uomini violenti: appunti

 

 

(Concepisco l’8 marzo, come il giorno della memoria, o altri tristi anniversari anche eventualmente non istituzionalizzati, ricorrenze di ordine politico pedagogico. Che possono servire a fornire un’occasione esplicita per fare il punto della situazione di qualcosa che non va come vorremmo. Per questo oggi, delle tante cose di cui si potrebbe parlare, metto insieme alcune riflessioni di cui ho già parlato in passato riguardo la violenza di genere, la quale vedo è già passata in seconda battuta rispetto agli onori del dibattito pubblico e delle cronache. Per i vecchi lettori ci potrebbero essere ben poche novità, salvo qualche nuova sfumatura aggiunta dalla mia esperienza con pazienti nell’area della violenza di genere più recente. )

Quando si parla di violenza di genere io noto la presenta di un’ellisse argomentativa, i cui due fuochi sono la spiegazione antropologica e quella psichiatrica. Un uomo uccide una donna, oppure le fa molto male, reiteratamente, oppure si esprime in modalità molto aggressive incongrue per qualsiasi contesto, e si decide che questo è dovuto o a una sua partecipazione a un sistema culturale sessista o invece a un suo problema di ordine biologico e appunto psichiatrico. I due poli dell’ellisse nell’opinione pubblica combaciano il primo con un estremo atto di accusa: perché l’uomo fa questa cosa con cattiveria e aderendo a quelle parti del sistema culturale che si vorrebbero vedere cambiate ed evolute, il secondo come un estremo atto di giustificazione perché l’uomo farebbe questa cosa in preda a forze nn corrispondenti alla sua identità nello stato vigile, in preda a un’alterazione biologica senza alcuna relazione con un sistema culturale involuto la cui nocività non viene particolarmente presa in considerazione.
In un certo senso, sono vere entrambe le prospettive. In un altro sono false entrambe. In alcune circostanze prevale il primo tipo, in molti altri il secondo.

Per capire bene di cosa parliamo, è bene ricordare la distinzione tra maschilismo e misoginia. Il maschilismo è un’organizzazione politica dei rapporti tra i generi, che prevede una maggior quota di potere per il maschio – il cui esercizio riguarda la sfera pubblica e una minore quota per le donne – il cui esercizio riguarda la sfera privata. Tanto più una società è maschilista tanto più la quota di pubblico rosicchierà il dominio privato – decurtando potere decisionale alle donne per esempio sul loro privato o su cosa devono fare per dire con i bambini o nel loro spazio. Questo però non ha a che fare con la misoginia e non implica necessariamente malessere e violenza di genere. Questo è semplicemente un modo politico di gestire la vita di un gruppo culturale. A cui ci si può giustamente opporre.

La misoginia è invece quella variabile emotiva – perché la parola richiama l’odio – correlata al genere – quindi alle questioni specifiche del genere. La misoginia odia il femminile in virtù del suo più specifico esercizio, la qualità di piacere e di sedurre, la libertà di essere titolari di quel potere, la titolarità primaria della capacità di generare, la profonda relazione di dipendenza che è in grado di generare e che può far disperare. La misoginia è un’acuta condizione di sofferenza correlata a vicende endopsichiche remote, per gestire la quale si scivola nell’agito. In un’azione di scarica.
La parola, l’atto, l’azione patologica, la costellazione patologica, la vita patologica.

Ci sono purtroppo diverse culture in cui la misoginia diventa un oggetto condiviso e culturalizzato. Non ne voglio parlare perché non ho le competenze antropologiche per farlo. Ho delle mie teorie e congetture che avrebbero bisogno di approfondimenti più seri sul perché società in cui il femminicidio è un crimine diffuso in maniera molto più pervasiva che in Europa o Usa e Canada siano società che hanno a che fare con una grave povertà e una territorialità avara di risorse. La terra è una proiezione del materno, sono luoghi dove le madri allattano fino a 4 anni per non far morire i bambini di fame, luoghi dove il materno si sovrappone semanticamente alla vita e in cui sopravvivere è arduo e si è alla merce di una natura matrigna. Dove quindi i maschi adulti si vendicano sulle loro donne per il potere della vita che gli vedono proiettato addosso e dove alla natura matrigna si sovrappongono sistemi di violenza familiare a loro volta patogeni fino alla produzione di assetti psichiatrici. I maschi che uccidono le donne in questi contesti, o che le colpiscono violentemente, e le maltrattano, sono maschi che sono stati bambini e hanno avuto padri fare lo stello alle madri.

Anche nel nostro paese ci sono aree culturali in cui la misoginia è ancora ampiamente culturalizzata, ma raramente credo arriva a giustificare l’uxoricidio, o l’omicidio della fidanzata, o della ex compagna, dal momento che in generale le conseguenze sono piuttosto antieconomiche. In molti contesti l’aspetto misogino patologico salta all’occhio perché non c’è affatto questa sperata continuità tra sessismo e misoginia, è anzi nelle caratteristiche del nostro contesto culturale è quasi il contrario: il sessismo celebra ciò che la misoginia detesta. Al sessismo che la donna seduca e faccia figli ed esca a divertirsi con le amiche e eserciti il potere nel suo va benone. Qualche volta può arrabbiarsi e fare del sarcasmo quando la donna esrcita o cerca di esercitare un potere fuori dalla cornice semantica tradizionale del suo sesso, ma in generale il reazionario sessista senza psicopatologie gravi non fa una piega: la ignora. Che è senz’altro il problema politico di questo paese quando per esempio organizza convegni ma non invita donne, quando le donne vincono premi ma la stampa se ne frega – ma che sta su un binario separato rispetto ai fatti gravi correlati alla grave violenza di genere.

 

E allora, come funzionano psicologicamente questi uomini? Dov’è l’organizzazione patologica?
Ci sono senza dubbio molte situazioni e storie diverse, e magari la mia esperienza è contenita. Ma ecco.
Nella mia esperienza diretta con uomini che hanno avuto un problema più o meno grave, anche con la giustizia, a causa dei loro comportamenti violenti verso una o più partner io trovo quasi sempre una paradossale idealizzazione interna del femminile, vissuto come potentissimo e minaccioso, rispetto al quale questi uomini si sentono molto dipendenti e inermi. Questa cosa arriva poco allo stato cosciente, anzi essi vi reagiscono come per contrasto – ma arriva molto frequentemente con sogni piuttosto potenti di subalternità, inefficacia, angoscia rispetto a un femminile potentissimo e divorante.
Per avere una chiara idea di quello che può essere l’immaginario psichico di questi uomini, si può per esempio pensare alla Venere in Pelliccia di Polansky: dove una donna superseduttiva controlla e fa oggetto di sadismo un uomo in un complesso gioco di rappresentazioni e incastri, riucendolo all’impotenza.
Ma altra cosa importante, spesso a questo percepito interno di sudditanza psichica di impotenza e di abnorme difficoltà nel gestire un esagerato senso di dipendenza, e quindi a articolarla, corrisponde una variamente consistente capacità di toccare i propri sentimenti, di descriverli, di usare parole precise per parlare di se e di quello che si prova. Alla grave violenza di genere si correla dunque una forma altrettanto grave di alessitimia. Le persone non riescono cioè ad avere un’immagine sofisticata delle proprie dinamiche interne e proiettano tutto quello che hanno dentro sulla donna percepita come cattiva, traditrice, egoista, furba, approfittatrice. In un certo senso, la psicologia di queste persone ha molti punti in comune con la psicologia delle dipendenze e l’atto violento o il pensare violentemente alle donne, è la loro sostanza psicotropa e la loro valvola di scarico. Per cui in terapia parte del lavoro è anche portarli lontani dal sintomo piuttosto che ragionarci su ossessivamente, e conviene comportarsi come con le altre dipendenze, o come con i disturbi alimentari. Ed è molto difficile perché si tratta quasi di un lavoro di alfabetizzazione psicologica. Di appropriazione di un linguaggio interno.
E spesso è ancora più difficile perché questi uomini, specie nel nostro contesto culturale, finiscono spesso per scegliersi partner che colludono con il loro mondo interno e che sono veramente capaci di fare quei comportamenti disonesti, seduttivi, onnipotenti, manipolatori che poi questi partner violenti lamentano. Moltissime sono le coppie in cui la violenza di genere è l’esito di una erotizzazione del conflitto nella coppia, dove magari dopo una lite aggressiva e feroce, persino davanti a bambini, si finisce con l’avere un rapporto sessuale.
Mi devo fermare qui. Ma magari esce fuori qualcosa nei commenti.

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2 pensieri su “uomini violenti: appunti

  1. “questi uomini, specie nel nostro contesto culturale, finiscono spesso per scegliersi partner che colludono con il loro mondo interno”. Questo è uno dei punti chiave della questione: credo che una delle cose che abbiamo difficoltà a immaginare sia che un uomo apparentemente normale (o comunque “adeguato” da un punto di vista sociale) sia violento nella vita familiare, cioè di coppia e con i figli: ma questa è una sfera ben diversa da quella pubblica, e vi operano forze psichiche totalemnte diverse.
    E ancora, non è raro che le donne che finiscono per costituire una coppia violenta abbiano a loro volta difficoltà emotive/relazionali che le portano a considerare una risposta aggrssiva o possessiva (al di sotto di una certa soglia, superata la quale scatta infine l’allarme) una risposta “correttamente” assertiva nei loro confronti. Ovvero, in maniere diverse e ma in parte simmetriche, la psicologia delle dipendenze è all’opera in entrambe le parti di una coppia con problemi di violenza – ma può trovare in essa tutto il terreno dove abbisogna di essere all’opera, lasciando poi il comportamento pubblico a comportamenti del tutto differenti.

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