materno, al suo disprezzo. Le prime celebrano una relazione e forse in qualche misura ne amplificano la portata, le seconde la sviliscono e l’annullano.
Devo confessare che io tendo ad appartenere alle prime e dopo cinquant’anni e spicci di Threvarten Infant Research esperimenti di psicologia evolutiva e quant’altro sul rapporto tra neonato e madre , non riesco a far a meno che questa sia, al netto dei deliri arcaizzanti e vetero cattolici mi sembra la posizione più vicina alla consapevolezza di cosa c’è in gioco. La relazione cioè esiste.

Ma d’altra parte penso che bisogna trovare il modo di interloquire e di rispettare quelle psicologie che entrano nel dibattito con addosso il lutto di quella esperienza relazionale negata, per le più svariate scelte biografiche. Nelle retrovie dell’inconscio si annida il potere della relazione esistente e negata, e a fronte del dispiacere di non poterla esperire o della rabbia, si è come dire sollevati dalla possibilità della surrogacy, dall’idea della grande importanza che ha per i bambini tutta l’esperienza del quotidiano dopo, l’idea che il desiderio di un figlio e la serenità familiare siano capaci di strutturare in maniera globale e in caso persino cancellare. E’ un’idea balsamica – che ha per altro una sua parziale verità, che io per prima anche da un punto di vista strettamente clinico sarei propensa a sottoscrivere. L’importante io credo è non chiedere a quella capacità ristrutturante di una famiglia funzionante di essere capace di ristrutturare proprio tutto, di coprire la zona d’ombra della relazione generativa.

 

 

Questo per quanto riguarda la relazione madre figlio. Sicuramente poi nel dibattito entrano anche altre variabili e argomentazioni molto importanti – ma non di rado sono subalterne e vincolate a questi aspetti di fondo, strumentali: mi affascina per esempio come l’importante variabile di classe sia usata come grimaldello da entrambe le posizioni, dimostrando ipso facto di non riuscire a essere il vero punto di partenza per un occidente che prima di tutto continua a farsi gli affari suoi: le ostili alla surrogacy usano la classe per dire alle altre che se ne fottono dello sfruttamento del capitalismo biologico sui corpi delle donne indiane, russe e quant’altro. Le fautrici della surrogacy invece rimproverano le altre di non essere sodali con le necessità di sopravvivenza che impone quello stesso capitalismo biologico.
Nel buio della lontananza geografica e psichica, sta il rapporto con il materno di queste donne.

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8 pensieri su “Evocazioni psichiche della surrogacy

  1. Ero in attesa di una tua riflessione su questo argomento e sono come sempre molto soddisfatta di quello che scrivi ma temo di non aver capito l’ultimo concetto. Vuoi cioè dire che utilizzare, in un senso o in un altro, l’argomento di classe, è sintomo di una lontananza dal cuore del problema, che invece è (o sarebbe) la relazione fra la donna e il bambino che ha nel ventre? Devo fare uno sforzo – per inciso – per non dire “figlio”, perché per me quello è il figlio anche se l’ovulo non era il suo, per dirti come la vedo – e più che altro come la sento…Ecco, non ho tanto capito cosa volessi dire….

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  2. Così è.
    Infatti tutti i miei commenti si sono focalizzati su due aspetti: la tutela legale di madri e nascituro e l’età di chi vuole essere madre o padre.
    Considerando che mia madre mi ha abbandonato alla nascita, e che sono stato allevato dai nonni, era inevitabile che affrontassi così la questione.
    Credo. 🙂

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  3. è un pezzo di cui è apprezzabile la cautela e ovviamente scritto da chi sa di cosa parla. spero solo che l’abbinamento delle posizioni alla propria esperienza di maternità (del passato o del presente) sia indicativo, di massima. Se no il quadro che ne esce è ‘la pensi così perche’ hai avuto/sei stata una madre fredda.’ E questo è un po’ meno cauto.

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      • Ho un vissuto di figlia che crede nella possibilità dell’amore imperfetto di rappezzare molti traumi, anche legati a gestazione, nascita, distacco, e uno di madre che ha vissuto una gravidanza con qualche momento d’ansia iniziale, qualche fuori programma non grave alla fine, e molto benessere in mezzo.
        Detto questo: un punto comune che emerge dalle interviste a varie surroganti canadesi è che loro tutte, già madri di due o tre figli, hanno avuto gravidanze facili e felici. E anche nelle interviste alle americane, nonché in certi commenti critici, emerge un po’ la stessa cosa: per queste donne è un’esperienza gratificante, sembra che si sentano quasi delle piccole dee della fertilità, o una variante nuova, appunto, della Grande Madre, mentre di figli da accudire e crescere ne hanno abbastanza.
        Bisogna dubitarne? Non credo, dato che di donne così ne ho conosciute, e magari appartiene a questa tipologia anche la povera madre di Noventa Vicentina piantata dal marito con 14 figli.
        Se è così, penso sia vero – ma lascio a te la valutazione – che c’è un vissuto che può essere assecondato senza danni e anzi a beneficio di altri fino a un certo limite, pur avendo bisogno di un po’ di sorveglianza e paletti, anzicché essere sfruttato (anche senza ricompensa) a più non posso.

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  4. Pensando alla mia esperienza mi ritrovo in quello che scrivi… Sono stata generata da una madre diciassettenne e non pronta a essere madre, e che quindi pur volendomi bene, facendo materialmente poi durante la sua vita un sacco di cose per me, mi ha trasmesso molti sentimenti di insofferenza, svalutazione del ruolo materno, di cura ecc. ecc., mentre la figura davvero calda, accogliente e risolta della mia infanzia è stata mia nonna paterna: sarà per questo che non mi viene da idealizzare il legame di pancia, ma piuttosto a sentire che la permanenza di una creatura nel ventre di un’altra non è sufficiente, né necessaria, di per sé, a far sentire quella creatura voluta e accolta. L’esperienza delle mie gravidanze, poi, il portare in pancia uno dopo l’altro tre figli, l’ho vissuta con immensa meraviglia e stupore, ed è stata per me un’occasione di crescita pazzesca, e per riconciliarmi con idee sulla maternità, sulla famiglia, sul corpo eccetera. Però se ci penso credo sia stata fondamentale e magica per me, perché ne avevo bisogno io, più che per i miei bambini, accucciolati tranquilli e ignari laggiù. Ignari, se no se fossero così vulnerabili, ogni pensiero negativo, ansia, angoscia o sentimento ambivalente, che credo più o meno si accompagna da sempre alla gravidanza, potrebbe danneggiarli mentre non è così giusto? Che ci sia legame tra madre biologica e neonato sì, ma penso che se la transizione con la nuova madre avviene appena dopo la nascita, e in modo dolce…. Insomma immagino che se io dopo aver partorito uno dei miei figli fossi stata che so operata d’urgenza e non avessi potuto occuparmene, e al mio posto nelle prime ore di vita l’avesse cullato e allattato suo padre, il bimbo sarebbe stato bene uguale. Ad ogni modo, la mia storia di rapporto col materno mi fa vedere la gestazione per altri non negativa a priori per il nascituro, e dare credito all’idea balsamica che dici tu che un grande amore e la consapevolezza di essere stati molto desiderati e voluti possa sicuramente compensare la separazione dalla donna che l’ha portato in grembo (il che non vuol dire ignorare possibili vulnerabilità, o dire che va bene tutto senza limiti: in questo concordo con Valberici) .

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  5. post interessante e di piacevole lettura.
    Una cosa che non capisco, dopo aver letto i commenti, uno in particolare, è l’apprezzamento per l’atteggiamento prudente, per la cautela con cui questo spinoso argomento viene qui trattato…. Non mi pare che succeda sempre così, anzi, in alcuni casi, vedi ad esempio l’eterna discussione sull’aborto, la cautela non è mai molto apprezzata, anzi si esigono posizioni molto nette; questa la mia impressione e mi chiedo perchè …..

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  6. Grazie Costanza, un articolo molto onesto e che riassume molto di quello che penso/sento sulla surrogata. Sono madre di un bambino di tre anni e l’esperienza della maternità mi ha cambiata molto e mi ha fatto cambiare pensiero e sentire sul rapporto madre figli e sensibilizzare molto sull’infanzia. Ad esempio sono sempre stata pro aborto, anche ora resto per il diritto della donna ad abortire ma mentre prima pensavo che forse chissà avrei potuto farlo anche io ora so che non potrei, sento nella pancia che quella vita che è nella pancia ha tutti i diritti ed io non ne ho nessuno su di lei, la nutro la cresco e le permetto di venire al mondo. Così sento per quello che ho vissuto e per quello che ho letto che c’è un legame forte anche prima di venire al mondo tra madre e figlio e che negarlo fa male al bambino. Credo anche che tra sostenitori e detrattori ci sia quello che tu scrivi , la presenza o assenza di quell’esperienza relazionale negata, davanti a certe prese di posizione violente e furiose lo leggo quel nervo scoperto e anche spesso quella assenza di esperienza di maternità o paternità. Credo poi ci sia, anzi credo come prima cosa ci sia la fondamentale questione del diritto dell’infanzia a non essere venduta o donata, perché qui si parla di pianificare la nascita di un bambino allo scopo di darlo via, una cosa che trovo atroce. Chi difende i diritti di questi bambini? Ma qui si esula dal contenuto dell’articolo quindi mi fermo.

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