Cara Daria

Parrebbe, secondo il Messaggero, che Daria Bignardi abbia convocato truccatrici e addette ai costumi della rete che dirige, per imporre un dress code alla giornaliste di Rai tre. Avrebbe infatti suggerito la necessità di vestiti sobri, di orecchini discreti, di trucco accennato, e tacchi non troppo alti – niente tubini neri, per dire. Un modo di porsi un po’ polveroso e variamente apprezzabile che, come qualcuno ha notato, combacia più o meno con il suo modo di vestire.
La prassi di dettare il modo di vestire alle donne in un’azienda, è una questione molto antica e che risale più o meno al tempo in cui le donne hanno messo piede nel mondo del lavoro. Siccome, a dispetto di quello che credono spesso le persone, le donne con il modo di porsi veicolano molti importanti contenuti, una parte dei quali riguarda il modo di abitare la propria identità di genere, ma un’altra parte aspetti identitari di riferimento rilevanti – ceto sociale, ambizioni ideologiche, età desiderata, una sorta di target di riferimento – i luoghi di lavoro dove ci si interfaccia con il pubblico e che monetizzano il loro interfacciarsi, tendono a imporre un dress code alle dipendenti, e a dire il vero, anche ai dipendenti uomini. Da caso a caso è interessante quanto alle donne viene richiesta una prestazione estetica o un’avvenenza fisica, come parte del pacchetto ideologico commerciale che fortifica il business – per esempio, per decenni le hostess degli aerei sono state solo magre e grandissime gnocche, oltre che vestite tutte uguali, mentre la sobrietà invocata da Bignardi ha una storia antica in televisione, da sempre in imbarazzo con la semantica femminile, e io ricordo sia la puntata in cui essa si lasciò rimproverare aspramente da Lucia Annunziata per via della camicia sbottonata, ma ancora di più ricordo un racconto di Rosanna Cancellieri che citava la sua battaglia con Curzi, per potersi mettere dei vistosi orecchini quando faceva il telegiornale.

Devo confessare che per una parte la teoria bignardesca mi suscita una certa simpatia. Se si mette da parte l’ossessiva centralità del corpo e la consolazione compulsiva che proviamo quando ci dedichiamo alla sua decorazione, specie noi donne, e specie quando siamo in condizione di potercelo permettere (non sapete che conforto è per certe bimbe e certe commesse la divisa dell’orario diurno – che protezione) la teoria bignardesca chiede semplicemente di mettere l’accento sulla qualità della soggettività professionale, e di toglierla dal corpo, dice che in quel contesto l’interesse è su quello che fai, mentre gli orecchini non si dovrebbero mettere in campo. E’ molto simile al suo estremo opposto, quello che obbliga le donne al tacco dodici e che licenzia chi non è disposto a portarli – ma a scegliere una semantica discreta della comunicazione risparmia la codifica di un obbligo estetico e prestazionale. Capisco che sono simili ma non mi sembrano uguali. C’è il rischio quando infatti sei istigata alla bellezza di ordinanza, che di quello che pensi e fai non importi molto.

Tuttavia, mi rimane il sapore di una regressione. Non grave, non merita insulti e starnazzamenti che quando esagerano portano la puzza di un maschilismo dissimulato. Sia per la motivazione alfa fatecele vede nude! Pure se fanno le giornaliste. Che per la motivazione beta: Curzi imponeva e si arrabbiava, come testimoniava Cancellieri e non si facevano articoli di giornali, io credo perché erano altri tempi, ma anche perché non era una donna che si era permessa di far carriera.
Rimane però il sospetto che quella centralità del corpo della donna e del suo bisogno di essere eventualmente visto, e interpretato e fatto oggetto di comunicazione sia una sorta di incandescenza con cui il servizio pubblico non è in grado di convivere, dimostrando quasi di averne paura. Ritiene come i peggiori maschilisti che quando una donna si mostra come bella e attraente con una scarpa che ne valorizza per dire la gamba, o degli orecchini che ne illuminano il volto, non si possa più chiederle come sta andando quel progetto a cui sta lavorando con i fondi della regione, o come è andata con quell’assegno di ricerca  – ma bisogna fare, per forza come il Cavaliere con Emma Marcegaglia. Ma forse Daria, il servizio pubblico dovrebbe dimostrare la possibilità di quella convivenza, non osteggiarla.
Se no cara, io te lo dico con simpatia, e con contentezza vera per la tua nomina –
Non ce la faremo mai.

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2 pensieri su “Cara Daria

  1. Concordo sul merito dell’articolo, la posizione della Bignardi puzza di stantio, se siamo veramente alla parità tra uomo e donna quale può essere il problema in una gonna corta o in una camicia sbottonata, in un push up? Come hai giustamente detto tramite il corpo si comunica, si impone un modo di essere non solo di apparire, le donne hanno il diritto e il dovere di essere se stesse in ogni contesto, pubblico o privato. Non è bello che proprio da parte di una donna si voglia limitare una parte essenziale dell’essere donna. Per fortuna le donne sono oltre Daria, e quelle che non lo sono trarrebbero vantaggio dall’esempio di giornaliste brave e fiere di essere belle

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  2. Non sono d’accordissimo con questo post. Il provvedimento della Bignardi (che tra l’altro riguarda donne ma anche uomini, a quanto dicono) mi sembra più legato a una semantica estetica che sessuale. Se la giornalista si mette l’orecchino vistoso io spettatore o spettatrice potrei essere distratto/a non perché le illumina il volto e la rende bella, ma perché salta all’occhio e mi distrae dalle notizie che sta dicendo. Il punto cioè non è: non essere attraente, ma: non spiccare più delle notizie che stai dando, perché contano loro e non tu, e non puoi permetterti di fare la prima donna (donna o uomo che tu sia: ma i vestiti delle donne hanno sempre quella possibilità di variare in più che un abbigliamento maschile difficilmente può eguagliare) perché sei un semplice mezzo di trasmissione.
    Ci vedo insomma più una concezione, giusta o sbagliata che sia, di uniformità dei giornalisti, e una certa idea di gavetta. Ti puoi permettere di spiccare se hai già un certo nome, se sei il direttore di un Tg o un editorialista, altrimenti no.
    Poi ci sarebbe anche una concezione di stile diversa tra Roma e Milano, e la Bignardi con le sue linee guida mi sembra voler rifarsi alla seconda anche in contrasto con l’essere le sedi dei Tg a Saxa Rubra. Personalmente l’eliminare i tubini neri mi trova favorevole, anche se mi pare di ricordare un certo eccesso di nero da parte della Bignardi medesima, quando si trovava nella parte della conduttrice. In ogni caso, credo che certe collane estrose di alcune giornaliste dell’ora di pranzo mi mancheranno molto.

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