A proposito di “Perfetti Sconosciuti”

 

Quando feci, molti anni fa la mia tesi di laurea in psicologia per la triennale, che era sugli archetipi femminili nel cinema, imparai una cosa preziosa grazie alle critiche femministe. Quando in un film arriva alla fine un finale di tre nanosecondi che ribalta le sorti della vicenda, rimettendole in asse con l’aspettativa sociale, quello è un excamotage per mettere in scena qualcosa che si teme sia vissuto come indigesto, che si teme possa essere sanzionato moralmente. Allora si fa così: ci si gode l’oggetto proibito per tutto il primo tempo e nove decimi del secondo, poi nell’ultimo decimo si dice una cosa come non è vero mica che famo così. In questo modo si tagliano, spesso con successo, le gambe alla critica ideologica e apposto così. Negli anni 50 questo tipo di stratagemma era applicato a tutte le donne ardimentose che facevano cose zoccolesche ed emancipate e che venivano ricondotte all’ovile proprio alla fine. Negli anni 90’ dopo la tempesta del politically correct un film politicamente scorretto che faceva umorismo rivoltante sull’obesità si risollevava con lo stesso stratagemma in corner virando in un salvifico quanto lattiginoso buonisimo. E ora, rivediamo la stessa strategia in perfetti sconosciuti, film dalla sceneggiatura deliziosa, dalla recitazione perfetta – con personaggi davvero attendibili (anche se una nota la merita la psicoanalista, il Signore li perdoni, quanto di più lontano dalla categoria e dai suoi difetti si possa immaginare) film insomma davvero godibile – ma la cui retorica di fondo è più o meno.

Ah la contemporaneità ah nun se sarva nessuno.
Ah ci avemo tutti i segreti
Ah gente ipocrita che fa tutte cose brutte e si nasconde
Ah la menzogna menzognera!
Ah semo tutti un po’ demmerda. Anche parecchio.

E a seguire:

E se ci dicessimo tutti la verità?
Se ci dicessimo tutti la verità sarebbe teribbile perché come se disceva sopra semo gente demmerda.

Questa tesi per altro l’avevano già espressa due valenti registi nostrani mi pare, in diverse opere, Carlo Verdone quando ha smesso di voler far ridere, e l’ineffabile Muccino. E’ comunque molto cara al cinema: La finzione! La gente demmerda! Ah come siamo condannati a vivere male, perché tanto siamo dei bruttoni pieni di atroci segretacci, pusillanimerie, cosuccette, debolezze da povirazzi, nessuno spende una parola di conforto – io regista per altro non so bono proprio, figurati se ci riesce quella la analista (che orrore! Si vuole rifare le tette! Diludendi). Siccome io regista e io occhio culturale proprio non lo so che è la comprensione dell’altro ecco, che ti faccio sto epos tragico daa cena tra amici con un primo finale, quello vero teribbile, di tutti che sono cattivi e tutti che stanno malissimo, ma siccome ci spaventa questo pessimismo cosmico di tutti cattivi, ci mettiamo in corner il finalino edificante e atto a dissimulare il moralismo rivoltante (non ho mica detto che siamo delle merde! Non ho mica detto che con gli amici ci comportiamo di merda! Ho detto che siamo frangibili. Eh).
Il film:

Una coppia di amici che si vede per cena. La padrona di casa psicoanalista gnocca, in barba sia a quella comprensione dei segreti altrui che di solito struttura una vocazione professionale anche in termini perversi, sia alla saggezza che le dovrebbe far evitare di apparire così stronza che poi non le mandano più uno straccio di paziente, propone di mettere in viva voce tutte le telefonate che arrivano, i messaggi e i uotzappi, così da vedere se gli amici cari ci hanno qualche bruttoneria da nascondere.

E in effetti.
C’è una coppia dove lui va in analisi e alla moglie analista non lo dice (bruttone) la moglie analista che si rifà le tette ma non lo dice (bruttona). Un’altra coppia dove lei ha ammazzato uno in un incidente stradale e poi è diventata alcolizzata (bruttona) e il marito gli mette le corna con una ragazzina di vent’anni (bruttissima zoccola proprio più di lui e lui altrettanto bruttone ca va sans dire) un’altra coppia dove lei non pole avere figli e rosica (bruttona) e lui la cornifica con un’altra e la mette incinta (bruttonissimo) un frocio che nasconde la sua frocità(pavido bruttone). Più altre bruttonerie che ho tralasciato. Ogni volta che squilla un cellulare esce una bruttoneria nacosta, e la reazione degli storici amici è più o meno: a. bruttone b. bruttone perché non ce l’hai detto. L’unica ipotesi di blanda magnanimità anche se piuttosto fregancazzo è del marito chirurgo che sta con la psicoanalista gnocca, complessata sulle zinne, e perfida. Ma non è che per gli amici alla canna del gas se stracci proprio le vesti.
Ogni tanto, a dire il vero, c’è qualche slancio di solidarietà femminile tra cornute, che però il regista mi pare interpreti più in termini di solidarietà di classe o corporativismo che in termini di bontà. Sempre togliendosi qualche sassolino psichico raggiunge l’acme dello stereotipo consociato cornuto quando inquadra la psicoanalista mentre sputa in un occhio il cornificante. (Qui ci sarebbe un importante capitolo di Gabbard e Gabbard del loro imperdibile libro sulla rappresentazione degli psicoanalisti al cinema).

Ci sarebbe da contestare la mitologia della trasparenza, e una sorta di estetizzazione d’accatto del controllo sociale. Buona parte della reprimenda del film infatti si incardina sul nascondimento e paventa un presunto obbligo morale alla dichiarazione urbi et orbi dei propri cavoli privati. L’analista non ha detto a tutti pure al pizzicarolo che era scontenta delle sue tette! I cornificanti con le – ipso facto strappone, che ve lo dico a fa – sono colpevoli di un tradimento che è del collettivo più che della coppia, e insomma tutto questo ben congegnato film sembra avere la regia di un social network per cui sei colpevole perché hai una tridimensionalità privata, sei colpevole perché non sei costantemente dichiarato a te e ai tuoi cari. E quando il meno stronzo di questa comitiva di stronzi dice, ah questo oggetto ci sta rovinando, alludendo al telefonino vien da sorridere. Quel telefonino è il mezzo nuovo per qualcosa che ci è sempre stata, ossia la vertigine della vita privata, a cui oggi ci si chiederebbe ossessivamente di rinunciare. Ma questo è il meno.

 

Il più è che, al di la degli indubbi meriti di una sceneggiatura piacevole e ben scritta , di una buona recitazione e anche di una buona regia, questo tipo di film risulta quanto mai consolatorio, non già per il finale fasullo, quanto per quello reale e implicito: l’esito naturale, delle trame avviate. In primo luogo perché lo sfascio della vita altrui suona come la giusta nemesi e la degna catarsi per uno spettatore che o ha evaso le tasse, o ha pure lui cornificato, oppure pensa cose immonde bruttone daa sociera, in secondo luogo perché di questi tempi, la resa, la presa d’atto che tutti siamo merde, il frigno estetico conclamato et autocosciente – ah ajuteme addì autocosciente – è il balsamo della nostra inettitudine. Non si fa niente per nessun altro salvo che per un interesse di parte, siamo frangibili ma perché fondamentalmente non ce ne cale di non essere contundenti, mai di pensare le ragioni dell’alrtro, ma piuttosto uuuuh gli alti lai dell’umano destino, aaaah la tragedia davvero proprio! Ed è per questo che io alla fine di questo film davvero piacevole ho vivamente pensato. Ma se questo regista anziché fracassarci i maroni per altro piacevolmente con questo piagnonismo così ben confezionato, se ne andasse a lavorare in una casa famiglia nevvero, ma nzarebbe meglio? In un’unità di strada per i senza tetto non ci sarebbe più utile? Pure alla FIOM tiè farebbe cosa buona.
Poi, potrebbe tornare a fare i film, dopo un tirocinio nel mondo dei vivi.

 

E’ assolutamente lecito produrre opere d’arte, film libri etc, che non abbiano il dovere di essere edificanti. Ma io temo che questa retorica abbia esaurito il suo ruolo culturale. Forse per un certo momento storico è stato bello – siamo grati alla catartica assunzione di responsabilità di un America oggi, di un Magnolia, di un Festen. Dopo la sbornia dell’happy end l’overdose di mulino bianco, avevamo bisogno di un po’ di ciniche prosettive luciferine e senza scampo. Ma ora questa roba è la maniera di se stessa, e nel nostro contesto politico è la celebrazione della nostra inanità. Forse dobbiamo inventarci culturalmente qualcosa d’altro. Liberarci di questa trasversale posa intellettuale che non riesce a restituire il santo insieme al demone, e fermandosi al demone alla fine annoia. E se ci pensiamo è proprio questo che ora troviamo nelle serie televisive di alta qualità, che dai Soprano a Game of Thrones a oggi ci siamo visti con tanto piacere e imparando tante cose, tante sfaccettature, tante chiavi di accesso alla relazione privata e a seguire alla relazione politica. Forse questo tipo di regista dovrebbe buttare un occhio su quel tipo di telefilm, l’esercizio potrebbe essere: cerca in questa sceneggiatura il momento di generosità e la persona buona. Nelle migliori ce n’è sempre, non di rado addosso ai cattivi.

 

( O forse, un consiglio. Leggere Marilynne Robinson – Gilead e fare un film di quella trama e soprattutto di quello sguardo morale e umano, così come sfida ed esercizio. )

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4 pensieri su “A proposito di “Perfetti Sconosciuti”

  1. pensa che invece io sono uscita con un senso di solidarietà: non “sono tutti cattivoni”, ma “siamo tutti fragili”, ognuno a modo suo, che ci possiamo fare

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  2. Mah, io ho semplicemente pensato al fatto di quanto sia sacrosanto avere una parte privata che non racconteremo mai a nessuno, neanche a nostro marito. Certo, il film parla di grossi segreti, ma io ho pensato soprattutto a quelli piccoli, come una sorta di ecologia per la mente. Si, concordo che la psicanalista è la figura meno riuscita, a me ha colpito la sua inettitudine totale con la figlia che non era credibile. Però nel complessivo ho trovato un film scritto bene, con dei dialoghi che filavano, ma anche molto romano, in Friuli non ci si parla così tra amici, non esiste quella sottile ferocia, si offenderebbero tutti. Si, il finale inutile ma per me non consolatorio perché così tutti continuano a vivere nella menzogna e a stare malissimo mentre nell’altro caso sulle ceneri poteva nascere una vita vera.

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  3. La visione lucida che hai della contemporaneità è sempre illuminante. Certi film non riesco più a guardarli, proprio per i motivi da te descritti. sono sicuramente ben fatti, piacevoli, ma raccontano un mondo e un immaginario davanti al quale non riesco a sospendere la credulità.

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