Passeggiata intorno alla finzione

 

Quanto ci fanno dispetto le bugie?

Quanto costituiscono problema?
E quanto, in un certo senso, una volta disvelate possono portare il bugiardo a una sanzione fortissima e ineludibile?
La veridicità delle nostre dichiarazioni è la base su cui si edifica il nostro contratto sociale, e anzi di più la nostra anteriore organizzazione relazionale. Senza quella veridicità non c’è possibilità di accordo, di patto, di organizzazione e di spartizione di compiti e dunque, siamo abituati a interloquire tra noi, quanto meno presumendo che ciò che ci dicono gli altri sia vero, perché è solo quella presunzione di veridicità che ci permette di prendere decisioni.

Tuttavia noi sappiamo che molte persone mentono, raccontano cose false di se, in maniera di volta in volta adolescenziale o puerile, altre volte in vece furba e disonesta, altre ancora invece patologica fino ai casi in cui la menzogna ha un sapore psichiatricamente rilevante.
Tutte queste diverse anatomie della bugia mi avevano all’inizio fatto pensare al mentire come un sintomo la cui diagnosi cambia a seconda della funzione che assume, ma poi mi rendevo conto che tutti i tipi di menzogna afferiscono a una sorta di vettore conduttore, un crinale epistemologicamente dirimente.
Ma andiamo con ordine.

Esempio 1.
Ho un bellissimo ricordo di menzogna sfacciatamente adolescenziale: i miei genitori erano partiti lasciandomi sola a casa con il compito di annaffiare tutte le piante. Io ricordo che le annaffiai svogliatamente e frettolosamente e che qualcuna la lasciai proprio a secco. Quando i miei genitori tornarono mia madre mi chiese subito perché non avessi annaffiato quella certa pianta. Risposi con la massima serietà e contrizione: credevo che fosse finta. Mia madre mi guardò incredula ma in qualche modo disarmata. Il primo scopo della menzogna – che era quello di arginare la sua aggressività e quello di proteggere la mia pigrizia fu dunque raggiunto. Quel primo scopo aveva a che fare con una – moderatamente onerosa per me – difficoltà ad adattarmi alle richieste esterne.

Esempio 2
Gli anni scorsi – non so se duri ancora – alcuni malviventi facevano a Roma la seguente truffa in genere a danni di persone anziane. Intercettavano la persona anziana, dicevano che dovevano consegnare un computer al figlio, la facevano parlare per avere conferma, al telefonino con uno che si dichiarava il figlio e che avrebbe confermato, e la persona anziana, invariabilmente, dava ai truffatori – che l’accompagnavano anche in macchina in banca o alla posta– una cifra intorno ai 1000 euro.
Il primo scopo naturalmente era quello di estorcere dei soldi a qualcuno che altrimenti non li avrebbe dati.

Esempio 3
Conosco un signore che diceva di avere due bambini gemelli, a proposito dei quali ci aggiornava ogni volta che lo incontravamo. Le malattie, gli studi, i successi, i piccoli problemi. Solo in un secondo momento, ossia dopo molti anni, abbiamo scoperto – da altri – che non aveva manco un figlio. Un esempio simile può essere offerto dalla vicenda di Oscar Giannino, quello che invece aveva raccontato a tutti di avere due lauree quando non ne aveva neanche mezza .
Diversamente dai primi due esempi in cui la menzogna è una funzione variamente sleale dovuta a una pressione del mondo esterno, in questi due secondi esempi la menzogna è una funzione dovuta a delle pressioni del mondo interno, per questo cominciano a esulare dal piano morale (all’epoca io mi schierai dalla parte di Giannino) e cominciano a fare testo sul piano psicopatologico. In questi secondi casi, conta più l’idea che il singolo si fa del mondo esterno e dell’opinione altrui, che la reale opinione altrui. Il mondo è pieno di gente senza figli, per non tacere dei D’Alemi non laureati. Per quanto possano esserci eventuali giudizi di valore negativi, sono sempre mediamente tollerabili e arginabili. E certo incide anche il mondo interno che se deve essere vestito di mitico, deve nella sua realtà essere percepito comunque come povero, e svilito, e poco piacevole. In questo senso, il signore senza figli e Giannino senza lauree, qualora avessero avuto rispettivamente i figli e le lauree probabilmente avrebbero sentito bisogno di mentire su qualcos’altro. E’ la loro qualifica su se stessi che non regge il piano della verità e del potere abnorme che accordano al mondo esterno sul modo di percepirsi.

Non conosco il signore senza figli men che superficialmente, e per quanto riguarda Oscar Giannino manco quello. In clinica però capita moderatamente spesso di incontrare finzioni strutturate e date all’analista, ma anche allo psichiatra e all’infermiere considerate vere e anche pericolose. Sono le organizzazioni di personalità paranoidee e hanno una storia diversa. In questo caso infatti – quando per esempio un paziente comincia a temere cospirazioni contro di lui, dal caso più ambiguo dei cattivi rapporti sul luogo di lavoro, a quello più francamente disfunzionale per cui la persona è convinta di essere osservata da spie, extraterrestri, o nemici presi dalla cronaca o dalla politica, è come se il mondo esterno svanisse e il mondo interno facesse tutto da solo, da soggetto e oggetto, con un teatrino in cui, più il problema è importante anche sul piano cognitivo più quello che viene da fuori diventa labile irrilevante, totalmente codificato da quello che invece si agita dentro. Anche in questo caso però la struttura mitica permette lo sbarramento di un accesso, e svolge forse un ulteriore funzione, perché in un certo senso lo sbarramento è impedito anche a chi di quelle paranoie soffre. La proiezione di persecuzione mitica distoglie lo sguardo dal dolore interno, offre una piattaforma alternativa, una negoziazione artefatta con il dolore, che riesce ad avere il barlume di una funzione omeostatica. Meglio parlare di ufo che di reiterati abusi fisici – per semplificare in modo grossolano.

Ho messo tutte queste possibilità in fila, che non esauriscono l’argomento della menzogna. Perché vedo nella necessità contrattuale della verità la porta di accesso della comunicazione, e che mette in comunicazione mondo esterno e mondo interno in molti caso regolando in modo fisiologicamente sopportabile al soggetto la possibilità di comunicazione. La bugia è sempre adattiva o a un esterno percepito come troppo controllante, intrusivo, richiedente rispetto a una norma interna che non gli è coerente, oppure è funzionale al contrario, al desiderio di colonizzare battere intrudere nel mondo esterno, scavalcando le sue regole. In ogni caso non è mai svuotabile di significato e per questo epistemologicamente si più dire che nelle stanze di analisi strictu senso quasi non esiste.

Si può capire cioè che un paziente decida di mentire, succede frequentemente di fronte a terapie imposte da terzi – per esempio i genitori di un minorenne, o un tribunale di fronte a una coppia litigiosa la cui prole è stata affidata ai servizi sociali. Succede in modo relativamente frequente con pazienti che percepiscono i terapeuti come quello stesso mondo che vogliono impressionare, i genitori che vogliono concupire. E certamente intercettare la menzogna è un passaggio importante anche per disvelare dinamiche di transfert, oltre che per raggiungere più agilmente quel canale di comunicazione.
Allo stesso tempo però, siccome siamo costretti strutturalmente alla comunicazione, non esiste bugia che non porti un messaggio ed è il motivo per cui nelle stanze di analisi si tratta di false bugie. Di narrazioni alternative, come sogni, come racconti, come test proiettivi. Nella bugia si consegna una rappresentazione la cui decodifica è solo più lenta delle altre.

 

 

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6 pensieri su “Passeggiata intorno alla finzione

  1. Mi capitava stamattina di leggere uno status di certi che credono al complotto delle scie chimiche, e si domandavano: ma com’è possibile che tutti quelli che sanno la verità, dad esempio piloti, personale delle compagnie aeree, i giornalisti ecc.siano così infami da rimanere complici, in fondo anche loro respirano l’aria avvelenata dalle scie, anche i loro figli! Ovviamente questa è proprio la dimostrazione lampante che non ci sia nessun complotto. Ed era penoso vedere l’energia potente con cui il mondo interno cercava di mantenere diciamo l’equilibrio del sistema, i contorcimenti per tenere in piedi la finzione: per continuare a credere nel complotto, quando il mondo esterno fa irruzione (ad esempio con l’evidente assurdità di migliaia di persone che si sbatterebbero diligentemente giorno dopo giorno al fine di avvelenare l’umanità, tra cui se stessi e i loro figli) , righe e righe di frasi deliranti, rabbiose, piene di punti esclamativi, insulti, auguri di morte.

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  2. Questo è un clamoroso OT di cui mi scuso, ma colgo l’assist offertomi dal commento precedente per reclamare a gran voce un post sulle implicazioni – o cause – psichiche del complottismo (e delle varie diffuse credenze nelle pseudoscienze). Come mai si desidera credere così tanto a una verità alternativa? Gli studiosi del genere e coloro che si impegnano a combattere le false credenze (primi fra tutti in Italia i simpatici cicapini) analizzano spesso le strutture logiche dei discorsi deliranti di queste persone per smascherarne l’inconsistenza. Sono convinta che sul piano personale ci siano però delle cause di tipo psicologico non indifferenti. Mi affascina l’ipotesi ma non so se sia stato affrontato il tema in modo serio. Forse poi non è troppo OT: alla fine si tratta appunto di voler credere alla menzogna…

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  3. Come sempre molto interessante. Credo di aver incontrato bugiardi di tutti e tre i tipi, ma finora non ne vedevo bene le differenze. Mi incuriosisce anche la questione opposta, cioè quando non si riesce a mentire. Può esserci qualcosa di patologico anche lì?

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