Lavorare in emergenza con le donne vittime di violenza

Premessa.
Qualche giorno fa ho partecipato a una riunione di risorse territoriali per un progetto riguardante la violenza di genere. Era un po’ di tempo che non mi confrontavo con l’esperienza di trincea, che io stessa avevo fatto in passato nei centri antiviolenza, e ho riconosciuto ancora una volta le difficoltà materiali e psicologiche di chi si mette a disposizione per intervenire nella fase di sostegno di maggior impatto, ossia gli operatori di primo soccorso, per la verità operatrici, che sono quelle che devono trovare una risposta quando una donna si presenta e dice che qualcuno la vuole ammazzare. La riunione si era fatta molto animata e concitata perché il problema di questi operatori di confine è in buona parte dovuto alla cronica assenza di risorse – per cui quando arriva la donna al pronto soccorso per esempio o chiama in un centro per trovare riparo – spesso non si riesce a trovare un posto dove farla andare, questo bisogna dire non solo per l’assenza cronica di strutture sul territorio (Roma ne ha tantissime poi se si fa il paragone con molte città del sud assolutamente sguarnite) ma anche per le restrizioni che molti centri pongono, specie nei confronti delle donne con bambini (che paradossalmente invece sono quelle più in pericolo: la gravidanza è spesso ciò che slatentizza qualcosa che è rimasto inespresso). Dunque queste operatrici erano giustamente esasperate e angosciate per dover dire, a una persona che le contatta, magari con un taglio sul volto o un occhio nero, magari con un referto di pronto soccorso, che se torna a casa quello la ammazza – beh mi spiace, deve dire questo operatrice torna a farti ammazzare.

Ci sarebbe un discorso da fare probabilmente, non solo sui soldi che le amministrazioni sono disposte a spendere, ma anche sulle gestioni e sui bilanci delle singole associazioni, materia in cui non voglio entrare ma che, stante la varietà dell’offerta meriterebbe un lavoro a tempo pieno, perché da una parte non ci sono standard di intervento, dall’altra ci sono gestioni dei fondi presi in appalto che meriterebbero una disamina. Invece quello di cui vorrei parlare qui, anche perché mi sento di poter dire più cose in materia, riguarda la gestione psicologica dell’oneroso compito dell’operatore di trincea, di colui il quale si trova in varie circostanze, a fronteggiare il problema dell’emergenza.

Che poi, si tratta di una circostanza a cui magari certe figure professionali si trovano maggiormente esposte per statuto, ma che possono capitare in svariate circostanze lavorative ed esistenziali. L’emergenza arriva da un medico generico, arriva da un poliziotto qualsiasi, arriva da una amica stretta, arriva tutt’altro che infrequente in uno studio di psicoterapia. E’ emotiva, teatrale, coinvolgente, abnorme. Si pone con circostanze potenti: armi, coltelli, gesti impossibili : uomini che legano, che sbattono la testa della compagna su un muro, che rompono arti. Uomini che urlano minacciano, e dicono cose terribili. Scene che si svolgono davanti a bambini, o in cui qualche volta sono coinvolti i bambini stessi.
Salvatemi! Salvatemi Ora.

Allora, fermo restando che sul piano pratico la prima cosa da fare è trovare una soluzione pratica, vorrei provare a mettere in campo alcune considerazioni analitiche, che possono essere utili nella circostanza. Per agilità, procederò in modo schematico.

E’ sempre bene avere chiara qual è la premessa deontologicamente scorretta per cui si svolge una professione di aiuto di impatto così coinvolgente, e così costosa – come l’operatore di frontiera. Raramente ci si trova per caso in certi ruoli, e più spesso quando li si occupa si ascolta un’omeostasi interna che non è delle più generose. Non bisogna fidarsi mai, e credere del tutto al fatto che l’urgenza etica di fare del bene sia il motore di una scelta professionale o di volontariato. In nome di quella stessa urgenza etica è bene pulire il campo da disonestà intellettuali anche se involontarie e farsi delle domande – meglio sarebbe una terapia individuale o di gruppo (l’ideale sarebbero dei gruppi presso gli enti in cui si svolgono certe attività: unità di primo soccorso, centri antiviolenza, i vari luoghi del volontariato) che aiuti a capire qual è il gancio dell’equazione personale. Le direzioni, non sempre gradevoli da scoprire, possono riguardare tante cose, il genuino piacere dell’asimmetria tra salvatore e salvato, il parossistico tentativo di curare proprie simbologie interne nella vita degli altri, non di rado il guarire le colpe dei padri nel proprio corpo di figli, oppure di emulare i padri o le madri, il sentirsi molto belli e buoni. Tutte queste dimensioni offrono molta energia ma vanno viste misurate e smussate, per evitare pericolosi effetti collaterali a se e agli altri, negando loro libertà di crescita e libertà di stallo, andando poi incontro a cocenti frustrazioni, e – frustrazione su frustrazione – burn out senza ritorno.

Se il motivo politicamente scorretto infatti viene scotomizzato, l’aiutato in situazioni di emergenza, viene investito di un ruolo sacro, vitale, perché dalle sue scelte dipende il proprio destino. Egli deve salvarsi per salvare noi, salvarsi per farci sentire buoni, salvarsi per esserci grati, salvarsi per salvarci dalla terribile profezia di sventura, per cui se non obbedisce al luminoso destino che noi pensiamo per lui, ne deriverà una rabbia terribile, un grandissimo senso di frustrazione.
E questa cosa l’altro la fa molto frequentemente. Nel nostro caso, l’altra. Per molti motivi. Il primo è che nei guai spesso ci finiscono persone che hanno un’organizzazione psicologica che le mette nei guai. Come noi abbiamo bisogno di salvarle loro si sono nutrite, fino a quel momento, di quell’incastro patologico violento. Liberarsene potrebbe non essere un passaggio molto agile, psicologicamente, e che vuole del tempo. E’ antipaticissimo da dire, ma frequentemente la violenza è un sistema della coppia, un gioco di incastri e quindi sciogliere il vincolo non è semplice – non è remota per esempio la possibilità che una donna decida di denunciare un marito perché lui per primo ha rotto un patto interno – tradendo per esempio, oppure perdendo dei soldi. Come operatrice, mi è capitato spesso. Nello specifico della violenza di genere poi, specie considerando casi in cui lei o entrambi non sono italiani, spesso il maschio violento ha la possibilità di controllare molte delle risorse possibili per la donna – relazioni, possibilità economiche, in qualche misura anche lavorative. Trovare il coraggio di tuffarsi nel mondo senza un lavoro, senza la vecchia rete dei contatti è un gesto eroico e che impensierisce per cui, anche questo è un ottimo motivo per la donna che decide di uscire da un circuito violento di ripensarci.

In ogni caso, se la donna che prova a mettere il naso fuori da un vecchio sistema, dovesse vedere negli occhi del suo interlocutore l’urgenza di una salvezza non propria, una vocazione di ordine ideologico, una chiamata alle armi che non combacia davvero nel suo interesse, essa si ritrarrà immediatamente. Ma bisogna sopportare il fatto che la prima uscita nell’emergenza: mi ha picchiata! Non sia quella che la porta subito fuori dal contesto violento.

Bisogna poi tenere a mente, la stessa psicodinamica dell’emergenza. Che è per struttura un’arma a doppio taglio. La fuga nell’emergenza si connota psicologicamente come una sorta di delega psichica del rischio e del cambiamento, che porta con se ricadute regressive. Prenditi tu la mia vita in pericolo! Io non la reggo! Io non ho posso, io vedi sto malissimo! Sto piangendo! Sii la mia madre e il mio padre, io sono la tua figlia in pericolo. In quanto tale non coincide necessariamente con una maturazione interna, una forma di reale desiderio di cambiamento che porti a un cambiamento di vita importante. Ma senza quella rotazione interna, sarà difficile avviare il cambiamento, perché per cambiare vita, con anche tutte le risorse territoriali del caso, ci vogliono molte forze e una motivazione strutturata. Ci vuole una costellazione psicologica che porti alla progettualità. Questa cosa può essere di sostegno quando si è per esempio in un consultorio o in un pronto soccorso a un telefono amico, e arrivasse una prima segnalazione a cui non si riesce a dare subito un aiuto materiale. Per affrontare anche la scelta materiale di spezzare una relazione violenta occorre che la donna sia pronta, e alla prima sortita dal suo contesto difficilmente lo è. Proprio per questo purtroppo molto spesso le donne che si rivolgono ai centri cambiano idea, e proprio per questo, quando un operatore di emergenza non riesce a trovare subito un ricovero per lei, lo trova magari un giorno dopo, lei non è più disponibile. L’emergenza è solo una presa di coscienza, che per altro ha nel suo statuto qualcosa di paralizzante – fermi tutti! – aiutatemi, ma il grosso deve venire dopo.

Non sono certo io dunque a giustificare la grave assenza di risorse per i progetti di tutela per i cittadini nelle varie forme. Trovo che gli operatori di trincea in tutte le loro declinazioni siano scandalosamente sottopagati, e trovo che queste basse retribuzioni siano un cancro che produce non solo un’ingiustizia sul piano del diritto del lavoratore – un’operatrice in un centro antiviolenza quanto prende oggi? Sui 700 euro per trenta ore settimanali di lavoro– ma anche sul piano della  qualità del lavoro: perché legittima l’estetica del martirio, della dedizione alla causa, e di un’asimmetria che poi finisce di avere per complemento oggetto una congerie di martiri che devono per forza essere grati. Altro che empowerment.
Certamente inoltre,  un posto letto disponibile su tutta Roma è un dato che grida vendetta, come la sua assenza in altre regioni, però quando si lavora sul campo bisogna anche evitare di cadere nella proiezione psichica condivisa e richiesta dall’utente dello Stato, che lo vede come una madre esageratamente buona – quindi pessima – che deve avere tutto per tutti e subito, letti a iosa e cibi e posto di lavoro immediato e sicurezza immediata e tutto immediato. Per quanto la persona che si mette davanti a noi sembra in un momento di angoscia e di grande difficoltà senza unghie e senza pelle, noi dobbiamo aiutarla a ritrovare i mezzi potenziali, e a esplorare le sue risorse. Aiutarla ad avviare un processo.

In ogni caso, il fatto stesso che una donna sia riuscita a emergere nell’emergenza, a scappare fuori e a usare un oggetto esterno alla coppia, al suo lessico e ai suoi riti distruttivi, è una cosa importante che va premiata e che può tranquillizzare un po’ l’operatore. Potrebbe essere il segno di una risorsa che potrebbe cominciare a dispiegarsi da quel momento in poi, anche se non trovasse soluzione immediata e dovesse tornarne a esporsi a dei rischi. Io credo perciò che l’operatore che lavora in emergenza non deve dare peso soltanto alle soluzioni macrosistemiche che offre – una via di fuga, una denuncia penale, un posto letto – ma che sia molto importante anche quello che dice, la lettura che costruisce con la persona di quanto accaduto. Perché se è vero che l’emergenza è una situazione per certi versi di allarme e pericolo, per altri di regressione infantile, per altri ancora è proprio per questi primi due fattori un momento in cui la persona può raccogliere delle cose, può prendere un nuovo sguardo sulla realtà, e portarselo dietro. Se non regge o non trova la soluzione immediata subito, la potrebbe costruire in un secondo momento, con maggior successo.
Se non volesse farlo, dobbiamo anche mettere in conto la sua libertà a proposito della sua vita.

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4 pensieri su “Lavorare in emergenza con le donne vittime di violenza

  1. Costanza, approfitto di questo post per chiedere una cosa che non riguarda le emergenze però è credo almeno parzialmente in tema. Nel mio comune, sta nascendo un progetto che si chiama “Famiglie in rete” in cui alcune agenzie del territorio, tra cui i servii sociali, se non ho capito male, cercano di coivnolgere famiglie disponibili ad aiutarne altre in difficoltà, prima che si arrivi all’emergenza. Esempio: madre separata che lavora sta fuori tutto il giorno, il figlio se ne va in giro invece di studiare, un’altra famiglia si offre per tenere il ragazzino al pomeriggio nei tali giorni in modo che non stia per strada ma faccia i compiti. Ora a me da un lato sembra una buona iniziativa, ma dall’altro ho delle perplessità su come, almeno io personalmente, potrei avere difficoltà ad aiutare in modo efficace. In questi anni mi è capitato spesso, se qualche compagno dei miei figli aveva difficoltà a raggiungere asilo o scuola e ritorno, di accompagnarli regolarmente. Quando dall’altra parte c’è correttezza, educazione, o quel po’ di cordialià, tipo lasciami tuo figlio a giocare un pomeriggio, o ti offro un caffè, insomma quella reciprocità minima che a me sembra indispensabile in un rapporto tra pari, la cosa era, ed è, per me, molto semplice, e lo sforzo materiale non mi costa nulla. Ma quando questa reciprocità viene meno io mi sono resa conto di trovarmi in un forte disagio e di viverla come un approfittars e per dirla tutta mi incazzavo come una biscia. tipo: ti porto tua figlia ogni giorno e tu manco sai il mio nome, quello dei miei figli, e se hai bisogno lasci detto all’asilo che mi riferiscano piuttosto che chiamare direttamente me? O già ti porto la bambina a cinquanta metri da casa e tu però non mi vieni puntuale nel luogo convenuto così ti devo venire proprio sotto casa, scendere, citofonare, aspettare io ecc. con tutto che sai che ne ho già tre miei da prendere in due scuole diverse e magari un altro da accompagnare? Una volta ho suonato e non c’era nessuno, ho dovuto tenere la bambina con me per due ore (avevo altri impegni e mio padre appena uscito dalal sala operatoria), telefonato a destra e a manca per rintracciare uno dei genitori, e alla fine non un grazie, uno scusa, una telefonata per spiegarsi. Sono i casi in cui uno bravo, o uno che lo fa di mestiere, dice: va be’ ma io lo faccio per la bambina, me ne frego dei genitori. Invece io il giorno dopo ho smesso di accompagnare la bambina ( che pure, per fortuna all’asilo ci viene) ma con grandi sensi di colpa e amarezze. Cioè, in un rapporto tra pari, se tu ti comporti scorrettamente con me io ti mando liberamente affanculo; se invece non ti posso mandare affanculo perché poverino, c’è un’asimmetria, ed è questa asimmetria che mi son resa conto di non saper gestire. Perciò sull’aderire a questo progetto, andrò a sentire di che si tratta ma sono perplessa sul dare eventualmente un qualche tipo di disponibilità… Mi domando, per i non professionisti, è meglio limitarsi ad aiutare solo quelli con cui si è a proprio agio? O invece un aiuto concreto pure diciamo venato di connotazioni non proprio giuste, è comunque meglio di niente, in fondo l’importante è che il ragazzino stia a fare i compiti invece che in strada?

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  2. Questo è un tema molto importante nella vita degli operatori sociali che lavorano nell’alta marginalità: senza fissa dimora, prostituzione e tratta, violenza. Un tema di cui si discute molto molto poco. E di cui i protagonisti non sono molto coscienti. Ti è capitato di fare supervisione a gruppi di operatori?

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  3. Ieri sera in una puntata di “Amore criminale”, che in genere non seguo ma dove sono capitata durante lo zapping (e rimasta, forse anche per aver letto da poco questo post) si raccontava la vicenda di una giovane siciliana, uccisa dal marito. Il contesto economico non era drammatico, ma lo era quello culturale e famigliare. La ragazza, vittima di abusi da parte del marito, lo era stata anche da parte del nuovo compagno della madre, alla quale era stata quindi tolta dai servizi sociali. Il marito non sa leggere e scrivere e sospetta della moglie perché va su facebook e legge i messaggini, che lui non può controllare, e questa cosa lo manda ai matti. Facile immaginare come questo divario culturale faccia da scintilla. In paese c’è una visione ottocentesca della donna: la madre di lei, dopo che la figlia è cresciuta nella casa famiglia, la accoglie a 17 anni e poi la rifiuta perché la considera una di facili costumi. L’amico del marito abusante, mentre questo la insulta per strada, le urla dietro che deve stare zitta, perché la brava moglie fa quello che dice il marito. Le violenze (anche sessuali) sono compiute davanti alle due figliolette. E questa ragazza tutto sommato si ribella, non sembra accettare come normale ciò che accade, ma è completamente isolata, con l’unica eccezione di una o due amiche, di una sorellastra poco partecipe e di qualche contatto su facebook. Dopo la violenza sessuale lo denuncia e si separano. Lei torna dalla madre, ma le figlie fanno confusione, il patrigno non le vuole e le tre vengono nuovamente cacciate. La ragazza torna dal marito, che durante l’ennesimo litigio la fa fuori. La mette in un fusto di metallo e la brucia con il cherosene. Il fusto ha bruciato per giorni, così tanto che non è rimasta traccia di DNA nelle ossa. Da questo programma, dalle parole degli avvocati, dei poliziotti, dei famigliari, si trae l’impressione di un mondo in cui due ere storiche (la nostra e una molto più arretrata) convivono, come in mondi paralleli che non si toccano, se non superficialmente, in alcuni aspetti del costume o della moda, il cellulare, la passione per i tacchi alti… Viene da chiedersi come sia possibile, e quanti paesi esistano all’interno dei confini del nostro paese, quante Sicilie esistano in tutta Italia (non mi stupirebbe se cose analoghe succedessero da qualche parte in Veneto, non so…). Non so se la fotografia sia realistica (l’idea è che il fenomeno e l’humus culturale che lo protegge siano piuttosto diffusi) e non so nemmeno se il tono del programma sia quello giusto (il tono è “povera ragazza” e “brutto cattivo lui”, come se il fatto di essere “cattivo” piuttosto che “buono” fosse sufficiente a spiegare il fatto che uno diventa un assassino). Ma lo sconforto è comunque grande.

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