La mia

 

Premessa.
La rete e facebook mi ha dato tante cose belle e durature, per le quali non smetterò mai di provare autentica gratitudine. Mi ha fatto entrare in contatto con tante belle persone, alcune delle quali sono diventate grandi amicizie, e altre delle quali interlocutori da cui imparare ad apprezzare delle cose. Magari comprandone i libri. Mirko Volpi è uno di questi grandi regali della rete per me. Perché non lo conoscevo, e invece il suo Oceano Padano è un libro delizioso e leggero e capace di fare, in una maniera antica e rizomatica Cultural Studies sulla nostra tradizione territoriale. Io so che a dire questa cosa, a Mirko do una coltellata, ma è un uomo umoristico e gentile, galante con le signore che parlano di cose orrendamente postbelliche e quindi non si arrabbierà troppo. Sono grata a Facebook perché mi ha dato Mirko Volpi, perché io se no, non ce l’avrei mai avuto, non l’avrei mai rincorso altrove. Perché Mirko è uno squisito liberale di altri tempi, un cattolico di cui purtroppo si è perso lo stampo, un uomo leale e fedele a una genealogia ideologica che mi è sideralmente distante, che io seppur merita rispetto, io riesco a rispettare solo in lui, perché mi basta una lenticchia in più del beceronismo triviale ed etico che lui con gentile orgoglio celebra nel suo libro, che io subito ho un desiderio immediato di sganassoni fortissimi proprio.

E allora è successo, che nella giornata contro l’omofobia Mirko scrivesse sulla sua bacheca di Facebook . A Nosadello non ci sono culattoni. Nel lessico emotivo di Volpi questa cosa, voleva dire per come lo conosco e lo intendo io, che Nosadello è un mondo antico, premoderno che si ferma a certe cose antiche, l’ultima isola in cui certe diavolerie del mondo contemporaneo non entrano. Per Mirko tutta la questione dei diritti civili per le persone omosessuali rientra nella semantica di un cambiamento sociale che gli è antipatico, e a cui si rassegna e a cui non riconosce dignità morale. E questo non fa di Mirko un omofobo, però fa di Mirko una persona che sostanzialmente rimane interdetto da quelle battaglie civili. Io non ho ancora capito se le battaglie civili per le persone omosessuali gli siano indifferenti o lo dispiacciano proprio – sospetto la seconda. E così come in buona fede non si deve essere soffermato sul rischio di essere frainteso, di essere accomunato a qualcuno peggiore di lui – in parte perché si sente, giustamente, garantito da se stesso.
Tuttavia Mirko da Facebook è stato bannato, perché da qualche suo contatto segnalato. Una quarantena veloce, che lo ha portato a descrivere sul suo giornale – il Foglio – la parabola di un ostracismo culturale. Il vissuto di una minoranza, quella dei buoni reazionari che non sono cattivi e che non sentono di avere spazio.
E io capisco che uno come lui ha ragione, ed è il motivo per cui ho discusso in privato con lui di questa vicenda, senza bannarlo io a mia volta. Di solito le sue posizioni sono portate avanti da elettori e cittadini ed esseri umani che non possono essere neanche blandamente stimabili. L’onestà intellettuale la capacità intellettuale di un Mirko Volpi di solito in chi parla di culattoni sono del tutto assenti.. Anche il tentativo di Mirko di cercare di tenere in piedi un rispetto dell’altro pur essendo indifferente a certe sue urgenze, è una cosa rara.
Ma io sono ebrea. Se nel giorno della memoria qualcuno avesse scritto “a valguarnero caropepe non ci sono giudei” io non credo che avrei retto. Dirlo nel giorno della memoria vuol dire: me ne sbatto del fatto che ci sono state le persecuzioni razziali. Me ne sbatto di tutta questa cosa che per me è solo retorica. Me ne frego che tu Costanza ti puoi offendere. Io sono insofferente al fatto che tu percepisci un problema.” Io non credo che avrei segnalato Mirko, ma penso che lo avrei bannato di certo.

Così come sono stata in grande difficoltà di fronte alla levata di scudi di tanti amici che abbiamo in comune, e che in comune con me hanno festeggiato le unioni civili. Perché tutti, tutti hanno pensato che Mirko fosse stato sospeso da Facebook per un uso spiritoso di un linguaggio e di un argomento. Tutti hanno pensato agli omosessuali come a un complemento di argomento. Nessuno ha pensato che un contatto omosessuale di Mirko potesse essersi offeso, e averlo mandato a fanculo. Certo in una maniera vigliacca – non a viso aperto. Che per me è sintomo di grave poraccismo, nessuno ha fatto due più due, e ha associato la freddezza di Mirko sulle unioni civili – freddezza per me legittima e coerente con il suo modo di pensare – con la frase sui culattoni. Nessuno è stato messo a disagio da quella frase pensando a un amico che si è sentito ferito.
E questo il mio punto.
Io non sono in polemica con Mirko – di cui accolgo linguaggio e conseguente riflessione amara sul suo giornale – e di cui apprezzo la coerenza. Capisco il suo senso di difficoltà quando deve essersi trovato persino un parto delle associazioni scout al governo dire ho giurato sulla costituzione e non sul Vangelo. Mirko è nel suo. Certo, non nascondo a me e a lui come lui non lo fa con nessuno, che non condivido certe sue premesse ideologiche.
Ma mi sconvolge sempre l’autolesionistico derivato di 70 anni di pacifica democrazia e seghe alle code dei gatti, che permette di dare più liceità alla libertà dell’uso delle parole, mettendo sempre più tra parentesi i significati che si portano appresso, per una sorta di adolescenza protratta che sbava pure sull’uso del linguaggio. Mirko è coerente bene, ma possibile che siamo arrivati a tollerare che uno scriva a brutto frocio sporco negro e quant’altro, senza battere ciglio in nome della libertà linguistica che si permette di fare l’occhiolino a quelle stesse costruzioni politiche che noi solo dieci minuti prima abbiamo disprezzato? Mirko dovrebbe essere garantito dalla contestualità che è costituita dal suo linguaggio in genere e quello che lui è – per me non tanto, confesso – ma siamo sicuri che tutti devono sapere come è una persona prima di offendersi o di scandalizzarsi per gli eventuali rimandi semantici di una frase? Non ci accorgiamo che così, quando in un altro momento parliamo di politica e diritti civili e di razzismo, non parliamo di nostri concittadini destinatari di quelle politiche, ma dei nostri concittadini come un argomento astratto, un oggetto linguistico vuoto che non ha concretezza e di cui non ci importa? Perché se quei cittadini li prendete nella concretezza no cazzo culattone, non lo scrivete, negro non lo scrivete e manco lo difendete se lo scrivono i vostri amici. Non voi che avete messo le bandiere arcobaleno nei vostri status e sognate di fare da testimoni ai matrimoni gay.
Io trovo questa cosa politicamente adolescenziale, e se vogliamo anche come dire epistemologicamente fallace. Quando qualcuno fraintende qualcosa che noi diciamo, portandola in una direzione che non ci pareva implicita in quello che abbiamo scritto, le cose sono due: o l’interlocutore era in cattiva fede, oppure noi abbiamo detto male quello che volevamo dire per amor di un’ambigua sintesi.

Infine. Io ho avuto quarantene ben peggiori su Facebook. Una di un mese (perché avevo mandato troppi messaggi a tante persone per il mio compleanno credo – un mese mi pare) e una invece definitiva perché ci stavo con uno pseudonimo. Regole infrante per sciocche che siano. Mi dispiacque e quando mi dovesse di nuovo capitare, mi dispiacerebbe ugualmente. E certo ricapiterà perché la delazione è il mezzo che hanno le persone di colpire personaggi relativamente noti nella rete. Ma anche qui, la retorica del martirio della libertà – è stata la prova di una sintassi politica alla canna del gas. Ecco, a me pare che abbiamo un problema.

 

Non so se sono riuscita a spiegare quello che avevo in mente questi giorni.

 

 

 

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6 pensieri su “La mia

  1. Secondo me qui il problema è molto connesso a un altro, che riguarda il grado di esposizione del banale quotidiano (non necessariamente privato o personale) che facebook genera. Nessun buon conservatore freddo nei confronti dei diritti degli omosessuali (trovo “buoni reazionari” un ossimoro) avrebbe un tempo scritto una frase sui “culattoni” su un muro – anche perché i buoni conservatori in genere non scrivono sui muri e sono proprio allergici alle manifestazioni urlate delle opinioni, proprie o altrui. Quindi la battuta che uno fa a casa con la moglie o gli amici più intimi e che suona omofoba o razzista e la fa perché sa che gli altri sanno che lui non è né l’uno né l’altro, su facebook non la dovrebbe fare perché è come scrivere su un muro per strada. Un buon conservatore, per quanto fine umorista, non scrive su facebook cose che possono essere fraintese, e se lo fa, fa uno scivolone. Di qui a pensare che sia omofobo o razzista ce ne passa, quindi io non lo bannerei, ma certamente gli farei notare che ha sbagliato.
    Poi c’è tutta una casistica, che bisogna pure considerare, di quelli che scrivono su facebook in modo letterario, magari ricorrendo a un io narrante che non necessariamente è sovrapponibile al loro. Anche questo va considerato, ma il fatto stesso che stiamo qui a parlare di ste cose significa che la netiquette (assieme alla scienza del navigare e dell’intrattenere relazioni sui social) ha tutto il diritto di diventare una nuova materia scolastica. Io sarei rimandata a settembre,

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  2. ti sei spiegata eccome. tanto di cappello. ma io da qualche tempo mi ritrovo a interrogarmi sul diritto all’anonimato, degli scrittori per esempio. dalla polemica sulla ferrante alla curiosità sui dettagli della vita privata di chi quello che aveva da dire lo ha fatto nel modo più definitivo e impegnativo possibile, consegnando le sue parole alla carta stampata, o a uno spazio pubblico. voglio dire – e perdonami se sono fuoritema, e se è solo un abbozzo di pensiero, sto accumulando spunti ma non sono ancora riuscita a dare ordine alle idee – se qualcuno scrive qualcosa “in pubblico”, è necessario, o giusto sapere chi è l’autore di quelle parole? giusto e forse doveroso capire prima di giudicare, certo, ma chi consegna un’affermazione del genere a uno spazio pubblico in pratica la consegna ai lettori. che dovrebbero essere in grado di capire senza necessariamente sapere chi è l’autore e cosa avrebbe voluto dire e da dove viene e perché etc…
    questo non giustifica bannamenti delazioni o altro, ovviamente, ma, insomma, mi chiedevo, è chi scrive che dovrebbe porsi il problema, prima di scrivere, forse. che ne pensi?

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  3. Avevo seguito la distanza la questione. Anche perché npon conosco Volpi personalmente ,né come scrittore. Ero giutno più o meno alla stesse conclusioni di Costanza. Superficialmente, perché non sarei in grado di distinguere la componente ludica, quella di provocazione, e invece quanto la frase rispecchiasse una mentalità. E probabilmente me ne sarei anche infischiato di distinguere. Io ho provato una soddisfazione profonda quando è passata la pur moderatissima legge sulle unioni civili. E’ stao uno dei giorni più belli degli ultimi anni, per me. Ciò non toglie che io sia alieno alle continue autocensure verbali che sono mposte dal polticamente corretto, C’è un vecchio amico che mi saluta ogni volta con: come stai, vecchio frocione? Io, da etero conclamato, ci rido su,, ma magari se c’è un gay che ascolta, ed èe straneo alla semantica goliardica di ex – compagni di scuola, si potrebbe offendere. E io me ne fregherei del suo offendersi, sbagliando, credo. ..
    Ho qualche riserva su come intendere la “vechia” cultura liberale. Quella cui si riferisce Costanza, credo, E’ piu° che altro vecchia cultura conservatrice, che intellettualmente e artisticamente dà ilm meglio di sè quando diventa reazionaria (paradosso difficile da spiegare, che a qualcuno fa storcere il naso). Però nella cultura liberale c’è un punto fermo: che le battaglie civili che non ci riguardano sono uguali a quelle che ci vedono coinvolti direttamente. Non sono gay ma detesto gli omfobi. Non sono nero ma ho in gran dispegio i razzisti. Sono italiano ma m stan sul cazzo gli xenofobi.Non sono ebreo ma non sopporto gli antisemiti.
    Ma questo non è affatto un merito, non fa di me una persona particormente evoluta e tollerante, è un automatismo che deriva da ciò che ho condiviso quando mi è stato insegnato, perché mi è stata insegnato. Ecco perhchè anche quando siamo in una dimesnione ludica, o forse vogliamo dire altro, certe cose comunque non dovremmo scriverle. E’ segno che un Rubicone interiore è stato varcato da tempo, che non è esattamente la mia stessa cultura. Che qualche “fondamentale”, comunque, manca. Cioè, in altre parole, chi lo fa sbaglia ..Pur non meritando la delazione.

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  4. Sono d’accordo con te ma io la farei molto più semplice.
    In ogni comunità ci sono le regole. Ci sono i motivi per cui le regole ci sono. Tutti quelli cui viene tolto un post un’immagine o vengono bannati su FB si lamentano. Ma questo è solo il segno che non sappiamo state alle regole, o che pensiamo che i nostri motivi siano migliori di quelli della collettività di FB. Se percepiamo un ban principalmente come una ferita dell’io direi che dobbiamo fare ancora parecchia strada…

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  5. Vorrà dire che F.ook non è il suo luogo. Il problema si trova al credere F.ook come luogo che racchiude le espressioni di ogni presente della ‘terracquea boccia’, ma così non è. Volpi lo sa dunque non soffrirà di ansia di appartenenza… Del resto appartenenza volatile e speciosa.

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  6. Commenti interessanti, come sempre del resto.
    Forse l’essenza del problema sta proprio nel mezzo di diffusione delle idee, in questo caso Facebook.
    Se la stessa posizione di Mirko fosse stata presa su un giornale, si sarebbe scatenato un dibattito (pubblico) magari anche aspro, da cui sarebbe potuta scaturire una censura oppure no.
    Nel caso in questione se da una parte è vero che il social ha delle regole è altrettanto vero che queste regole non sono state decise da nessun parlamento, ne gruppo allargato di utenti, ne tantomeno da parte dei culattoni, sono delle regole che secondo la gestione di Facebook servono a tutelare la sensibilità degli utenti, usando un criterio arbitrario, despotico e iniquo.
    E’ recente la polemica sulla censura alle foto di mamme che allattano e facendolo mostrano il seno, allo stesso tempo si permettono pagine di stolti che negano l’olocausto o inneggiano predicano la fine del mondo a mezzo mitraglietta ma con la maglietta indosso.
    Ritengo che si debbano lasciare libere tutte le voci e che non si possa lasciare la decisione delle regole a una macchina che decide se censurare una foto in base a quanta pelle si lascia intravedere.
    La piazza ora più che mia telematica, deve essere libera da censure, poi sta al del singolo assumersi la responsabilità di ciò che dice e risponderne nelle sedi competenti. Dette sedi però non possono e non debbono essere quelle di una stanza in cui siede una macchina e delle persone che non hanno nessun titolo per farlo. Quando la suddetta piazza contiene 1.5 miliardi di profili, le regole devono essere pubbliche, condivise, democratiche, altrimenti questi ultimi due secoli e mezzo saranno passati invano.

    Quindi per solidarietà e solo per questo:

    a casa mia non ci sono culattoni

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