All Blues

 

Pensavo in questi giorni che comincia il festival di Cannes, specie a ridosso della fascinosa polemica sul vestito ammicchino/ marinaretto di Susan Sarandon, che questi tappeti rossi dell’industria culturale, rappresentano una sorta di bollettino medico dell’estetica occidentale, per quel che riguarda le donne. Dove si possono spingere, dove preferiscono arrestarsi, quali aree di centro e di confine stanno abitando, quali pruriti psichici e sociali sollevano tra quelle che, tra di loro, dovessero rifugiarsi sotto l’ombrello del buon gusto. Susan Sarandon per esempio è arrivata con un vestito piuttosto castigato considerando la circostanza: certo una grande scollatura, uno spacco profondo, ma insomma, spalle coperte, niente veli ne minigonne né ombelichi, non è che si vedesse chi sa che, ma ha suscitato un vespaio – che credo l’abbia molto divertita.   Oppure secondo esempio, a ritmi regolari, e a prescindere dalla risacca reazionaria che compare ciclicamente, arriva Madonna a qualche Golden Globe, a qualche notte degli Oscar con un vestitino di merletti vedo/ (non) vedo e culo di fuori – secondo me nella sua svagata improntitudine, semplicemente adorabile. Di solito la Teogonia del red carpet include inoltre, una varia percentuale – di questo periodo non a caso molto ridotta – di madame androgine in tight o frac – e un altrettanto esigua minoranza di starlette disciplinatamente sovversive: una scarpa e una ciavatta e i jeans di ieri. Di solito però, il trionfo è della diva con l’abito che fiorisce come una camelia, come un bocciolo, come insomma un oggetto magico. L’ovazione di pubblico, e l’assenso delle signore che muovono gravemente il capo, di solito va verso l’abito lungo, meglio se mono cromo, e con la tranquillizzante rassicurazione che a portarlo sia l’attrice bella giovane e piuttosto sottopeso. In questi tempi di opulenza occidentale, i poveri non sono così poveri da non aver niente da mangiare, in quanto poveri hanno da mangiare cattive cose e non possono andare in palestra con regolarità, e siccome l’idea di bello si mischia sempre con la desiderabilità sociale delle classi dominanti, non c’è niente di più bello e stimabile di questi tempi, di una giovinetta in vestito di seta la cui vita si cinge con le dita di una mano.

L’eccessiva magrezza, che nella bibliografia sui disturbi alimentari trova interessanti conferme, seduce anche per la sua semantica sessuale per cui la palma dell’apprezzamento strettamente estetico – arriva sempre in misura inversamente proporzionale alla taglia di reggiseno. Più è efebica, lontana dalle capacità materne, dagli aspetti differenzianti del corpo femminile da quello maschile, più risulterà incarnare un’ideale sociale: di contenimento, sobrietà, controllo, sorriso a labbra chiuse, e soprattutto lontananza siderale da un’idea di pieno godimento sessuale. Questione questa che vediamo riprodotta a ritmi sostenuti anche sulle copertine dei periodici femminili, dove benissimo vestite signorine molto giovani, molto sottopeso, guardano la telecamera con lo sguardo vitreo se non decisamente ostile e provocatorio, oppure depresso macilento.
Sia mai passi il messaggio che se la spassano. Sia mai che alludano alla possibilità di fare dei bambini. Le altre, le zinnute invece, salvo tentativi in controtendenza che confermano la regola, sembrano più destinate a dividersi tra zozzone e suore goffe.

Ora quello che mi colpisce, in questo bollettino medico delle possibilità sociali del femminile, è che le mie riflessioni non sono esattamente nuove. Anzi, sono noiosamente vecchie. Ogni generazione di donne, da Simone De Beauvoir in poi ha avuto la sua femminista che ha detto, guarda come il tuo corpo è l’oggetto di una semantica sociale, riprenditi il diritto di godertelo, riprendi la tua abitazione del sesso e dopo è arrivata l’ondata di quelle sempre più consapevoli e rivendicanti diritto, e poi la femminista del ventennio successivo. Ma è pazzesco constatare come, i termini del dibattito tendano a ricostellarsi sempre al tavolo di doris day, ante sessantotto, nell’evo pre Mary Quant. Che ci sia una candidata alla Casa Bianca o non ci sia, che si stia a casa o si scrivano molti libri, se arrivi o no Doris al Nobel, e ancora se dopo le Luise Muraro si affannino le Terese de Lauretiis, o le Judith Butler o persino le Gajatrii Spivak, e ogni volta a spiegare la relazione tra estetica femminile e pensiero meinstream e diritto di contro alle diverse semantiche sociali e sessuali, non c’è storia.
C’è sempre qualcuno che dice: il corpo è volgare, plebeo, eversivo scomposto.
Se poi una ci ha 70 anni apriti cielo!

Questa cosa mi affascina, proprio scientificamente. Mi affascina questa costellazione bacchettona che si ripropone come un’araba fenice, all’inizio diversa di volta in volta ma poi, quando il dibattito decolla cade la maschera e lei è sempre uguale. Si parte con il problema della vecchiaia come una cosa non bella, sarandon, e quindi da occultare, oppure con il problema del corpo come qualcosa che elicita la violenza maschile e quindi da occultare, oppure del corpo come troppo rotondo sgraziato, e quindi da occultare, oppure del corpo che offende il contesto e quindi da occultare. Il corpo par essere la cosa significante il femminile più di qualsiasi altra cosa, troneggia impedendo convivenze e può capitare che una donna ti dica fresca come una rosa, che trova disturbante che una donna si vesta in modo da mandare un richiamo sessuale.

E in effetti deve essere questo il problema. Si stabilisce che il potere della semantica sessuale – ehi! Guarda il mio corpo! E qualcuno lo guarderà e andrà dove quello andrà – possa essere utilizzato da una frangia esclusiva delle donne, le bambine giovani e magre – forse perché il loro successo tranquillizza, forse perché sapere che alla domanda magica del corpo tutti diranno di si, pacifica una proiezione, un desiderio, un’organizzazione cognitiva dell’happy end. Lei può non perderà mai, è il suo diritto, lei è nel suo. E se lei sta nel suo in modo disciplinato e ordinato, ancora meglio – anche l’orgia dell’assenso erotico, ha un che di destabilizzante.

Al contrario, la domanda di risposta incerta, il ginocchio settantenne di Susan! Il kitch libertino della Ciccone! Fino a certi rutilanti scatti della nostra opima Valeria Marini, espongono al rischio, si gettano nell’incertezza, rinfacciano le nostre incertezze e la titubanza in fatto di asserzioni erotiche. Dio mio fa vedere il ginocchio di settant’anni! DIO MIO DICE GUARDATEMI E SEGUITEMI!! E SE NON LA SEGUONO? SE LE DICONO CHE E’ VECCHIA? O grassa, o psicotica – pensiero che ogni tanto con Madonna viene. La donna che mostra l’erotizzazione del suo corpo particolare, e storicamente determinato, oppure, della sua soggettività portata allo stremo mette in una posizione di rischio e di angoscia, il nostro desiderio di happy end psichico va a farsi benedire.

Il che per altro fa confrontare con un’altra frustrazione, che segue a ruota. Essa si espone alla critica ed è anche criticata. Se è grande attrice o personaggio mediatico però, avvezzo a certi funzionamenti collettivi, qualsiasi persona capisce subito che questo rischio era calcolato, anzi tanto è ovvia la critica, tanto è evidente che poteva essere stata anticipata, e tanto più allora arriva forte e chiara la libertà di chi dice, se non mi seguono, ce ne faremo una ragione. Qui la faccenda è sottile e si biforca perché la psiche – sociale e individuale – ama segretamente e inconsciamente la presunzione, l’improntitudine, e in genere la forza di spirito sono cose che hanno grandissima capacità di rendere attraente ciò che non è o lo sarebbe meno. Susan senza quel sorriso faceva metà dello scalpore che ha fatto, e quindi, questo genere di scelte, dopo l’allarme per il rischio sull’happy end, genera a ruota, una sorta di invidia della forza d’animo, dell’indipendenza, a seguire l’invidia per il successo di quella forza d’animo, che in quanto tale si permette lussi che la debolezza non consente.

E quindi niente, a voja a spiegare che oltre al corpo c’è la mente che secondo certe interpreta il corpo, secondo altre è invece il contrario. Il problema è nella difficile conquista di una relazione pacifica con un oggetto capace di produrre da solo semantica, significato, comunicazione, che è ancora depositario di azioni che fanno la differenza (concepire/nutrire) e nel fatto che quella stessa relazione è costantemente minacciata dagli eventi della vita. Questa fatica è quella che ripropone il dibattito sempre negli stessi termini.

 

( E per cominciare bene la giornata, le ragioni di un titolo: qui )

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4 pensieri su “All Blues

  1. a me di questa cosa, considerata solo di striscio, disturba l’eco secondo cui sarandon ha fatto benissimo e testimonia, con quella specie di sfacciataggine e sicumera che pare dimostrare nelle foto, un fatto di segno contrario all’andazzo mediocre e comune che vuole scoperte o eccentriche o invitanti solo le giovani e magre. sto solo sul coté razionale: io non mi sento rappresentata manco per niente e soprattutto non da una star del cinema americano, intelligente, non bella nel senso comune del termine, ma comunque star. ma proprio per niente. questa o quella starnutiscono ed ecco che lo starnuto si erge a segnale di protesta, di testimonianza. il vestito, bruttarello invero, le sarà piaciuto. può ancora scoprire le gambe e il decolleté: dov’è il problema? perché deve riempirsi di significato una cosa che nasce probabilmente vuota di messaggi? e perché prima di tutto le donne si affannano a definire, criticare, valutare, soppesare un atto opacissimo elevandolo a segno? ma perché spostare dal luogo “sociale” la categoria dell’eleganza o del buon gusto andando a incomodare categorie psichiche più complesse? ma davvero una due foto possono tanto sulle energie psichiche delle donne e non solo? ma sta susan sarandon sarà libera di vestirsi male, o bene, senza che questo voglia dire qualcosa? quanto a madonna, l’esito precalcolato è ogni volta puramente coerente con un indirizzo commerciale iniziato a cominciare dal nome: lo choc. infatti c’è pieno di sciocchi.

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  2. Di Susan Sarandon so che è davvero una grande attrice. L’ho sempre trovata intensa, sensibile, versatile. Si dirà: cosa cambia? Secodo me cambia qualcosa, anzi molto. Per quanto ciò possa creare la sensazione di una selezione classitda ed elitaria, del tipo: se sei bravo puoi, se sei una persona normale non puoi. Invece no: chiunque può, fare quello che vuole. mostrarsi come vuole .. Però in questo caso l’effetto estetico cambia, almeno per me. . L’eccellenza artistica di per sé non giustifica tutto, ma il fatto è che qui non c’è niente da giustificare. Istintivamente sono portato ad associare la bellezza alla capaità artistica. E’ banale, ma l’arte ben interpretata unita alla femminilità , per me, evoca sempe la bellezza, anche nell’artista, non solo in ciò che fa.; . per cui credo che la troverei bella anche in vestaglia, la mattina appena alzata,o se fa le linguacce allo specchio. . E non sarei neppure capace di chiedermi perché, cosa vuol dire, cosa non vuol dire. In qualche modo vuol dire. Oltre non so andare, e ho il sospetto che neppure sia indispensabile.

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  3. “And people talk about my image/ Like I come in two dimensions/ Like lipstick is a sign of my declining mind
    Like what I happen to be wearing/ The day that someone takes a picture/ Is my new statement for all of womankind”
    Ani Difranco – “Little Plastic Castle”

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  4. Attrazione sessuale, mistero di dettagli non canonici che intrigano, libertá di esprimersi fisicamente nel mondo secondo la propria percezione e per questo essere desiderati/e oppure no… Divertirsi di sedurre ad ogni età, avere vibrazioni sensoriali e riceverne, senza curarsi giammai del bon ton e dell’acidità degli aridi. Che divertimento!

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