it don’t mean a thing

 

 

E’ il tipo d’uomo che lascia l’ufficio non proprio tra gli ultimi ma manco tra i primi, perché ha sempre saputo misurare le sue forze, scommettere il giusto sulle sue ambizioni certamente consistenti ma mai esagerate, ha sgobbato insomma nell’orario concordato col sindacato e anche oltre ma di poco, non ha mai attaccato direttamente nessuno, salvo rarissimi ed estenuati casi. Un maschio di una giovialità ordinata e di un piacevole buon senso, e anche quel tipo di intelligenza che fiuta quasi involontariamente certe cose che sono prossime nel tempo e nello spazio, ci ficca se stesso e tutti i suoi. Quel cane di razza che si tengono le aziende ben quotate.

In tempi lontani e remoti, era stato un bambino perplesso, un bambino che dentro ne aveva un altro che scuoteva la testa, specie nei primi incontri con le passioni travolgenti dei suoi compagni. Non che non le capisse o non le provasse queste passioni travolgenti: l’odio feroce per quello stronzo dell’altro cortile, la carnale dipendenza da oggetti ed eventi, come le hot wheels per cui Emiliano suo cugino aveva pianto calde lacrime quando non erano comparse sotto l’albero di Natale , o quella partita che un’altra zia aveva negato, incazzata nera a quell’altro suo cugino, perché le aveva risposto male. Certo quelle passioni le capivano lui e il suo bambino interno, era solo il completo affidarcisi che risultava estraneo – l’identificazione totale, la scommessa senza avanzi.
E quella catartica resurrezione di costoro suoi coetanei, che a ogni lutto, ogni gelato mancato, ogni macchinina perduta, ogni onta sul campo e sulla strada, risorgevano come nuovi, come vergini pronte a una nuova ustione.

Non gli sarebbe mai riuscito.
Soltanto con le donne, avrebbe tentato una curiosa carriera di romanzi. La prima, sua madre, era stata splendida e magica e scolpita, e – come tutte le madri di chi ha un gran senso dell’umorismo difettosa in fatto di calore – ma in una maniera sottilissima, non propriamente dannosa, qualche volta forse lievemente scivolosa, labile. Come se ogni tanto tra se e il figlio aprisse una fessura profonda tutto il mondo per quanto agilmente scavalcabile.
Ma certo che bei ricordi con quella sua prima stupenda e potentissima fidanzata.

Da lei in poi sarebbero arrivate altre ragazze molto belle e scolpite e certo anche amorevoli e pazienti, che lui avrebbe scalato con una dedizione sconosciuta a quell’altro suo bambino interno perplesso, avrebbe sedotto ed esplorato, ma anche e soprattutto a cui avrebbe volentieri obbedito, cercando di accucciarsi il più vicino possibile alla rapida fessura che la donna mette tra se il mondo, a volte penetrandola con il corpo e l’umorismo, altre lasciandosi soggiogare da tirannie dialettiche nella cui quintessenza c’era proprio quella vertigine incolmabile. Con le sue donne si sentiva sempre di spendersi e insieme, di guardarle interdetto. Come se mentre lui è in bagno e lei si veste brontolando perché non ha fatto una certa cosa, pagato un certo conto, chiamato una certa persona, e abbottona la camicia con una riottosa decisione, lui sentisse sempre un mondo concluso di sentimenti e rabbie e desideri di cui è solo mezzo, e come se si chiedesse ogni volta, come faccio a essere visto e dirle che la vedo?

E non sa spiegarsi quindi qual è il motore che lo porta alla fine e alla nuova seduzione, donde nasce la corruzione delle cene romantiche, l’usura del sorriso, la resa all’asprezza. Diventa sempre di più uno di quei gentili ragazzi invecchiati, col tempo guadagna una sportiva eleganza, aprendo con grazia portiere di macchine neanche troppo sportive, nuovi occhiali riducono lo spessore delle lenti, la palestra è importante, ne esce tre volte a settimana con l’asciugamano sulla spalla, e se ne va così per le cose e per il mondo, con l’angustia di volerle toccare del tutto, sempre nel dubbio di non poterlo fare o di aver scelto l’angolo sbagliato per prender la rincorsa.

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9 pensieri su “it don’t mean a thing

  1. la corruzione delle cene romantiche, l’usura del sorriso, la resa all’asprezza.
    che solo in questa frase c’è già una storia, ed è uno dei più belli tra i tuoi post bellissimi, grazie

    Mi piace

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