Nono Mese

 

Si rigirerebbe nel letto se il ventre glielo permettesse, e tutto il corpo che le sembra diventato immenso, immense le gambe e immense le braccia, immenso di quest’altra questione immensa a cui deve ancora dare un nome, angelo antonio alberto ancora non lo sa non ha deciso, il padre ha lasciato a lei la scelta, suo sarà il cognome, Angelo no pensa, guarda quanto si muove e quanto mi fa male. Chi sa quanto sarà agitato quando nascerà, un bambino davvero vivace, un bambino che si arrampica come un ragno sui divani e gli scaffali, un di quei maschi tutti di gomiti e ginocchi, che non si fa vincere da rami e da altezze, che ogni olivo è suo e ogni ciliegio, quanto arriverà in alto questo mio bambino.

 

Il sogno dell’altezza le va di albero in albero, mentre cerca il sonno e rimane come appeso a un ramo, perchè le torna il ricordo della prima ecografia, quando la dottoressa grassa aveva detto:guardi qua è questo!
Lei aveva guardato lo schermo e non aveva distinto tanto bene, qui qui! Aveva detto la dottoressa- e sua madre aveva gonfiato il seno come se fosse il suo uovo, mentre lei si vergognava come una ladra. Non aveva distinto proprio niente, nero con delle cose bianche e una di quelle dovrebbe essere un figlio, un bambino sugli alberi, un ingegnere, un maresciallo.
Però poi aveva sentito il raddoppio del battito, il secondo ritmo accelerato, tra quelle strie e macchie, una macchia bianca tutta di cuore.

Quel pensiero la lasciava senza fiato, glielo ricacciava dentro per portarsi dietro, con una logica magica e animale, la nuova e terribile esplorazione della morte. Che se tocchi l’inizio con un dito, l’immagine della fine è li vicina, prossima, attaccata, non ne scappi. Per questo insomma la sera faceva sempre fatica a prender sonno, non i calci e non i dolori, ma questo essere in una sorta di metafisica materiale e non poterci fare niente, godersi e soffrire l’ordine delle cose, essere spostata vicino a un limite da un centro dove ora c’è un altro, e non poter far niente di meglio che cominciare a guardare dentro le tombe le versioni del suo corpo, le possibilità della sua fine, la scelta del come  – ma non del se.
E poi niente. Provare davvero a chiudere gli occhi
.

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