Note su altre diagnosi

 

Tra le tante cose che hanno preso forma nel novecento e sono diventate struttura riconoscibile, lessico e metafora, ci sono senza dubbio la psicologia e la psichiatria – e forse possiamo addirittura dire, la psicologia dinamica come disciplina che vede una sorta di convergenza possibile tra le due. Il ventesimo infatti – è stato il secolo in cui non solo hanno visto prendere forma e fama diagnosi storiche come la depressione e la schizofrenia, ma che ha anche dato anche i natali ad altre etichette più sofisticate e recenti, come tutte le diagnosi dello spettro bipolare, e tutte quelle della grande famiglia dei disturbi di personalità, invenzione utile quanto squisitamente novecentesca – in particolare il disturbo borderline di personalità. Questo oggi vuol dire da una parte che queste parole vengono usate nel linguaggio comune, in una sorta di forma ambigua e ibridata per alludere a qualcosa un po’ di clinico un po’ di metaforico sebbene con riferimento a qualcosa di non veramente chiaro, da un’altra invece si correla al contatto diretto con certe diagnosi che cominciano a essere pronunciate nelle terapie, e in qualche caso, riportate in contesti collettivi come la scuola per esempio oppure gli ambiti di lavoro. Siccome sono diagnosi che in diversi casi possono garantire un discreto funzionamento sociale, nonostante implichino livelli di sofferenza drammaticamente alti, suscitano spesso una certa incredulità e l’opinione pubblica rimane perplessa. Tutti questi nuovi casi, sono casi veri? Oppure si sta inventando qualcosa che prima non c’era?

Come per la depressione, il primo modo per far ordine è riconsiderare la questione da un punto di vista linguistico. Noi usiamo certe parole come se alludessero a grandezze molari, la schizofrenia, il disturbo bipolare, il disturbo borderline, l’autismo. Queste grandezze molari corrispondono a sorte di idee platoniche di questo o quel modo di fare: per cui lo schizofrenico è uno che delira e fa il pazzerello, il bipolare è uno che un giorno è triste e uno è allegro, il disturbo borderline di personalità credo che afferisca a un che di vagamente stralunato non meglio precisato, e l’autistico è uno che sta tutto solo e non si allaccia le scarpe. Di conseguenza, quando capita di scontrarsi con queste diagnosi – per esempio una persona la confida ad un’altra riferendosi a un proprio caro, oppure in un pubblico istituto arriva un certificato medico che vi allude per esempio a proposito di uno studente – non sono poche le volte in cui si reagisce con sorpresa: chi si ha davanti infatti si discosta dall’idea che si ha in testa rispetto a quella diagnosi.
Questo accade anche per diverse questioni che forse può essere utile mettere in luce.

 

In primo luogo: il mondo comune usa una sola parola con l’articolo determinativo nella convinzione che esista un solo modo di incarnare quella diagnosi. I clinici però parlano più volentieri di spettro “spettro depressivo” come si è visto per la depressione, “spettro ansioso” “spettro autistico” oppure “area” perché ci sono insomma anche solo psichiatricamente tanti tipi diversi di disturbo per ogni diagnosi, ci sono proprio diverse diagnosi. Per riferirci al disturbo bipolare per esempio, ci sono almeno – la ciclotimia, il disturbo bipolare di secondo tipo e quello di primo tipo. Al grado lieve possono corrispondere alternanze del tono dell’umore significative, accelerazioni e decelerazioni – ma i disturbi bipolari di tipo florido arrivano ad alternare stati depressivi persino catatonici ad accelerazioni spaventose che possono procurare allucinazioni. Non sempre per altro vissute sotto l’egida dell’allegria e del buon umore ma spesso nel turbinio di una agitazione angosciata e molto dolorosa – che può essere anche pericolosa per se.   Non è raro per esempio il caso di pazienti che con forme gravi, quando sentono arrivare il picco maniacale chiedono un ricovero per proteggersi.

 

In secondo luogo, nell’immaginario collettivo le diagnosi importanti conducono invariabilmente a malfunzionamento cognitivo e costante disperazione, e questi elementi devono essere invariati e continuativi, se no la diagnosi non è credibile. Perché uno abbia una diagnosi, qualsiasi diagnosi cioè deve stare sempre malissimo ed essere sempre molto incongruo, entrambe le cose poi in modo immediatamente percepibile. Invece il fatto è che sia il malessere che le eventuali incongruenze – che possono starci quanto nei disturbi bipolari quanto in quelli di spettro borderline – non sono grandezze molari e sono fortemente collegate ai contesti relazionali. Moltissimi stati di malessere per esempio conservano una sorta di funzionamento alle volte totalmente inconsapevole, di carattere prestazionale; per cui è tutt’altro che infrequente il caso in cui non solo un certo comportamento disfunzionale o sintomo di uno stato di sofferenza, non emerga in contesti relativamente poco familiari, ma può capitare che venga mascherato o contenuto con persone a cui si vuole bene e di cui si teme il giudizio. Un uomo molto sofferente per esempio può essere terribilmente pesante con la moglie – anche perché nella relazione con lei si verifica un gioco di incastri di patologie – ed essere molto charming con la figlia di fronte alla quale consapevolmente o meno ci tiene a mantenere un immagine di se più integra. Naturalmente più certe patologie sono avanzate, più scarseggiano le risorse e le capacità di resilienza più si contaminano tutti gli ambiti relazionali e i modi di comportarsi risultano omogeneamente sintomatici. Ma credere che solo perché un sintomo non sia immediatamente percepibile nella nostra relazione allora sia un sintomo inventato – è molto ingenuo.

 

In terzo luogo, nel lessico condiviso è filtrato un uso psichiatrico delle etichette diagnostiche, mentre è ancora piuttosto deficitaria una lettura psicodinamica degli stati di malessere. Il criterio psichiatrico tende a fornire degli schemi di riferimento basati su ricorrenze, sul calco del modello medico tradizionale. Un modello insomma si suol dire, nomotetico. Basato cioè su leggi, fenomenologie ricorrenti. E’ un modello che quindi fa pernio sull’osservazione delle somiglianze, e che crea raggruppamenti e che quindi facilita un po’ quell’approccio collettivo alla psicopatologia che incarna certe diagnosi in forme generiche – anche perché fa riferimento a una lettura biologica del corpo, che trascura un po’ l’impatto che l’ambiente ha sulla stessa biologia del cervello. Invece per quanto possa essere una banalità, le persone sono molto diverse l’una dall’altra, le loro modalità di adattamento e di disadattamento sono estremamente soggettive, e per questo sono solo blandamente assimilabili. Se l’etichetta diagnostica è per esempio utile ai clinici di diversa formazione per comunicare l’un con altro, oppure per ottenere delle informazioni di massima sulle terapie al loro decollo, in verità all’interno della psicoterapia è fondamentalmente inutile. Una parte consistente della psicoterapia sarà piuttosto orientata a capire la funzione che quel certo comportamento ha nell’economia della persona – e queste funzioni possono essere molto molto diverse da caso a caso, ed essere usate in maniera molto molto diversa. La considerazione di questo crea quello che per molti è l’area di comunicazione problematica tra psichiatri (vecchio stampo) e psicoterapeuti: perché la diagnosi è il gruppo di sintomi con cui si identifica il problema, mentre per gli psicoterapeuti la diagnosi non è proprio niente, è anzi cioè la soluzione al problema che sta nella storia.

 

Questo spiega quel senso di parziale straniamento che capita quando si viene in contatto con una diagnosi, quel senso di perplessità e di mancata corrispondenza. Il paziente a cui la diagnosi si riferisce non risponde al nostro immaginario, e noi veniamo ancora da un mondo in cui quelle diagnosi non c’erano. Non è però che non esistessero quei comportamenti o quei malesseri, non avevano un nome a indicarli. Ora che c’è il nome si comincia a usarlo e a creare dunque quella sorta di illusione ottica, dell’emergere di un fenomeno.
Il che naturalmente non è che non implichi una sorta di moda delle diagnosi, un innamoramento dell’opinione pubblica di qualcosa che prima non c’era e ora arriva nuovo e rifulgente. Ma credo che prima di tutto ci sia questo tipo di problema. La reazione collettiva all’ingresso di una nuova prospettiva e le sue complicate regole.

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