La sindrome delle Signore Martiri

Ci sono un sacco di donne la fuori, che lavorano moltissimo e magari in posti lontano da casa. Commesse che da paesi della cintura arrivano in un negozio di un centro storico, maestre che prendono un treno da un’altra città, dipendenti di aziende che dicono o 50 ore o aribbedecci, rotatrici di tre lavori per mettere tre minestre in tre scodelle e una pletora di donne che insomma si fanno un mazzo come un armadio quattro stagioni senza che proprio sussistano tutte queste alternative perché: o armadio quattro stagioni o pagnotta.
Dubito che questo post potrà essere utile a queste moltissime donne.

Ci sono però altre moltissime donne che di queste prime sposano le lamentele, con autentico strappamento di capelli e veritiera depressione, senza che a ben vedere davvero abbiano lo stesso tipo di problema. Sposano e incoraggiano la retorica de la ventisettesima ora, come i blog di donne del corriere della sera, che appunto sta a indicare l’autentico dramma di gente che ci ha un buon posto, una bella famiglia, una posizione gioiosamente borghese – come si evince dagli sfondi degli articoli pubblicati.
Che uno dice, che ci hai contro er gioiosamente borghese? Ancora co sta storia? No. Io non ci ho niente anzi, io LO AMO ER GIOIOSAMENTE BORGHESE. Ma io dico. Ci hai tutto, spesso e volentieri anche una discreta coscienza di classe e di privilegio che già da sola ti potrebbe aiutare a metterti un tappo mbocca. Perché non te lo godi? Perché indugiare in una retorica masochista?
E’ la trappola del concetto della donna multitasking. Le donne che a causa delle triste (nel senso de cattivelle) pressioni sociali di cui sono oggetto, sarebbero costrette a saper fare tantissime cose tutte insieme: essere donne lavoratore, essere madri, essere amiche efficaci, essere mogli normotrombe e essere naturalmente maxicasalinghe. Una vita stressantissima! Come illustrava l’insuperato sketch di Angela Finocchiaro, ma a proposito del quale bisognerebbe davvero chiedersi se è sempre colpa del mondo brutto e cattivo.
Perché ecco, in psicologia non solo il grande bromberg da poco, ma anche quell’aristocraticone di William James c’era bello che arrivato a dire che una personcina a modo ha tante personalità quanti sono i ruoli sociali che assolve – e nel suo veramente jamesiano principi di psicologia scriveva grosso modo: esiste un io per la moglie, per la famiglia, per i colleghi di lavoro, per il sarto, la servitù e gli amici dello yacht (non per niente era il fratello di Henry). Perciò il problema mi pare, non deve essere la molteplicità delle funzioni, ma una nuova patologia sociale, che abbisogna di un termine, di una nuova etichetta diagnostica. Qui parleremo de la sindrome della signora martire – una patologia declinata soprattutto al femminile – e sul perché ci interrogheremo in questo psichico posterello scritto alla vecchia cazzara, maniera.

Intanto l’anamnesi.
La signora martire è quasi sempre, madre di alcuni figli, in genere uno o due, raramente tre. Anzi a pensarci non conosco signore martiri che abbiano più di due figli. E’ madre, ha un buon lavoro, una posizione sociale rispettabile, e gli occhi variamente all’ingiù. Qualche volta, a dire il vero riesce a essere martire persino senza un lavoro. Spesso lamenta un marito che: o lavora come uno schiavo della miniera, oppure un cojone di altri tempi al tutto inabile tranne che nelle sue precipue e specifiche mansioni popopo quelle non altre. Per esempio si darebbero consorti di signore martiri che sono social media manager di sta gran cippa, ma quella volta che hanno dovuto pagare una bolletta der gas sarebbero stati colti da incontenibili tremori, sudore freddo e tutta la posta si fermò, loro avrebbero detto una cosa come i sali i sali! E quindi da allora anche le bollette, le ha dovute pagare la signora martire. Questi mariti, solitamente dediti ad attività sociali anche fisicamente impegnative – calcetto per dire, perché si devono svagare, biliardino, caccia e pesca, tiro al barattolo – sono considerati non di rado variamente inabili alla cura della prole, dei celebrolesi del pannolino, dei mentecatti del giochetto al parco, in una costellazione patologica che arriva a vette apocalittiche. Le signore martiri allora si vedono costrette a fare tutte cose con questi bimbi che hanno, malmostose e angosciate, e quando ci sono delle occasioni sociali in cui i mariti sono presenti, non riescono a fare a meno di estrinsecare alla pubblica come alla privata piazza il limite strutturale del maschio adulto in quanto tale. Che è destinato certamente a capitanare industrie ed eserciti, ma colli fiji e il bucato non è proprio cosa – se impiccia coi lenzoli.
(A pensarci, le signore martiri sono tutte Costanze Miriano senza il beneficio di un narcisismo di tipo luminoso che armeno, fa vendere le copie.)

D’altra parte il martirio della donna martire ha anche altre cause, e l’anamnesi deve raccogliere anche i resoconti dei loro rapporti con i figli per un verso, o gli amici per un altro. Narrati spesso come oggetti bisognosi di un accudimento scandito da regole inderogabili e con cui ci sono relazioni dove, il principio del piacere non è pervenuto. La donna martire deve tutto: deve portare i figli di vi e di li, deve far fare i compiti, deve chiamare l’amica rompicojoni, deve ricambiare l’invito di gino pino e dino, deve cucinare, deve tenersi in forma. Magari non sempre nella modalità estesa e totalizzante, l’incidenza e il grado dei sintomi può essere diversa asseconda della gravità del caso. Ma il dato saliente della signora martire è che essa lamenta consistentemente obblighi che a occhio nudo in realtà non esistono, o non sono così rigidi, e non conosce spensieratezza nè levità.

 

In sostanza, noi ci ridiamo, ma la Signora Martire fa una vita bruttissima e in certi casi gravi avrebbe davvero tanto bisogno di una terapia. Non ha piacere e non ha libertà. Non conosce godimento né autodeterminazione. Sta inchiodata e prigioniera, divisa tra tutto ciò che deve ossequiare di cui è schiava e ciò di cui deve occuparsi che non stima o disprezza. Sta in mezzo a un guado schizofrenico di idealizzazione e svalutazione. Spesso comportandosi con chi ha intorno un po’ come fanno i laici in Italia con la Chiesa Cattolica e il Papa, che stanno sempre a dire quanto so stronzi sti cardinali che si permettono di dire così e colà sulla nostra vita politica, er Papa poi manco ve lo sto a di – senza fasse due quizzerelli due sul perché hanno tutta questa influenza e tutta questo spazio simbolico e materiale, in uno stato che costituzionalmente si sarebbe dichiarato laico e aconfessionale. Tutto l’anticlericalismo di questi laici pigroni, è in realtà la valvola di una difficoltà assumersi la responsabilità politica di quello che accade e di quello che appartiene. Si disprezza l’altro perché si gode il potere che esercita, e che non si è in grado di arginare. E le signore martiri fanno così: mariti bruttoni, capi uffici ingrati figli defiscenti oy oy oy oy povere annoi!
Diventano misandriche, parlano dei propri figli decurtando anticipatamente loro delle risorse. E quando la situazione è grave parlano male anche delle loro relazioni sociali e del loro posto di lavoro. E’ l’unico modo di cui dispongono per vendicarsi di un senso di profonda subalternità.

 

Quali sono le cause di questa davvero penosa costellazione sindromica?
C’è sicuramente del vero quando si parla dell’attrito tra vita professionale e vita privata e farle conciliare è sicuramente complicato. E sicuramente c’è del vero quando molte donne lamentano la difficoltà nel coinvolgere i loro mariti e compagni nella gestione dello spazio privato condiviso. Ma davvero spesso, molto più spesso di quanto si pensi, ci sono impercettibili scivolate psichiche che rendono una situazione peggiore di quello che è. Per tanti aspetti – che non so perché mi vengono quasi a forma di elenco.

 

  • Il primo è per esempio una retorica martirizzata di condizioni normali. Pianificare una giornata di incastri, per proteggere degli spazi professionali che si sentono importanti non è una cosa ingiusta, non è l’effetto della malvagia cultura contemporanea, è la vita come è sempre stata. Certo è faticoso, certo implica degli sforzi, ma a volte ci si lascia coccolare da questa cosa senza rendersi conto che bon sono cose che non solo vanno fatte, e che si sono sempre fatte, ma che ci si toglie pure dei piaceri, allo scopo di consolarsi con una narrazione negativa di cose che sono semplicemente della vita. Il lavoro è la vita, i bambini sono la vita, la tua casa è la vita, e via discorrendo. Bisogna stare attente quindi alle narrazioni peggiorative stereotipiche e spesso patologicamente misandriche che usano un ritratto vignettistico dei maschi compagni e mariti, che garantisce una cospicua ridda di autogol. Il maschio da macchietta infatti in diversi casi non sarà davvero così tremendo come è dipinto (in natura in effetti, i cattivi e gli stupidi sono sempre in una frequenza molto più bassa di quel che si crede) e non c’è davvero nessun reale motivo per cui un uomo non possa fare delle cose in casa o in famiglia che faccia una donna. Magari lo farà in maniera diversa, magari all’inizio farà gli errori che toccano in sorte qualsiasi apprendistato ma la sicura certezza è che è molto molto comodo per uomini e donne avere qualcuno che si sbatte in nostra vece, garantendosi la libertà di espressione e di tempo.
    I mariti delle signore martiri sono la loro Chiesa Cattolica.
  • Il secondo è una nevrosi sinistra della morte del principio di piacere e la sacralizzazione delle norme sociali che sono vissute come potenze totemiche, depositarie di chi sa quali regole simboliche. Questa cosa mi dispiace sempre, ma trovo veramente penosa la dilagante patologia della libertà che attanaglia le donne in questo paese. Gli uomini, per quanto gregari che diamine almeno ruttano! Almeno fanno le puzze! Almeno, con l’alibi dell’infantilismo e forse del mero sessismo, sono titolari del proprio corpo del proprio tempo e del proprio linguaggio e male che vada sono opportunisti, che non è una bella cosa, ma almeno non sono sudditi. Se frequentano delle persone per calcolo è perché sperano di trarne del vantaggio, non perché se si ritraggono temono di essere esclusi e sanzionati.
    Le donne e specie queste donne madri, sono ingabbiate in una serie di obblighi che non hanno riscatto, si obbligano a ipocrite cortesie, dal caffè mortifero al pranzetto bubbonico, fino a zerbinaggi professionali anche se nelle diverse declinazioni della mestizia, e del bisogna farlo e quant’altro. Questa cosa è svantaggiosa sotto due profili, il primo riguarda la comunicazione interpersonale: chi pecora si fa, il lupo se la magna, e quell’idea di obbedienza alle norme arriva ai nasi meno raffinati senza che la Signora Martire proferisca verbo, con la risultante che tu lo zerbino non lo fai capufficio, non lo stimi, non lo caghi, non ti ci diverti insieme. L’ossequio alle norme ti mette sempre sotto alle norme come grado di potere, mai sopra – se ti dice culo riesci solo a fare amicizia con qualche altra gregaria, ma siccome entrambe vi frequentate in ossequio alle norme, niente vi guardate di sottecchi e l’amicizia è fottuta. In seconda battuta cosa che mi pare ancora più grave, si sta davvero più male. E’ brutto fare delle cose che non si sente di aver scelto. E’ brutto e fa vedere gli altri ancora più brutti di quello che sono.

 

Qualcosa di simbolizzato e di intimo che non è però niente di proprio e di autentico, niente che ha a che fare con la passione e la vocazione è proiettato da queste donne sulla prestazione. Credo che sia per questo che non si danno Signore Martiri in quelle che hanno tanti figli: perché esse ci hanno la passione del fare i figli, e smollano sul resto, così come in fondo non è diagnosi adatta per le carrieriste sfegatate che di passioni ne hanno a iosa anche se qualche volta un po’ scellerate. Le signore martiri invece, non fanno niente inseguendo un sogno ma piuttosto sono molestate da un’urgenza psichica, legata a una profonda inadeguatezza che morde senza tregua. Le signore Martiri più gravi hanno un problema doloroso al loro processo di individuazione, il quale – seguendo questo iter perverso non fa che confermarsi. Tarandosi sulla prestazione e non sulla passione, non si ha mai un esagerato successo, e il senso di frustrazione rimane li dove sta. Rinforzato dalle risposte scadenti che l’ambiente continua a fornire, e da tutte quelle profezie che sfacciatamente continuano ad avverarsi. Il martirio è spesso e comprensibilmente socialmente avversato, perché tende a colpevolizzare gli altri ed è l’unica forma di narcisismo che mette quasi tutti a grande distanza. L’ossequio a una norma e non a un progetto o a un affetto fa sfruttare la metà delle risorse che queste persone avrebbero e le rende meno interessanti di quello che senz’altro sono. Nei casi più gravi l’obbligo a rispndere a uno standard sociale su tutti i fronti impone un regime esistenziale antieconomico, e altamente nevrotizzante. Per questo uno dei fattori clinicamente protettivi per le donne, e terapeutici per questo tipo umano è senza dubbio la pigrizia. La capacità di ritrarsi. Un buon obbiettivo dovrebbe essere per queste donne quello di saper sopportare di non fare delle cose, di farle fare ad altri lasciando ad altri oneri, onori, e rischi. Magari prendendosi persino il lusso di concedere anche premi.

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13 pensieri su “La sindrome delle Signore Martiri

  1. Perché prendersi il rischio di lasciar fare agli altri, o di dire “stavolta faccio come dico io”, costa fatica – ma nel costo è compresa poi anche la soddisfazione di una scelta voluta.
    Io ne ho un paio di amiche Signore Martiri, e giuro che non manca loro niente (cultura, lavoro, famiglia): ma il lamento – e, comunque, la sofferenza che ci sta dietro – è una costante.
    Come se niente potesse essere cambiato, come se anche solo dire al marito “se non lavi i piatti, non te lo farà nessuno” fosse una sfida impensabile.
    A queste signore, ogni tanto un vaffa di cuore mi scappa – perché va bene il lamento, va bene che sei stressata, ma le cose importanti spesso sono oltre. E altre.

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    • “Le donne e specie queste donne madri, sono ingabbiate in una serie di obblighi che non hanno riscatto, si obbligano a ipocrite cortesie, dal caffè mortifero al pranzetto bubbonico, fino a zerbinaggi professionali anche se nelle diverse declinazioni della mestizia, e del bisogna farlo e quant’altro. Questa cosa è svantaggiosa sotto due profili, il primo riguarda la comunicazione interpersonale: chi pecora si fa, il lupo se la magna, e quell’idea di obbedienza alle norme arriva ai nasi meno raffinati senza che la Signora Martire proferisca verbo, con la risultante che tu lo zerbino non lo fai capufficio, non lo stimi, non lo caghi, non ti ci diverti insieme. L’ossequio alle norme ti mette sempre sotto alle norme come grado di potere, mai sopra – se ti dice culo riesci solo a fare amicizia con qualche altra gregaria, ma siccome entrambe vi frequentate in ossequio alle norme, niente vi guardate di sottecchi e l’amicizia è fottuta. In seconda battuta cosa che mi pare ancora più grave, si sta davvero più male. E’ brutto fare delle cose che non si sente di aver scelto. E’ brutto e fa vedere gli altri ancora più brutti di quello che sono.”

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  2. Cara Costanza, credo che fra le commesse che fanno i carpiati e lavorano in un’altra provincia e magari hanno il marito camionista che vedono due volte al mese e le Signore Martiri medio borghesi che non sanno delegare al compagno ci siano molte decine di sfumature di grigio, e in mezzo al grigio c’è anche la famosa politica per la famiglia, che fa sì che donne e uomini siano lasciati completamente soli di fronte a una vita a volte veramente invivibile e ingestibile. O forse è il lavoro per come è concepito e organizzato oggi, o l’economia, va’ a sapere. Quindi sì, ok, utilissime le indicazioni sul non perdersi per strada il piacere, per carità, solo che temo che stasera, verso le 22.30, dopo la palestra, mentre cucinerò la zuppa di fagioli per domani sera (mio marito avrà già fatto il suo coi panni da stendere e i bambini da mettere a letto, appunto mentre io sarò in palestra per non dimostrare 60 anni vent’anni prima) sarà difficile ricordarmelo, sto piacere, perché forse prenderà il sopravvento il sonno. Per la verità stasera forse avrò anche l’orticaria, come conseguenza del fatto di sentirmi un po’ cazziata da un’altra donna, sicuramente più delegante o più pigra di me, che, invece di farmi notare con affetto che forse mi sto perdendo un po’ di piacere per strada, lo avrà fatto con un piglio un po’ acidognolo. Ma io sono furba e colgo sempre le occasioni, quindi ‘sto pezzo che hai scritto me lo studierò con l’evidenziatore alla mano e poi ne metterò in pratica le indicazioni come se fossero esercizi yoga. Credo che lo farò, anzi, lo farò di sicuro, fra il riscaldamento sul tapis roulant e gli addominali sulla fitball, e chiaramente prima della zuppa di fagioli.

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    • Non è che a forza di addominali invece di mantenerti giovane rischi di invecchiare precocemente? Pare che una bella dormita sia la migliore delle soluzioni contro le rughe…

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      • No no, era una battuta, non lo faccio per sembrare giovane, in realtà lo faccio per mantenermi in salute, cosa che per me è una priorità. Era solo una lista di prestazioni da signora mediamente martire. E’ che penso che il problema nasca nella società e poi ricada necessariamente sul personale e quindi sullo psichico. Io non vedo solo ansia da prestazione o senso di inadeguatezza (cosa che ad esempio io non ho, e credo molti come me non abbiano), io vedo proprio voler fare per sé, la propria casa e i propri famigliari, il minimo indispensabile (sottolineo il minimo) eppure fare un’enorme fatica a farlo. E credo che molte donne (e anche un bel po’ di uomini mediamente evoluti) facciano una vita che potrebbe essere un po’ meno concitata se solo il lavoro fosse organizzato in modo più furbo e ci fossero un paio di servizi e garanzie in più. Insomma, non siamo proprio tutte donne stupide che amano parlare male del marito e non siamo proprio tutte poverine bisognose di una terapia che si ritrovano con l’acqua alla gola perché devono dimostrare chissà cosa. Siamo nella maggior parte dei casi donne con le palle ottagonali che riescono a fare un sacco di cose, anche per sé, e che però sono stressate. Io in genere le donne le ammiro. Ammiro anche i (molti) mariti in gamba che sono solidali con loro. Vedo anche alcune “martiri”, ma credo che non siano la maggioranza. Vedo molti stressati, certo, e fra questi mi metto anche io, ma bisognosi di aiuto più che di reprimende. A volte le donne si lamentano dei mariti ma in realtà non pensano davvero le cose che dicono, a volte i luoghi comuni sono dei modi con cui, se non si è brillanti, si manifesta goffamente, e nello scarso tempo di un incontro alla scuola materna, una piccola solidarietà di genere. Ma non è un cliché, per quanto elegantemente presentato, anche quello della donna che chissà cosa deve dimostrare? E’ un cliché perché non vede i milioni di casi che ci sono, assai più numerosi che di donne con lavori part time, o lavori da casa, con mariti che fanno lavori creativi, magari da casa anche loro, o con nonni che possono dare una mano quando serve. La maggior parte delle famiglie soffre per una cronica mancanza di tempo, di riposo, di occasioni per stare senza far nulla coi propri cari. Non è facile trovare questo tempo e se lo si trova in genere lo si paga in termini di ricaduta di cose che non si sono fatte. Mi piacerebbe anche che ci fosse più solidarietà fra famiglie, potrebbe aiutare molto, ma questo è un altro discorso.

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  3. Questo post potrebbe essere proprio quello che avevo bisogno di leggere oggi – o da sempre. Ho la sensazione che dica molto di me, anche se non mi sento borghese né particolarmente martire – eppure, è proprio così che funziono: faccio le cose per dovere e il piacere me lo perdo per strada il più delle volte. Mi è capitato un lavoro che non ho scelto e che, per una serie di motivi, patisco – tra cui il fatto che non mi sento mai abbastanza brava. Eppure anche nelle cose che scelgo, faccio una fatica pazzesca a godermele perché sono sempre lì che pretendo cose da me stessa. In casa non sono di quelle che non delegano niente al compagno, anzi… ma più rileggo queste parole più mi suonano in qualche modo vere per me. Sono in terapia da anni, eppure forse è la prima volta che vedo questa cosa così chiaramente.

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  4. interessantissimo! E dei figli di queste signore martiri cosa ci dici? Come vengono influenzati da questo ateggiamento? Mi piacerebbe un approfondimento su questo punto, se lo ritieni interessante…
    Grazie!

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  5. “L’ossequio a una norma e non a un progetto o a un affetto fa sfruttare la metà delle risorse che queste persone avrebbero e le rende meno interessanti di quello che senz’altro sono. ” io questa la farei incidere su una targa d’ottone e la imbullonerei davanti alle scuole dei miei figli. Qua ci sono moltissime donne (più le piccolo borghesi che le borghesone, in questo ambiente) che, pur non essendo forse appieno signore martiri, però ne hanno tutta l’aria: non so se hanno dei pezzi subappaltati a questa categoria per adesione sincera, o per un senso di riservatezza che fa sembrare loro inappropriato dire qualcosa di personale o di originale diciamo. I loro discorsi comunque sono costuiti da cliché da signora martire e si riscontrano i tipici benchmark: l’equivalenza tra marito e figlio di terza elementare in materia di responsabilità domestiche (e di conseguenza tutti gli stereotipi sulle femmine e i maschi -tipo la femmina è chiacchierona, ti aiuta in casa ecc.); la lamentela per il mucchio di vestiti da stirare al sabato, per i troppi impegni richiesti dal catechismo, sport e feste di compleanno.
    Un sottotipo particolare che qui prospera è la rugby mom. Il figliolo rugbista notoriamente restituisce due-tre volte la settimana una notevole quota di fango. Inoltre è usanza che ai tornei i genitori vadano in trasferta anceh loro e monti/no un gazebo della squadra, dove ognuno porta da mangiare e da bere. Il concetto è di convivialità, non è obbligatorio, alcuni genitori lo fanno sporadicamente e certi invece sono assidui al limite del fanatismo. Di solito nel padre questo si esplica nellla passione sportiva e nella gozzoviglia, mentre nelle madri il connubio di fango+cibo è un rivelatore irresistibile dell’attitudine al martirio: ho visto coi miei occhi mamme indossare magliette con su scritto “di rugby non capisco niente ma la mia lavatrice ne capisce moltissimo” , o “tutti hanno una meta nella vita, io ho creato chi la fa per me”.

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  6. Una precisazione.
    Questo post non parla di tutte le donne, nè di tutte quelle che lavorano. Ma di quelle che hanno un certo assetto psicologico, e che sono più frequentemente madri lavoranti. Buona continuazione.

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  7. Fossi in tale categoria donnesca e nella presumibile corrispondente fascia di reddito assumerei una collaboratrice domestica, anche non a tempo pieno s’intende. Non voglio sapere se l’assetto psicologico esclude l’opzione.

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  8. Io in questa costante lamentela ci vedo anche una sorta di vanto indiretto: guardate quante cose faccio; amatemi; sono indispensabile a questa famiglia e non potrete sostituirmi; non potrete fare mai nulla senza di me; penserò a tutto io.

    E anche: spesso le signore martiri hanno un modo davvero poco gentile di vedere le signore *non* martiri: “Tzè, la vicina ogni mattina fa colazione seduta in giardino in vestaglia e poi legge al sole. Si crede di essere una gran signora.” Il che mi fa capire cosa penserebbero di se stesse se un giorno UNO si concedessero la possibilità di riposarsi.

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