Joan’s ornithology

L’aristocrazia novecentesca aveva un rapporto complicato e ambivalente con i giudei. La rivoluzione francese prima e quella industriale dopo, continuavano a mangiarle i talloni, l’edera spaccava le crepe nelle mura dei castelli, nei prati sterminati cresceva la gramigna, nuove oligarchie rivendicavano bottoni dorati e calici e penne costose – persino i servi in cucina.
Nelle stanze dei bottoni non era rimasto più nessuno, principi e duchi e conti manco in faccia alle monete, qualche reale sulle scatole dei biscotti, alle gentildonne non rimanevano che i pomeriggi sul ferro battuto, i bambini a teorizzare di caccia alla volpe e tutti, tutti ad assaporare sul broccato, il nuovo ruolo dell’alienazione, dell’estraneità perenne. Riti perduti e non compresi, cerimoniali d’elezione come stimmate di una tribù lontana.
La borghesia era come un olio sulla superficie delle cose, e loro come macchie di vino che non si potevano a mescolare.

Cosicché l’ebreo di corte era un concetto che poteva solleticare in quel dorato tramonto – ancor oggi non del tutto compiuto. Una parentela utile alla psiche decadente, che con le sue giacche di velluto e le sciarpe e gli occhiali di metallo, rammentava le siderali distanze di classe e la possibilità di una sudditanza di censo, mentre nella persecuzione e nella impossibilità di integrazione un rispecchiamento confortante, altro vino e altro olio. Si poteva passar per eleganti e liberali.
Ma certo ancora più spesso, si poteva tenere in casa qualcuno da odiare ancor di più, un’identità culturale insolubile, e non riconducibile a niente. Qualcuno che per esempio studiava per qualcosa di appassionato e identitario, più che per un precettore esasperato.
Gli ebrei dei nobili, erano topi per i gatti.

E deve essere per questo ho sempre pensato – che Joan Riviere, una che si sarebbe alzata dal tavolo di un ristorante se accanto le mangiava un rabbino, si era invaghita di Melanie Klein quando quella sbarcò a Londra da Berlino. Joan la bella e cattiva, Melanie la goffa e imprevedibile, Joan lunga modiglianesca e diafana, di pendenti e collane d’oro, Melanie askenazita, paffuta, lanosa, i vestiti che tiravano sul ventre, i cappelli fuori misura, i colori smodati. Sopra la plebe la prima, cacciata oltre il bordo la seconda, Intelligentissima e logica Joan, ma quell’altra di più, quell’altra maga strega, obliqua, incredibile misterica.

Joan che guarda Melanie, che contro ogni previsione possibile, satura di cattivo gusto e gesti discutibili, spacca la società psicoanalitica e seduce tutti, ammalia, incanta e trascina. La sua Ara Macao, il suo Uccello del Paradiso.
Libri insieme, progetti insieme, pranzi pomeriggi, discussioni spicchi di mondo. Chi sa forse da parte Joan, supponenti tentativi di catarsi, di dispotica redenzione.
Cara, ma non credo sia davvero il caso di mettere quell’abito.

Ma Melanie. Sola, straniera, fragile e fantasiosa, con quel linguaggio stregonesco nella mente e sulla bocca, con quelle metafore indigeribili. Melanie che inventava nuovi bambini, affatto borghesi e per niente vittoriani. Bambini che desiderano seni immensi, e giocano con i falli del padre e li mangiano, bambini che si sgretolano nell’allucinazione e si ricompattano precariamente, bambini esplosivi di cattiverie intollerabili e cannibalismi metaforici. Bambini soavemente psicotici. Melanie veniva da un altro pianeta, difficilissimo e intraducibile. Incantava gli ignavi e si incantava a sua volta. Ma con Joan si ancorava anzi, alla siderale distanza di ciò che forse una parte di lei desiderava, l’eccentricità come complesso di superiorità, il collo e l’abito giusto per essere fuori dal mondo ma desiderata dal mondo. La dama ricca e altera che ha poco margine di godimento se non nella dannazione altrui. LA cattiva Joan che stroncava gli analisti e non superava sei mesi su un lettino. L’unica che potesse forse aiutarla a trovare una sedia, una poltrona, una liceità. Che avrebbe fatto spazio in mezzo ai rovi della prouderie novecentesca ma che forse, gliela avrebbe fatta pagare con un una smorfia sul volto.

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