Figlio mio, diventerai quello che vuoi

 

Recentemente su il Post è stato pubblicato questo articolo, molto interessante,  di una psicologa americana Erica Reischer, sull’abitudine diffusa in questo momento storico, e soprattutto nel suo contesto culturale, di dire ai figli che – qualsiasi cosa volessero fare della propria vita l’avrebbero ottenuta. Trovo utile parlare di quell’articolo non tanto per come affronta il tema trattato quanto perché sia i nuclei problematici che individua, che i valori che presuppone, sono così fortemente legati al contesto di appartenenza da rendere quelle considerazioni incongrue per il nostro. Il che ci può far riflettere sia su alcune caratteristiche del nostro mondo culturale, che sulle soluzioni ai problemi sociali e psicologici del nostro contesto che a un livello superiore e più vasto sulla relazione tra psicologia e contesti sociali, così come infine, sulla possibilità di far emergere delle categorie trasversali abbastanza raffinate da essere applicate a qualsiasi contesto.

Il tema dell’articolo è la promessa di successo in qualsiasi campo lo si desideri che secondo l’autrice sarebbe l’ingrediente saliente della pedagogia culturale americana. Sii quello che vuoi basta volerlo! Pare si dica ogni piè sospinto in America– partendo dai libri per bambini, passando per le retoriche dei genitori, e andando avanti nella carriera scolastica. Se non che avverte Erica Reischer a questa pedagogia dell’ambizione sul desiderio si correlano molte ansie da prestazione per un verso, la ricerca di comportamenti anche scorretti per primeggiare, e si portano gli sventurati figli di fronte a cocenti frustrazioni perché no, non sempre si diventa ciò che si desidera e nella retorica della concretizzazione del desiderio non si iscrive mai l’importante contributo del caso. La verità è che se nel destino dell’attrice Lane non fosse capitato il noto talent scout la nota attrice Lane, non sarebbe diventata la nota attrice Lane.
Reischer  concludeva dunque, che forse queste retoriche sono ricettacolo delle proiezioni, e aspirazioni genitoriali e che forse i genitori dovrebbero applicarsi a contenerle.
In un contesto statunitense la preoccupazione della collega ha un parziale fondamento. La logica della concorrenza e della reificazione del desiderio di se, è un mito culturale e fondativo degli Stati Uniti. Il concetto di Self Made Man è una cosa che viene dalla loro storia politica e sociale e permea la loro quotidianità, questo concetto ha adesso nel corpo del primo presidente Usa di colore una iconografia simbolica entusiasmante. Magari si va affievolendo ma di fatto anche la privatizzazione di qualsiasi servizio e il porto d’armi insomma tutto confluisce in una norma culturale della concorrenza come luogo psichico dell’affermazione di se così potente da poter diventare persecutorio.
Tuttavia anche l’autrice dell’articolo condivideva con il suo contesto alcuni misunderstanding fondamentalmente nevrotizzanti, perché se lo si legge bene esso assume e confonde in un solo termine: essere quello che vuoi con l’essere ricco e famoso in quella certa categoria rispetto agli altri. Per l’autrice dell’articolo uno che sogna di diventare che ne so attore, sogna di diventare Robert De Niro se no non vale. L’essere quello che si desidera è confuso con l’avere il massimo successo in quella certa professione. E credo che questo sia un bias culturale che anche occhi di ricercatori statunitensi avrebbero individuato e suggerito di scorporare. Ad ogni modo a un’italiana questo bias sarebbe saltato all’occhio perché dobbiamo dire, nella curiosa mescolanza nostrana che unisce in un mix irripetibile società arcaica e rurale con capitalismo relativamente avanzato, la retorica del vinci a tutti costi è assolutamente estranea.

Noi non abbiamo affatto un problema di pressione delle aspettative genitoriali, men che mai di gente che fa comportamenti disonesti in virtù della cocente ambizione.  Noi abbiamo il diffuso problema opposto di una bassissima aspettativa genitoriale, di una sostanziale incapacità di porsi come sanzionante, e se abbiamo – come abbiamo – un problema con eventuali comportamenti illeciti è per un’infiltrazione diffusa dell’illecito nell’orizzonte culturale più che per un raggiungimento disonesto delle aspettative culturali, che sentono a mala pena i figli di alcune e solo alcune ristrette fasce della borghesia. Il tema di diventerai quello che vuoi si mischia con una pedagogia che poco aiuta – mi sa qui per un verso li per un altro e si scontra con una crisi economica che già non aiuta nessuno, figurati se solleva dalla frustrazione una generazione a cui non è stata insegnata né la sanzione né l’affetto per i propri desideri.

Come clinico, io conosco sia la percezione drammatica del carico di aspettative narcisistiche sulla testa dei bambini, che la collusione culturale italiana che sembra non avere mai grande aspettative, fino al caso desolato opposto, di quei poveri figli che non hanno l’occhio di nessuno a desiderare per loro. L’amore passa tramite un combattuto narcisismo, una proiezione di realizzazione e di felicità estare senza quella proiezione e in un certo senso senza quella lotta secondo me è ancor più devastante che soffrirne troppo. Io, come chiunque faccia il mio mestiere più di molti altri, ho realizzato un mio desiderio anche piuttosto costoso in termini di tempo, denaro e risorse emotive. Non credo che quindi sia mai lecito nella nostra posizione andare in giro sanzionando il desiderio di incarnare un progetto di se esattamente come è riuscito a noi, nel momento in cui almeno si sta scrivendo e rampognando (facciamo i debiti scongiuri). E credo che invece il concetto di realizzazione di se, il capire esattamente come sarebbe la nostra vita facendoci stare più a nostro agio con quello che facciamo, sia un concetto importante un obbiettivo prioritario – che però non deve implicare necessariamente l’eccellenza nella carriera, ma il fare quello che si vuole. Che può essere l’orologiaio, il meccanico, lo studioso di questo o di quello. Successo e oggetto in cui il successo si consegue sono questioni diverse. E forse, insistere sulla disciplina per conseguire uno scopo è davvero ancora molto importante. Ma questo passa anche dalla generosa capacità dei genitori di sopportare di rimproverare l’assenza di impegno per qualcosa, e la capacità di saper far arrivare l’idea che ti dispiace per lui, elaborando il problema per cui in parte ti dispiace anche per te. Non vuol dire incoraggiare per forza il successo, vuol dire incoraggiare l’individuazione. E credo che davvero il concetto di individuazione possa essere una variabile importante a qualsiasi latitudine.

(Dopo tutto ciò si dirà, arriverà la mazzata di un contesto economico che non perdona, e che rende difficile concretizzazioni di progetti di diverso tipo. Ma questa è un’altra rubrica di problemi reali e concreti, che però non deve essere usata autolesionisticamente, come capro espiatorio della mancata fedeltà a se stessi. Perché c’è anche da dire: noi siamo un solo desiderio? Siamo sicuri che non c’è qualche desiderio di minoranza che non abbiamo ascoltato e sia più attuabile?)

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6 pensieri su “Figlio mio, diventerai quello che vuoi

  1. Come sempre resto affascinata da come affronti temi di cosi’ grande portata in poche righe dense di significato. Ogni volta ricevo lo spunto a approfondire e riportare alla riflessione, anche sotto nuovi punti di vista, alcuni aspetti che mi toccano personalmente.

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  2. Post utile, a 50 anno i devo affrontare il fatto che lavorativamente parlando sto in un vicolo cieco e nn ho sbocchi pronti né facili a trovarsi, insomma mi devo reinventare e devo essere il genitore si me stessa nel farlo. Grazie degli spunti.

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  3. Brava. Io che non mi sono affatto individuata quando avrei dovuto ho capito a 40 anni che avrei amato alla follia il mio lavoro se avessi fatto la prof in un liceo. Peccato, ma ho almeno fatto pace con me stessa e ovviamente non recrimino. Però ho un dubbio. Le attitudini importanti nel lavoro non sono solo quelle intellettuali. Come capire in tempo cosa davvero si farebbe bene non solo con la testa ma con tutti noi stessi? Come aiutare un figlio a vedersi con tanta lucidità?

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  4. Posso chiedere uno spunto per quando ci si accorge di essersi individuati poco e/o male e ormai si è adulti, e magari incastrati in un lavoro che non si sente nostro? Da dove si può ripartire? Come dice Valentina, “Come capire in tempo cosa davvero si farebbe bene non solo con la testa ma con tutti noi stessi?” Grazie.

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  5. Non sono d’accordo sulle premesse. Anzi, a me pare che le pressioni e le aspettative genitoriali siano forti anche in Italia, dove vedo (nelle conoscenze dirette) madri che aiutano a fare i compiti (spesso facendolo al posto dei bambini), ex-studentesse mediocri che pretendono risultati scolastici eccellenti dai figli, padri che spingono all’ottima performance sportiva, insomma un’attenzione che non mi pare che i miei coetanei ricevessero.

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