Gli ultimi vecchi (2014)

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Mia madre faceva delle grandi feste, piene di gente allegra anche se piuttosto impolverata, feste di registi grassi, di giornalisti con le occhiaie, di alcolisti ben temperati, qua e la una bibliotecaria dal culo largo, giacche di velluto con le spalle sformate, gomiti con le toppe, i blister delle medicine nelle tasche, mani macchiate dal tempo che cercavano sigarette nella borsa.
Poi arrivava lui, con la sua abbagliante differerenza, con il fulgore della sua ortodossia: medico di grande fama – un luminare! – , bellissimo come un divo del cinema, destro nei sorrisi da salotto, nel modo di incrociare le gambe, nelle cose giuste da dire. Con un’infelicità da romanzo tutta novecentesca, e perciò impercettibile, che a fronte di un matrimonio molto conveniente quanto vuoto, lo faceva scappare nei letti delle donne senza mai fermarsi a lungo. 

Quando entrava le signore si aprivano sui tappeti come margherite nei prati, mentre i mariti, gli intellettuali e gli accademici, ribadivano la loro distanza esistenziale, confortandosi per la differenza di rango estetico con un ingiustificato snobismo. in mezzo a quei tappeti e quegli alcolici lui era uno straniero – per via della carnagione scura, dell’altezza incredibile, dei capelli neri e del naso perfetto, e per via di tutto quel sapore di primo mondo addosso, quell’odore di convegni, di soldi che girano, di potere. Mentre quelli parlavano male della televisione, lui in televisione ci andava- e mi era difficile immaginarlo parlare con mio padre, di questione private e intime, come invece è accaduto regolarmente per tantissimi anni. Si incontravano nel suo ufficio, e parlavano.
Perlopiù di donne e malanni.

La complessità di mio padre, il suo annodato modo di essere francamente infelice, quel disarmante desiderio di stare in un mondo magico al di la del fiume – mio padre scriveva favole – dovevano risultargli ostici, incomprensibili e spaventosi. Non credo che potesse capirlo a fondo, perché aveva abiurato da tempo a tutti i mezzi notturni della conoscenza, ed essendosi piuttosto aggrappato, tutta la vita, al diurno, all’apollineo, al geometrico. Ma si parlavano, e dalle vette del suo successo professionale, si è sempre occupato di proteggerlo – si è sempre occupato del suo corpo malandato.
Come se monitorarne gli esami, sorvegliane gli specialisti, indirizzarne le scelte fosse il suo modo per tenere caro quel delicato pezzo di cristallo, come se la dedizione e l’esercizio della sua autorità fossero un secondo linguaggio, con cui ringraziare un modo di capirlo e di ascoltarlo, il modo di quelli che conoscono il fiume e non ne scappano.

Ora mio padre è in ospedale, nel tentativo poco convinto di turlupinare il tempo, in uno scomodo enpasse tra due sentimenti disgraziati, la scomodità della morte e quella della vita. Sta sul letto di reparto e diligentemente sopporta la noia, l’assenza di scelta, il pervicace attaccamento dei suoi cari, e dei tubi che di quello sono il simbolo. (Dialisi, flebo, sangue, catetere. La fine ti conquista per stanchezza.)
Lui è subito venuto. 

Ha volteggiato per le corsie – ora si tinge i capelli, porta gli occhiali attaccati a una corda insieme alle chiavi, ma nel cappotto sartoriale fa sempre la sua figura – è approdato al letto dell’amico come il cavaliere di una fiaba, come il re buono di un lieto fine. Ha tirato fuori la spada e lo scudo e ha parlato con medici e infermieri e portantini e addetti alla mensa. Ha controllato macchinari e ha intimorito, in una feudale e arcaica concezione dell’amicizia, in uno spudorato esercizio di carisma e medioevo
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Poi è tornato al letto dell’amico e si è arrabbiato perché è dimagrito.
Mio padre allora l’ha guardato, con una sorta di tenerezza
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