Note molto spontanee e poco ponderate

 

E’ innegabile lo charme quasi erotizzante che esercitano gli orrori di cronaca nell’opinione pubblica. La capacità del mostruoso di attrarre attenzione ed energie. Il malvagio emana un effetto magico, che mischia una sorta di curiosità del mistero al rito apotropaico della sua frettolosa spiegazione. Inoltre, in questo momento storico, con l’uso che possiamo fare di internet e il flusso abnorme di informazioni che garantisce – soprattutto proprio soprattutto nel privato, l’area d’eccellenza della cronaca nera – queste nostre pulsioni sono più che mai saturate: si trovano foto di morti ancora vivi, di assassini non ancora assassini, si pilucca in profili facebook e in diaristiche twitter, si guarda l’abnorme da vicino in un rimescolio di sentimenti contrapposti.
Qualora non ci fosse internet, c’è sempre Bruno Vespa, che della perversione ha fatto una professione, e ad usare l’altro come mezzo anziché come fine ci si è addestrato da tempo – per cui, in barba a qualsiasi deontologia professionale e etica dell’umano, ti intervista il padre del reo confesso in prima serata – gettandolo nelle avide fauci dell’opinione pubblica – la quale titillata quanto disorientata da tanta efferatezza ha potuto dire: ah padre spudorato e cattivo! Ah come figlio modello uno che fa una cosa del genere.
La vicenda, per chi non lo sapesse è la seguente. Due giovani uomini sui trenta, Foffo e Prato concepiscono l’idea di vedere cosa si prova ad ammazzare una persona e, dopo una due giorni di alcool e cocaina, riescono ad attirare nell’appartamento in cui sono insieme un giovane di ventitré anni Luca Varani,   con la promessa di pochi soldi in cambio di un rapporto sessuale. Dopo poco il suo arrivo, Luca verrà lungamente martoriato e gravemente torturato, e alla fine verrà ucciso. Foffo confesserà di li a poco, tentando anche il suicidio, ma parrebbe che ora lui e il suo complice si dichiarino disposti a collaborare con le forze dell’ordine.

La questione che aggancia e titilla e avvinghia, anche a me che ne sto scrivendo, non è tanto l’omicidio, concetto a cui in questi tempi atroci siamo più abituati di quanto vorremmo, e forse persino l’idea dell’omicidio tanto per vedere com’è, è un’idea a cui siamo stati già esposti da certe estetiche e certe retoriche, per quanto infernali, cupe o di stampo gotico. Non è proprio cosa nuovissima. La cosa che aggancia è: due persone giovani che ne prendono una più giovane e le fanno male reiteratamente per ore. Molto male. La cosa che lascia spiazzati è una sorta di fenomenologia del sadismo e del cannibalismo. Perché diciamoci la verità: a Foffo e Prato non interessava tanto sapere com’è ammazzare uno, ma com’è fargli del male fisicamente. Com’è usurparlo del corpo pezzo a pezzo. Incorprorarselo: a noi, giustamente, ci sciocca quella che almeno a me pare una forma upper class di cannibalismo.

Per cui si tenta l’intentabile mettendo in causa le spiegazioni più ridicole. Dai giovani d’oggi privi di valori viziati e pieni di lussi, a quelle che riguardano sempre i suddetti giovani d’oggi privi di senso di responsabilità, fino alla frontiera opposta del degrado, per non tacere dell’abuso di una psicologia spicciola e dozzinale su presunte carenze familiari – certo con un padre così.
Oppure, altra difesa antitetica altrettanto umanamente comprensibile purchè contenuta si cede alla manfrina: de il male c’è sempre stato, ci sono le cose brutte no? Ecco questa è una cosa brutta non ci mettere mano.

Tutte queste cose sono legittime, l’emotivo è legittimo e io credo anche il desiderio di puntellare subito una cosa orribile in un orizzonte di senso. E io credo che oltre che orribile sia anche necessario chiamare l’orrore con il suo nome, che si chiami Foffo oggi, che si chiami Izzo o Ghira ieri. Ma una volta che abbiamo dato sfogo a questi nostri obblighi e doveri psichici, non possiamo tirarci indietro dalla necessità di sopportare che queste cose esistono e bisognerebbe capire perché esistono. Ma capire perché esistono e prevenirle è un’impresa molto lunga e complicata, che non possiamo portare avanti su due piedi, né posso farlo io in questa sede, senza aver avuto la possibilità di conoscere direttamente e a lungo nessuno dei protagonisti della vicenda e senza che per altro ancora esista una cosiddetta verità processuale.
In ogni caso, anche assumendo che la confessione di cui disponiamo si avvicini già molto alla verità processuale ci sono delle cose che in questi ambiti occorre tenere a mente.
Una cosa così titanicamente abnorme come efferatezza – specie in considerazione del nostro contesto culturale – non è ascrivibile alle mere cause sociali: quando le cause sociali producono effetti sulle psicologie individuali, questi effetti sono più frequenti, le psicologie si muovono in parallelo e certe prassi diventano più diffuse – vedi la moda di ammazzare le persone tirando sassi dal cavalcavia. Ma anche quando questo succede non dobbiamo pensare mai a un potere totale del contesto: le psicologie individuali scelgono un certo sintomo in virtù di un assetto interno particolare, il sintomo culturale è il guanto della taglia di una mano.
Non è niente che sia – almeno in questa causalità diretta, capace di produrre tout court una mano.

Anche la teoria della qualità genitoriale della famiglia di appartenenza di un criminale va saputa maneggiare, anche se può avere del vero, perché l’inadeguatezza della capacità genitoriale può essere – purtroppo – qualcosa di ben più sottile delle macro categorie che siamo abituati a utilizzare nel nostro quotidiano. Non è semplicemente mamma cattiva o babbo cattivo, alcolizzati e depressi. Sono cose che possono essere molto più impercettibili a occhio nudo – magari coperte da comportamenti sociali che si giudicano congrui. Inoltre non bisogna affatto sottovalutare una radice biologica segreta. Ogni clinico si confronta per esempio con l’esperienza di pazienti che a fronte di una famiglia moderatamente disfunzionale vivono forme di malessere molto paralizzanti nel quotidiano e invece persone che vengono da contestualità ai limiti dell’apocalisse, sono tutto sommato anche se certo con delle difficoltà capaci di andare in giro nel mondo.

 

Proprio in virtù di queste cose sottili e segrete non è davvero possibile offrire spiegazioni esaustive del comportamento di questi due e tutto sommato di un terzo che si è ficcato in questa terribile tragedia. Si possono avanzare delle ipotesi – io tendo a guardare con le molle per esempio questa speranza collettiva di individuare nel tipo di droga un ulteriore capro espiatorio – ma queste ipotesi non possono andare molto avanti senza un approfondimento diretto con le persone incriminate. Mi è solo molto dispiaciuto per questo giovane e molto fragile, e credo non casualmente attraente per la sua fragilità. Ho lo confesso una fantasia di stampo psicoanalitico dietro a questa vicenda terribile: mi sembra che si sia violentato un giovane in quanto giovane, in quanto indeterminato, in quanto confuso, in quanto perseguibile. Colpito proprio perchè il fatto stesso di ficcarsi in quel guaio era parte della sua personalità ci vedo appunto delle fantasie di incorporazione. Ma sono congetture mie che non possono prendere molto spazio, e che non hanno molto materiale non sapendo io niente della famiglia di appartenenza.
Tuttavia ecco, indagini in quella direzione andrebbero comunque fatte: al di la della sanzione non dovremmo perderci il dovere della prevenzione.

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3 pensieri su “Note molto spontanee e poco ponderate

  1. A me, oltre al fatto orrendo in sé, hanno colpito tre cose. Il padre da Vespa, ma non tanto perché fosse da Vespa – per quanto… – bensì il fatto che sembrasse piuttosto distante, emotivamente, dall’accaduto. Mi ha colpito il fatto che usasse l’espressione “cadere in basso” in relazione all’uso di droga. Certo, è chiaro che alcune persone vedono l’uso di sostanze (e ahimè anche la tossicodipendenza) come un’onta morale, ma anche qui ci ho visto una distanza tremenda dal figlio, che già si giudica, che è già ormai lontano, ormai perso. Eppure diceva che prima era stato un ragazzo modello. Beh, mentiva, perché un padre, a un ragazzo modello che scopre farsi di coca, non dice che è caduto in basso. Se usa quell’espressione è perché lo aveva già osservato mentre prendeva quella china, mentre si discostava dal “modello”. E poi mi ha colpito l’altro padre, quello colto, col blog. Pochi giorni dopo anche lui, impeccabile, scrive un post in cui sostanzialmente si autoassolve, intitolato “Sono sempre io, nonostante tutto”. Anche questo padre è (o pare) sufficientemente distaccato da prendere e mettersi a scrivere questo post. Non so, qualcosa stona, trovo. Le loro vite sono distrutte almeno quanto quelle dei famigliari della vittima, ma loro cercano di restare a galla. Il loro dolore non è altrettanto grande, al punto da far loro dimenticare se stessi?

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  2. Sono molto d’accordo con tutto l’articolo, soprattutto laddove puntualizza “Ma anche quando questo succede non dobbiamo pensare mai a un potere totale del contesto” con tutte le argomentazioni che seguono e gli esempi di “pazienti che a fronte di una famiglia moderatamente disfunzionale vivono forme di malessere molto paralizzanti nel quotidiano e invece persone che vengono da contestualità ai limiti dell’apocalisse, sono tutto sommato anche se certo con delle difficoltà capaci di andare in giro nel mondo”.

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  3. Perdonatemi la (quasi) digressione, ma non riesco a non pensare a un racconto di Giorgio Scerbanenco, Piccolo Hôtel per sadici, pubblicato la prima volta nel 1969 (ora in Giorgio Scerbanenco. Milano calibro 9. Garzanti) impressionante per le molte analogie.

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