All Blues

 

Pensavo in questi giorni che comincia il festival di Cannes, specie a ridosso della fascinosa polemica sul vestito ammicchino/ marinaretto di Susan Sarandon, che questi tappeti rossi dell’industria culturale, rappresentano una sorta di bollettino medico dell’estetica occidentale, per quel che riguarda le donne. Dove si possono spingere, dove preferiscono arrestarsi, quali aree di centro e di confine stanno abitando, quali pruriti psichici e sociali sollevano tra quelle che, tra di loro, dovessero rifugiarsi sotto l’ombrello del buon gusto. Susan Sarandon per esempio è arrivata con un vestito piuttosto castigato considerando la circostanza: certo una grande scollatura, uno spacco profondo, ma insomma, spalle coperte, niente veli ne minigonne né ombelichi, non è che si vedesse chi sa che, ma ha suscitato un vespaio – che credo l’abbia molto divertita.   Oppure secondo esempio, a ritmi regolari, e a prescindere dalla risacca reazionaria che compare ciclicamente, arriva Madonna a qualche Golden Globe, a qualche notte degli Oscar con un vestitino di merletti vedo/ (non) vedo e culo di fuori – secondo me nella sua svagata improntitudine, semplicemente adorabile. Di solito la Teogonia del red carpet include inoltre, una varia percentuale – di questo periodo non a caso molto ridotta – di madame androgine in tight o frac – e un altrettanto esigua minoranza di starlette disciplinatamente sovversive: una scarpa e una ciavatta e i jeans di ieri. Di solito però, il trionfo è della diva con l’abito che fiorisce come una camelia, come un bocciolo, come insomma un oggetto magico. L’ovazione di pubblico, e l’assenso delle signore che muovono gravemente il capo, di solito va verso l’abito lungo, meglio se mono cromo, e con la tranquillizzante rassicurazione che a portarlo sia l’attrice bella giovane e piuttosto sottopeso. In questi tempi di opulenza occidentale, i poveri non sono così poveri da non aver niente da mangiare, in quanto poveri hanno da mangiare cattive cose e non possono andare in palestra con regolarità, e siccome l’idea di bello si mischia sempre con la desiderabilità sociale delle classi dominanti, non c’è niente di più bello e stimabile di questi tempi, di una giovinetta in vestito di seta la cui vita si cinge con le dita di una mano.

L’eccessiva magrezza, che nella bibliografia sui disturbi alimentari trova interessanti conferme, seduce anche per la sua semantica sessuale per cui la palma dell’apprezzamento strettamente estetico – arriva sempre in misura inversamente proporzionale alla taglia di reggiseno. Più è efebica, lontana dalle capacità materne, dagli aspetti differenzianti del corpo femminile da quello maschile, più risulterà incarnare un’ideale sociale: di contenimento, sobrietà, controllo, sorriso a labbra chiuse, e soprattutto lontananza siderale da un’idea di pieno godimento sessuale. Questione questa che vediamo riprodotta a ritmi sostenuti anche sulle copertine dei periodici femminili, dove benissimo vestite signorine molto giovani, molto sottopeso, guardano la telecamera con lo sguardo vitreo se non decisamente ostile e provocatorio, oppure depresso macilento.
Sia mai passi il messaggio che se la spassano. Sia mai che alludano alla possibilità di fare dei bambini. Le altre, le zinnute invece, salvo tentativi in controtendenza che confermano la regola, sembrano più destinate a dividersi tra zozzone e suore goffe.

Ora quello che mi colpisce, in questo bollettino medico delle possibilità sociali del femminile, è che le mie riflessioni non sono esattamente nuove. Anzi, sono noiosamente vecchie. Ogni generazione di donne, da Simone De Beauvoir in poi ha avuto la sua femminista che ha detto, guarda come il tuo corpo è l’oggetto di una semantica sociale, riprenditi il diritto di godertelo, riprendi la tua abitazione del sesso e dopo è arrivata l’ondata di quelle sempre più consapevoli e rivendicanti diritto, e poi la femminista del ventennio successivo. Ma è pazzesco constatare come, i termini del dibattito tendano a ricostellarsi sempre al tavolo di doris day, ante sessantotto, nell’evo pre Mary Quant. Che ci sia una candidata alla Casa Bianca o non ci sia, che si stia a casa o si scrivano molti libri, se arrivi o no Doris al Nobel, e ancora se dopo le Luise Muraro si affannino le Terese de Lauretiis, o le Judith Butler o persino le Gajatrii Spivak, e ogni volta a spiegare la relazione tra estetica femminile e pensiero meinstream e diritto di contro alle diverse semantiche sociali e sessuali, non c’è storia.
C’è sempre qualcuno che dice: il corpo è volgare, plebeo, eversivo scomposto.
Se poi una ci ha 70 anni apriti cielo!

Questa cosa mi affascina, proprio scientificamente. Mi affascina questa costellazione bacchettona che si ripropone come un’araba fenice, all’inizio diversa di volta in volta ma poi, quando il dibattito decolla cade la maschera e lei è sempre uguale. Si parte con il problema della vecchiaia come una cosa non bella, sarandon, e quindi da occultare, oppure con il problema del corpo come qualcosa che elicita la violenza maschile e quindi da occultare, oppure del corpo come troppo rotondo sgraziato, e quindi da occultare, oppure del corpo che offende il contesto e quindi da occultare. Il corpo par essere la cosa significante il femminile più di qualsiasi altra cosa, troneggia impedendo convivenze e può capitare che una donna ti dica fresca come una rosa, che trova disturbante che una donna si vesta in modo da mandare un richiamo sessuale.

E in effetti deve essere questo il problema. Si stabilisce che il potere della semantica sessuale – ehi! Guarda il mio corpo! E qualcuno lo guarderà e andrà dove quello andrà – possa essere utilizzato da una frangia esclusiva delle donne, le bambine giovani e magre – forse perché il loro successo tranquillizza, forse perché sapere che alla domanda magica del corpo tutti diranno di si, pacifica una proiezione, un desiderio, un’organizzazione cognitiva dell’happy end. Lei può non perderà mai, è il suo diritto, lei è nel suo. E se lei sta nel suo in modo disciplinato e ordinato, ancora meglio – anche l’orgia dell’assenso erotico, ha un che di destabilizzante.

Al contrario, la domanda di risposta incerta, il ginocchio settantenne di Susan! Il kitch libertino della Ciccone! Fino a certi rutilanti scatti della nostra opima Valeria Marini, espongono al rischio, si gettano nell’incertezza, rinfacciano le nostre incertezze e la titubanza in fatto di asserzioni erotiche. Dio mio fa vedere il ginocchio di settant’anni! DIO MIO DICE GUARDATEMI E SEGUITEMI!! E SE NON LA SEGUONO? SE LE DICONO CHE E’ VECCHIA? O grassa, o psicotica – pensiero che ogni tanto con Madonna viene. La donna che mostra l’erotizzazione del suo corpo particolare, e storicamente determinato, oppure, della sua soggettività portata allo stremo mette in una posizione di rischio e di angoscia, il nostro desiderio di happy end psichico va a farsi benedire.

Il che per altro fa confrontare con un’altra frustrazione, che segue a ruota. Essa si espone alla critica ed è anche criticata. Se è grande attrice o personaggio mediatico però, avvezzo a certi funzionamenti collettivi, qualsiasi persona capisce subito che questo rischio era calcolato, anzi tanto è ovvia la critica, tanto è evidente che poteva essere stata anticipata, e tanto più allora arriva forte e chiara la libertà di chi dice, se non mi seguono, ce ne faremo una ragione. Qui la faccenda è sottile e si biforca perché la psiche – sociale e individuale – ama segretamente e inconsciamente la presunzione, l’improntitudine, e in genere la forza di spirito sono cose che hanno grandissima capacità di rendere attraente ciò che non è o lo sarebbe meno. Susan senza quel sorriso faceva metà dello scalpore che ha fatto, e quindi, questo genere di scelte, dopo l’allarme per il rischio sull’happy end, genera a ruota, una sorta di invidia della forza d’animo, dell’indipendenza, a seguire l’invidia per il successo di quella forza d’animo, che in quanto tale si permette lussi che la debolezza non consente.

E quindi niente, a voja a spiegare che oltre al corpo c’è la mente che secondo certe interpreta il corpo, secondo altre è invece il contrario. Il problema è nella difficile conquista di una relazione pacifica con un oggetto capace di produrre da solo semantica, significato, comunicazione, che è ancora depositario di azioni che fanno la differenza (concepire/nutrire) e nel fatto che quella stessa relazione è costantemente minacciata dagli eventi della vita. Questa fatica è quella che ripropone il dibattito sempre negli stessi termini.

 

( E per cominciare bene la giornata, le ragioni di un titolo: qui )

canna del gas

 

Premessa.
Al cinema non arriva mai, men che mai nelle lande del cabaret o della pubblicità o della televisione. ma esiste una larga frangia di romani che potrebbero insieme costruire un cliché a se stante, e questo cliché riguarda il lavoratore onesto romano. C’è una larga frangia di romani che lavora anche tante ore al giorno, anche più del necessario, nel pubblico o nel privato è indifferente, ma la cui posa si diversifica da quella del frigno mefitico del martire produttivo, il milanese schiavo del capitale, il sogno erotico di Brunetta. Il martire produttivo è infatti quello che lavora bene, lavora sodo, sacrifica il privato in ossequio a un principio di efficienza e di decoro. E’ quello che è composto e che sospira per la fabbrichetta, sia propria che altrui, è quello per cui l’onestà non è l’aspetto estetico, ma una sorta di strascico gravoso, mentre il vessillo decorativo è un ritmo e una qualità di produzione ancorché un’esigenza di derivazione rurale.

Il lavoratore romano invece, non ostenta sacrifici nell’azienda né alla patria. Disincantato per costituzione – a causa dell’incanto temporale del Papa sempre accanto – poco portato a fanatismi e prospettive di martirio, lavora molto, aiuta chi gli è accanto, e si divincola nei meandri burocratici che tutto il paese ha sinistramente proiettato sulla città senza assumersene la responsabilità: non è Roma che ha inventato i ministeri, ma il paese che ha fatto proliferare i ministeri a Roma. Quindi lavora anche lui più del dovuto, e si spende per la sua città non di rado con una rassegnazione nel cuore e una tristezza che forse in questi giorni dovremmo noi romani capire, ha ceduto alla connivenza. Non ha condiviso questo Romano lavoratore gli orrori di Mafia capitale, e ora non di rado ne patisce le conseguenze: qualche volta con la disoccupazione, ma quando poteva non si è scandalizzato. Ha un senso dell’onestà forte questo romano lavoratore, un’estetica del non rubare e una lealtà rispetto ai suoi concittadini. Tuttavia ha perso l’estetica della denuncia.
E ora deve votare.

Deve votare il sindaco per la città più bella del mondo, e che lui ama spesso in maniera scomposta e viscerale, disorganizzata e burrascosa, e si è trovato davanti l’avvilente paesaggio di tutti le parti politiche scansarsi, di tutti i nomi farsi indietro, e quello che non ci mette i dati giusti, e quell’altra che aveva detto ma ci vogliono male se vogliono farci vincere a Roma! Nomi piccoli, bestie da macello si schierano per Roma, con tutto il rispetto pensa il romano, ma come si fa, ma chi sono questi. Che tristezza che la città conti così poco, siamo nelle mani di un prefetto. Sciorina i nomi ed è smarrito. Se è di sinistra è proprio sciagurato.

Io non ho ricordo di un’elezione amministrativa più triste di questa, non ho memoria di un momento per la città più cupo, con questa angosciata commistione di: senso di colpa per la connivenza indiretta – per dire, ma sti stronzi che chiedevano 5 euro a persona per il certificato di morte? No parliamone ,e quell’altri che prima stampavano i biglietti dell’autobus finti? – consapevolezza di magagne cronicizzate – ah l’ater che ora si deve vendere non si sa quanti immobili a causa del debito (ma domandone intanto, a che punto sta l’edilizia popolare? Quant’è che non si fa un progetto in quella direzione?), la sensazione di essere il capro espiatorio di una patologia nazionale, il luogo dove far vedere tranquillamente le ombre che altrove stanno sotto il tappeto…. e in tutto questo neanche l’odore di una persona che abbia l’aria di potere o volere fare qualcosa. Neanche il profumo di un’intenzione politica.
E’ una cosa tristissima. Una cosa davvero deprimente.

E allora il Romano onesto – qui un esemplare a che stimiamo – esplode in alti lai, di comprensibile incazzatura, osservando le modalità di sopravvivenza della sua città: in cui, siccome lavori pubblici no, appalti privati no, proposte per le associazioni e le onlus no,  operazioni al livello istituzionale no, le uniche forme di resistenza sono il circense per la vita sociale dei precari ai quali il pane è fornito dai genitori. Infatti, a Roma non si sono mai visti tanti ristoranti e tanto pieni, giacché con 800 euro al mese, la famiglia non la puoi mettere su, puoi invece vivere in casa, aiutare i tuoi e con gli avanzi mangiare, e comprarti quattro cazzate, poi finisce li. La città non produce, non produce né cose né famiglie nuove, non ha iniziative e non ha bambini, solo un’infinità di fratelli che si aiutano l’un l’altro malamente mentre invecchiano e si fanno invadere da chi non ha niente da perdere.

Io spero solo che questo sia il fondo, vedo negli esiti di questa amministrazione l’occasione in cui toccherà fare esperienza di un’esplosione della patologia cittadina che non aveva precedenti. Vedo ognuno di questi candidati e penso, mio Dio questo se vince, compiango lui e noi (la Meloni? No, ma ve la immaginate. La Raggi, o signoriddio Giacchetti) ma mi chiedo se non sia arrivata la volta buona in cui (ve la ricordate la retorica di un tempo?) “la parte onesta della cittadinanza” non si decida a pensare il proprio modo di abitare la città in un modo diverso. Non cominci a pensare a un’estetica diversa della sopravvivenza. Quella cosa che connotava, perché bisogna essere lucidi, i cinque stelle di prima maniera, quelli più scollegati dai deliri del leader, quelli anche un pochino più preparati della falange di incompetenti che poi sono stati criminalmente mandati in parlamento. Quel desiderio di verginità, quello zelo, andrebbero rubati a loro e portati altrove, insieme a una cognizione di causa e delle cose da fare che invece a Grillo e ai suoi è del tutto estranea. Ma la vedo davvero impervia.

Lavorare in emergenza con le donne vittime di violenza

Premessa.
Qualche giorno fa ho partecipato a una riunione di risorse territoriali per un progetto riguardante la violenza di genere. Era un po’ di tempo che non mi confrontavo con l’esperienza di trincea, che io stessa avevo fatto in passato nei centri antiviolenza, e ho riconosciuto ancora una volta le difficoltà materiali e psicologiche di chi si mette a disposizione per intervenire nella fase di sostegno di maggior impatto, ossia gli operatori di primo soccorso, per la verità operatrici, che sono quelle che devono trovare una risposta quando una donna si presenta e dice che qualcuno la vuole ammazzare. La riunione si era fatta molto animata e concitata perché il problema di questi operatori di confine è in buona parte dovuto alla cronica assenza di risorse – per cui quando arriva la donna al pronto soccorso per esempio o chiama in un centro per trovare riparo – spesso non si riesce a trovare un posto dove farla andare, questo bisogna dire non solo per l’assenza cronica di strutture sul territorio (Roma ne ha tantissime poi se si fa il paragone con molte città del sud assolutamente sguarnite) ma anche per le restrizioni che molti centri pongono, specie nei confronti delle donne con bambini (che paradossalmente invece sono quelle più in pericolo: la gravidanza è spesso ciò che slatentizza qualcosa che è rimasto inespresso). Dunque queste operatrici erano giustamente esasperate e angosciate per dover dire, a una persona che le contatta, magari con un taglio sul volto o un occhio nero, magari con un referto di pronto soccorso, che se torna a casa quello la ammazza – beh mi spiace, deve dire questo operatrice torna a farti ammazzare.

Ci sarebbe un discorso da fare probabilmente, non solo sui soldi che le amministrazioni sono disposte a spendere, ma anche sulle gestioni e sui bilanci delle singole associazioni, materia in cui non voglio entrare ma che, stante la varietà dell’offerta meriterebbe un lavoro a tempo pieno, perché da una parte non ci sono standard di intervento, dall’altra ci sono gestioni dei fondi presi in appalto che meriterebbero una disamina. Invece quello di cui vorrei parlare qui, anche perché mi sento di poter dire più cose in materia, riguarda la gestione psicologica dell’oneroso compito dell’operatore di trincea, di colui il quale si trova in varie circostanze, a fronteggiare il problema dell’emergenza.

Che poi, si tratta di una circostanza a cui magari certe figure professionali si trovano maggiormente esposte per statuto, ma che possono capitare in svariate circostanze lavorative ed esistenziali. L’emergenza arriva da un medico generico, arriva da un poliziotto qualsiasi, arriva da una amica stretta, arriva tutt’altro che infrequente in uno studio di psicoterapia. E’ emotiva, teatrale, coinvolgente, abnorme. Si pone con circostanze potenti: armi, coltelli, gesti impossibili : uomini che legano, che sbattono la testa della compagna su un muro, che rompono arti. Uomini che urlano minacciano, e dicono cose terribili. Scene che si svolgono davanti a bambini, o in cui qualche volta sono coinvolti i bambini stessi.
Salvatemi! Salvatemi Ora.

Allora, fermo restando che sul piano pratico la prima cosa da fare è trovare una soluzione pratica, vorrei provare a mettere in campo alcune considerazioni analitiche, che possono essere utili nella circostanza. Per agilità, procederò in modo schematico.

E’ sempre bene avere chiara qual è la premessa deontologicamente scorretta per cui si svolge una professione di aiuto di impatto così coinvolgente, e così costosa – come l’operatore di frontiera. Raramente ci si trova per caso in certi ruoli, e più spesso quando li si occupa si ascolta un’omeostasi interna che non è delle più generose. Non bisogna fidarsi mai, e credere del tutto al fatto che l’urgenza etica di fare del bene sia il motore di una scelta professionale o di volontariato. In nome di quella stessa urgenza etica è bene pulire il campo da disonestà intellettuali anche se involontarie e farsi delle domande – meglio sarebbe una terapia individuale o di gruppo (l’ideale sarebbero dei gruppi presso gli enti in cui si svolgono certe attività: unità di primo soccorso, centri antiviolenza, i vari luoghi del volontariato) che aiuti a capire qual è il gancio dell’equazione personale. Le direzioni, non sempre gradevoli da scoprire, possono riguardare tante cose, il genuino piacere dell’asimmetria tra salvatore e salvato, il parossistico tentativo di curare proprie simbologie interne nella vita degli altri, non di rado il guarire le colpe dei padri nel proprio corpo di figli, oppure di emulare i padri o le madri, il sentirsi molto belli e buoni. Tutte queste dimensioni offrono molta energia ma vanno viste misurate e smussate, per evitare pericolosi effetti collaterali a se e agli altri, negando loro libertà di crescita e libertà di stallo, andando poi incontro a cocenti frustrazioni, e – frustrazione su frustrazione – burn out senza ritorno.

Se il motivo politicamente scorretto infatti viene scotomizzato, l’aiutato in situazioni di emergenza, viene investito di un ruolo sacro, vitale, perché dalle sue scelte dipende il proprio destino. Egli deve salvarsi per salvare noi, salvarsi per farci sentire buoni, salvarsi per esserci grati, salvarsi per salvarci dalla terribile profezia di sventura, per cui se non obbedisce al luminoso destino che noi pensiamo per lui, ne deriverà una rabbia terribile, un grandissimo senso di frustrazione.
E questa cosa l’altro la fa molto frequentemente. Nel nostro caso, l’altra. Per molti motivi. Il primo è che nei guai spesso ci finiscono persone che hanno un’organizzazione psicologica che le mette nei guai. Come noi abbiamo bisogno di salvarle loro si sono nutrite, fino a quel momento, di quell’incastro patologico violento. Liberarsene potrebbe non essere un passaggio molto agile, psicologicamente, e che vuole del tempo. E’ antipaticissimo da dire, ma frequentemente la violenza è un sistema della coppia, un gioco di incastri e quindi sciogliere il vincolo non è semplice – non è remota per esempio la possibilità che una donna decida di denunciare un marito perché lui per primo ha rotto un patto interno – tradendo per esempio, oppure perdendo dei soldi. Come operatrice, mi è capitato spesso. Nello specifico della violenza di genere poi, specie considerando casi in cui lei o entrambi non sono italiani, spesso il maschio violento ha la possibilità di controllare molte delle risorse possibili per la donna – relazioni, possibilità economiche, in qualche misura anche lavorative. Trovare il coraggio di tuffarsi nel mondo senza un lavoro, senza la vecchia rete dei contatti è un gesto eroico e che impensierisce per cui, anche questo è un ottimo motivo per la donna che decide di uscire da un circuito violento di ripensarci.

In ogni caso, se la donna che prova a mettere il naso fuori da un vecchio sistema, dovesse vedere negli occhi del suo interlocutore l’urgenza di una salvezza non propria, una vocazione di ordine ideologico, una chiamata alle armi che non combacia davvero nel suo interesse, essa si ritrarrà immediatamente. Ma bisogna sopportare il fatto che la prima uscita nell’emergenza: mi ha picchiata! Non sia quella che la porta subito fuori dal contesto violento.

Bisogna poi tenere a mente, la stessa psicodinamica dell’emergenza. Che è per struttura un’arma a doppio taglio. La fuga nell’emergenza si connota psicologicamente come una sorta di delega psichica del rischio e del cambiamento, che porta con se ricadute regressive. Prenditi tu la mia vita in pericolo! Io non la reggo! Io non ho posso, io vedi sto malissimo! Sto piangendo! Sii la mia madre e il mio padre, io sono la tua figlia in pericolo. In quanto tale non coincide necessariamente con una maturazione interna, una forma di reale desiderio di cambiamento che porti a un cambiamento di vita importante. Ma senza quella rotazione interna, sarà difficile avviare il cambiamento, perché per cambiare vita, con anche tutte le risorse territoriali del caso, ci vogliono molte forze e una motivazione strutturata. Ci vuole una costellazione psicologica che porti alla progettualità. Questa cosa può essere di sostegno quando si è per esempio in un consultorio o in un pronto soccorso a un telefono amico, e arrivasse una prima segnalazione a cui non si riesce a dare subito un aiuto materiale. Per affrontare anche la scelta materiale di spezzare una relazione violenta occorre che la donna sia pronta, e alla prima sortita dal suo contesto difficilmente lo è. Proprio per questo purtroppo molto spesso le donne che si rivolgono ai centri cambiano idea, e proprio per questo, quando un operatore di emergenza non riesce a trovare subito un ricovero per lei, lo trova magari un giorno dopo, lei non è più disponibile. L’emergenza è solo una presa di coscienza, che per altro ha nel suo statuto qualcosa di paralizzante – fermi tutti! – aiutatemi, ma il grosso deve venire dopo.

Non sono certo io dunque a giustificare la grave assenza di risorse per i progetti di tutela per i cittadini nelle varie forme. Trovo che gli operatori di trincea in tutte le loro declinazioni siano scandalosamente sottopagati, e trovo che queste basse retribuzioni siano un cancro che produce non solo un’ingiustizia sul piano del diritto del lavoratore – un’operatrice in un centro antiviolenza quanto prende oggi? Sui 700 euro per trenta ore settimanali di lavoro– ma anche sul piano della  qualità del lavoro: perché legittima l’estetica del martirio, della dedizione alla causa, e di un’asimmetria che poi finisce di avere per complemento oggetto una congerie di martiri che devono per forza essere grati. Altro che empowerment.
Certamente inoltre,  un posto letto disponibile su tutta Roma è un dato che grida vendetta, come la sua assenza in altre regioni, però quando si lavora sul campo bisogna anche evitare di cadere nella proiezione psichica condivisa e richiesta dall’utente dello Stato, che lo vede come una madre esageratamente buona – quindi pessima – che deve avere tutto per tutti e subito, letti a iosa e cibi e posto di lavoro immediato e sicurezza immediata e tutto immediato. Per quanto la persona che si mette davanti a noi sembra in un momento di angoscia e di grande difficoltà senza unghie e senza pelle, noi dobbiamo aiutarla a ritrovare i mezzi potenziali, e a esplorare le sue risorse. Aiutarla ad avviare un processo.

In ogni caso, il fatto stesso che una donna sia riuscita a emergere nell’emergenza, a scappare fuori e a usare un oggetto esterno alla coppia, al suo lessico e ai suoi riti distruttivi, è una cosa importante che va premiata e che può tranquillizzare un po’ l’operatore. Potrebbe essere il segno di una risorsa che potrebbe cominciare a dispiegarsi da quel momento in poi, anche se non trovasse soluzione immediata e dovesse tornarne a esporsi a dei rischi. Io credo perciò che l’operatore che lavora in emergenza non deve dare peso soltanto alle soluzioni macrosistemiche che offre – una via di fuga, una denuncia penale, un posto letto – ma che sia molto importante anche quello che dice, la lettura che costruisce con la persona di quanto accaduto. Perché se è vero che l’emergenza è una situazione per certi versi di allarme e pericolo, per altri di regressione infantile, per altri ancora è proprio per questi primi due fattori un momento in cui la persona può raccogliere delle cose, può prendere un nuovo sguardo sulla realtà, e portarselo dietro. Se non regge o non trova la soluzione immediata subito, la potrebbe costruire in un secondo momento, con maggior successo.
Se non volesse farlo, dobbiamo anche mettere in conto la sua libertà a proposito della sua vita.

it don’t mean a thing

 

 

E’ il tipo d’uomo che lascia l’ufficio non proprio tra gli ultimi ma manco tra i primi, perché ha sempre saputo misurare le sue forze, scommettere il giusto sulle sue ambizioni certamente consistenti ma mai esagerate, ha sgobbato insomma nell’orario concordato col sindacato e anche oltre ma di poco, non ha mai attaccato direttamente nessuno, salvo rarissimi ed estenuati casi. Un maschio di una giovialità ordinata e di un piacevole buon senso, e anche quel tipo di intelligenza che fiuta quasi involontariamente certe cose che sono prossime nel tempo e nello spazio, ci ficca se stesso e tutti i suoi. Quel cane di razza che si tengono le aziende ben quotate.

In tempi lontani e remoti, era stato un bambino perplesso, un bambino che dentro ne aveva un altro che scuoteva la testa, specie nei primi incontri con le passioni travolgenti dei suoi compagni. Non che non le capisse o non le provasse queste passioni travolgenti: l’odio feroce per quello stronzo dell’altro cortile, la carnale dipendenza da oggetti ed eventi, come le hot wheels per cui Emiliano suo cugino aveva pianto calde lacrime quando non erano comparse sotto l’albero di Natale , o quella partita che un’altra zia aveva negato, incazzata nera a quell’altro suo cugino, perché le aveva risposto male. Certo quelle passioni le capivano lui e il suo bambino interno, era solo il completo affidarcisi che risultava estraneo – l’identificazione totale, la scommessa senza avanzi.
E quella catartica resurrezione di costoro suoi coetanei, che a ogni lutto, ogni gelato mancato, ogni macchinina perduta, ogni onta sul campo e sulla strada, risorgevano come nuovi, come vergini pronte a una nuova ustione.

Non gli sarebbe mai riuscito.
Soltanto con le donne, avrebbe tentato una curiosa carriera di romanzi. La prima, sua madre, era stata splendida e magica e scolpita, e – come tutte le madri di chi ha un gran senso dell’umorismo difettosa in fatto di calore – ma in una maniera sottilissima, non propriamente dannosa, qualche volta forse lievemente scivolosa, labile. Come se ogni tanto tra se e il figlio aprisse una fessura profonda tutto il mondo per quanto agilmente scavalcabile.
Ma certo che bei ricordi con quella sua prima stupenda e potentissima fidanzata.

Da lei in poi sarebbero arrivate altre ragazze molto belle e scolpite e certo anche amorevoli e pazienti, che lui avrebbe scalato con una dedizione sconosciuta a quell’altro suo bambino interno perplesso, avrebbe sedotto ed esplorato, ma anche e soprattutto a cui avrebbe volentieri obbedito, cercando di accucciarsi il più vicino possibile alla rapida fessura che la donna mette tra se il mondo, a volte penetrandola con il corpo e l’umorismo, altre lasciandosi soggiogare da tirannie dialettiche nella cui quintessenza c’era proprio quella vertigine incolmabile. Con le sue donne si sentiva sempre di spendersi e insieme, di guardarle interdetto. Come se mentre lui è in bagno e lei si veste brontolando perché non ha fatto una certa cosa, pagato un certo conto, chiamato una certa persona, e abbottona la camicia con una riottosa decisione, lui sentisse sempre un mondo concluso di sentimenti e rabbie e desideri di cui è solo mezzo, e come se si chiedesse ogni volta, come faccio a essere visto e dirle che la vedo?

E non sa spiegarsi quindi qual è il motore che lo porta alla fine e alla nuova seduzione, donde nasce la corruzione delle cene romantiche, l’usura del sorriso, la resa all’asprezza. Diventa sempre di più uno di quei gentili ragazzi invecchiati, col tempo guadagna una sportiva eleganza, aprendo con grazia portiere di macchine neanche troppo sportive, nuovi occhiali riducono lo spessore delle lenti, la palestra è importante, ne esce tre volte a settimana con l’asciugamano sulla spalla, e se ne va così per le cose e per il mondo, con l’angustia di volerle toccare del tutto, sempre nel dubbio di non poterlo fare o di aver scelto l’angolo sbagliato per prender la rincorsa.

Fortuna

 

Volevo scrivere alcune questioni sulla vicenda della piccola Fortuna, alcune osservazioni di massima sull’argomento più che su un singolo caso, intorno al quale ci sono molte ombre, poche informazioni definitive. Anzi, forse l’informazione più certa e dolorosa è questa assenza di dati intorno a un contesto abusante: per cui due figli muoiono lanciati? Caduti? Da un balcone e nessun adulto ha niente da dichiarare. Sul piccolo si trovarono le tracce di una violenza carnale ma anche qui nessuno che avesse niente da dire, i bimbi hanno qualcosa da dire sulla seconda – sottoposta anche lei ad abuso dicono i più piccoli – ma non ci sono altre informazioni di contesto. In questo cono d’ombra dire qualsiasi cosa risulta arbitrario – un esercizio intellettuale, come quello di cui si sarebbe macchiato Augias quando due giorni fa è stato invitato a una trasmissione per parlare di questo evento di cronaca.

Qualsiasi cosa avesse detto Augias non poteva essere altro che una speculazione più o meno adeguata, più o meno interessante, più o meno fuori luogo, più o meno morale o moralista: per il semplice fatto che Augias non aveva alcuna competenza per poter usare in maniera legittimata da una professione e con gli strumenti delle posizioni professionali che solitamente si interfacciano con queste situazioni, i dati di questa vicenda. E’ stato quindi Augias molto criticato per il fatto di aver detto delle cose più o meno discutibili, ma doveva essere criticata in primo luogo una trasmissione che impostava l’informazione in questo modo e con l’idea che la sua opinione fosse importante. Uno che fa il giornalista e scrivi libri che parlano di tutt’altro da tanto tanto tempo. Non uno che sta per dire nei servizi sociali da tanto tanto tempo e fa interventi sul territorio o abbia fatto al limite, delle inchieste in tema. Non un operatore di case famiglia con una lunga storia di contestualità sociali al margine, non un giudice minorile di onorata carriera, manco uno psichiatra o uno psicologo che lavorino con queste cose, no uno ha fatto trasmissioni sui libri.

Però la posizione di Augias ha titillato un dibattito enorme. Augias ha parlato della foto della piccola Fortuna e gli è sembrato di individuare i segni di una indebita sessualizzazione dell’infanzia. Posizione che ha scaldato molto gli animi per cui: qualcuno ha detto che così giustificava la pedofilia, qualcun altro ha detto che mancava di rispetto alla bambina e alla famiglia. Io credo però che soprattutto è quel tipo di informazione che manca di rispetto anche all’utenza, perché questo tipo di riflessioni chiedono non solo la competenza che Augias non ha, ma anche tempi e modalità di comunicazione che oggi il nostro concetto di media non permette ed è il motivo per cui né io, né tantissimi colleghi amiamo parlare sulla stampa o altrove volentieri su questi episodi. Perché di queste cose o si offre una riflessione articolata, o si porta sul tavolo una fuffa, anche se con qualche buono spunto. Io, nel discorso di Augias, un buono spunto l’ho trovato, perso però nel linguaggio ipersemplificato.

Ora, vorrei fare alcune considerazioni di metodo, perché più che altro mi manca il tempo per vedere tutto quello che si sa di questa vicenda. Lo posso fare perché chi ha esperienza territoriale di queste cose riconosce anche in questa triste storia i segni ricorrenti con cui si trova a lavorare quando di mezzo c’è l’abuso. Questi segni ricorrenti sono:
– la marginalità sociale
– il lessico della marginalità sociale in termini di infanzia
– la patologia della coppia genitoriale
– la patologia del sistema familiare.

Ora io non so come siano andate realmente le cose, e rimaniamo in attesa di una verità processuale. Ma in generale in queste territorialità ci sono diverse questioni. In primo luogo un’alta densità di situazioni di marginalizzazione, per la quale lo Stato non riesce a trovare modalità di intervento e ha una cronica mancanza di risorse materiali per intervenire: servono tanti soldi, tante persone, tante cose che costano – servono riunioni, coordinamento, posti letto in più, ore pagate a operatori con una formazione che costa. E queste cose non ci sono, ed è molto difficile reperirle. Allo stesso tempo i singoli elementi – famiglie dove c’è uno arrestato con spaccio, alcolizzati, situazioni di prostituzione minorile etc –  si trovano insieme e  si mettono insieme, formando a loro volta una compagine culturale coesa, che rispetto allo Stato e al servizio pubblico si pone come nucleo culturale autonomo e antagonista. Apprezzo quindi che non lo si inviti a qualsiasi trasmissione, ma quindi forse più di Augias avrebbe avuto qualcosa di intelligente da dire un Walter Siti, perché Parco Verde sembra la creatura di un suo romanzo, e la strutturazione dell’ideologia autolesionistica e difensiva di certi contesti è molto chiara in lavori come –il Contagio.

Non di rado, queste contestualità hanno un problema di patologia della genitorialità. Sono luoghi dove molte famiglie (tante quante? Non lo so varia, certo non tutte, ma mai solo una) sono inadeguate sotto il profilo della cura genitoriale, si formano con persone a loro volta figlie di famiglie inadeguate alla cura genitoriale. O dove famiglie abusanti sono il prodotto di altre famiglie abusanti. Spesso parte di questo collasso della funzione genitoriale passa, per le bambine, da una sessualizzazione precoce – che magari ha da caso a caso semantiche diverse: il desiderio di spingerle angosciosamente verso l’aspettativa sociale per esempio, perché la loro bellezza di future ragazzine potrebbe essere l’unica cosa che hanno, l’unica fonte di sussistenza e di gioia per se, il desiderio di vedere in loro le donne che si sta smettendo di essere, e purtroppo il desiderio di farne un oggetto sessuale in un certo senso a disposizione di entrambi i partner della coppia genitoriale. In questo caso, siccome l’incesto satura l’Edipo, materializza una fase evolutiva che dovrebbe essere simbolica e solo simbolica, la bambina si mette nella posizione di cercare di nuovo quel modo di essere al centro della situazione e adotta una modalità adultomorfa e seduttiva che nulla ci entra con i giochi delle bimbe coi vestiti e i trucchi. Diventa ipersessualizzata nel comportamento. Ora i primi due casi sono meno patogeni del terzo, anche se a parer mio più di un guaio lo fanno, ma il problema è che lo rendono agli occhi del collettivo scarsamente diagnosticabile, perché il comportamento sessualizzato delle bambine è diventato un codice condiviso – aihmè anche fuori dalle pareti del Parco Verde. La bambina schiacciata sull’adulta è la manna della prospettiva pedofila, che in qualche caso si fa culturalizzata (se pensiamo a certe pubblicità o a certe povere bambine modelle) . Questo anche perché la pedofilia vuole l’infanzia in quanto tale, ma gode dell’infanzia che si simula adulta, perché trova attraente l’attrito e l’infanzia che emerge sopra il goffo tentativo. Credo che a questo attrito faccia riferimento molto materiale pedopornografico.

E credo che a questo attrito facesse riferimento Augias, o Paola Tavella che in questo post lo ha citato. Non si tratta di criminalizzare il giusto divertimento delle bimbe a vestirsi o a giocare con i trucchi della mamma, fatto quasi tranquillizzante in termini di psicologia evolutiva, ma un viraggio e una dilatazione nel sessuale che è invece una colonizzazione di pensieri e fantasie erotiche del mondo degli adulti che prendono quel gioco delle bambine e ne fanno un loro gioco, che prendono un passaggio evolutivo di un minore e ne fanno un proprio oggetto regressivo. Magari una sola foto è insufficiente a stabilirlo, magari Augias ha fatto un cortocircuito sociologico forse persino di classe – ma anche a me la foto della piccola ha colpito in quella direzione – ma questo tema, in queste circostanze c’è. Chi si interfaccia a quelle situazioni lo sa e lo vede, tutti i giorni.

Infine. E’ chiaro che in attesa di confessioni che potrebbero non arrivare mai, e di verità processuali che possono essere sempre parziali, e che certo mettono fuori per esempio, le storie infantili delle parti in causa non si può mai dire niente di definitivo, neanche dopo. Ma io non condivido neanche questo mitologema culturale che sacralizza il male, che reagisce istericamente a qualsiasi tentazione di spiegazione, qualsiasi bandolo di matassa. Per cui Augias non doveva parlare del male alludendo alla precoce sessualizzazione della bambina perché il Male il Male! Ma se arriva qualcuno a spiegare la psicopatologia che sottostà alla pedofilia, la reazione sarebbe la stessa: il Male il male! Tu giustifichi! Il male è sacro, è magico, ci soggioga e ci ammalia, non si può intaccare, non si deve poter fare niente, ci deve illuminare le serate e schiacciare al muro. Anche la reazione sul rispetto per la vittima mi sembra che abbia questo odore della sacralità pavloviana del male.  Così come  mi risulta fuori luogo il richiamo alla libertà all’autodeterminazione di chi ha usufruito di tante possibilità di scelta e altrettante ne da (bambina mia gioca pure con i trucchi che tanto poi parli con mamma che la sera torna dal suo lavoro di medico, di avvocato, di quadro nella pubblica amministrazione) pensando che possa essere la stessa cosa di chi non ha quella rosa di elementi.

La fuori ogni tanto, le persone fanno delle cose, le cose di cui non si parla perché proprio perché le fanno, non ci saranno morti. Ci saranno delle riabilitazioni dopo un abuso, ci sarà un intervento preventivo. Con troppi pochi soldi con coordinamenti che sanno quello di cui avrebbero bisogno ma prenditelo te un bimbo abusato a casa con madre.
E queste sono le occasioni in cui certi discorsi dovrebbero trovare più spazio per entrare nel dettaglio.

Decomposizione dell’attrazione

Ancora si ricorda le infinite diatribe quando era ragazzina e oltre, da ragazza pure, con le colleghe del suo primo lavoro al negozio di casalinghi, con Matilde prima che se ne andasse a vivere in Olanda dietro al fidanzato, che poi ci è rimasta e l’ha sposato e la questione non si sarebbe più posta. Cosa si deve fare quando ci si lascia dopo una storia con uno che si ha amato, si potrà mai rimanere amici dopo avere baciato, e stretto e progettato, e Matilde diceva che non si può proprio assolutamente no perché poi se ti torna la voglia non puoi ribaciarlo di nuovo, che magari non eri felice oppure ora stai baciando, e allora.

E altre sue amiche Cinzia e Anna invece sempre al primo negozio, in piedi sulla scala per dire, agitavano il culo come tortore e dicevano ma si che si può certo! Alberto Gianni Antonio Flavio Gigi, è il mio migliore amico! Quello che mi conosce meglio! Io se litigo con il mio amore io parlo con lui! Perché lui sa come sono fatta! Così dicevano le sue amiche terribilmente sicure della loro vanità, api regine della loro capacità di non lasciare, femmine nate in posizione di forza. Lei rimaneva ai piedi della scala, e borbottava interdetta. Erano amiche che avevano lasciato, forse per questo. E quelle che sono state lasciate?
Quelle che sono state costrette alla fine del sentimento?
Cinzia una volta, a serranda abbassata – nella pausa pranzo – aveva capito la questione e le aveva detto, non devi fare tutto subito, ma sai i sentimenti cambiano. Dai tempo al tempo.

E durante quel tempo, con nuovi baci e nuovi maschi, nuove rose sotto al lavoro, nuovi cinema e nuovi letti, si era chiesta, e va beh che cambiano i sentimenti, ma se una cosa ti piace ma perché dovrebbe smettere di piacerti? Se una cosa ti chiama come smette? Se io e lui siamo gli stessi e rimaniamo gli stessi ricominceranno le stesse cose, le stesse parole e gli stessi richiami. Come i cani faremmo, come i lupi e tutte le bestie che ascoltano solo la stagione.

E ora anni e anni dopo, direttrice di un altro negozio era diventata! E non stava più a fare avanti e indietro nel magazzino, anche se lavorava ancora tantissimo, ma era diventata una signora si può dire, una signora con pure dei figli, un bambino e un ragazzetto adolescente, una signora con tanto ombretto scuro e vestita di buon gusto e senso pratico, perché commessa o direttora sempre dieci ore in piedi devi stare, e l’aveva rivisto, padre anche esso e sposato e impiegato. Gli aveva raccontato della sua vita con i bambini da separato, era entrato a comprare un regalo per qualcuno, la sorella aveva detto, e lei per un momento aveva pensato ai suoi fianchi a quel tempo che si era preso e si era messa addosso, sulla pelle e sul ventre, e i capelli pure i capelli erano cambiati, se li sentì molto tinti, davvero molto, ma quello tanto era venuto verso di lei risoluto, e non c’era stato modo di evadere.

E l’aveva riconosciuta e salutata con un ampio sorriso.   Come ti trovo bene come ti trovo bene si erano detti – cosa fai tu, io lo vedi hai figli si anche io, tua moglie veramente mi sono separato. E da li una successione di informazioni e di battute, e insieme anche bisogna dire la forma del suo corpo, sempre un bell’uomo non c’è che dire, uno che ci tiene si vede, la palestra ci deve essere su questo corpo, la piscina, un buon dopobarba. E si era scoperta irritata da questa nuova vanità. E poi lui parlando poveretto, affabile e gentile aveva detto delle cose, per esempio aveva detto “praticamente” molte volte, e aveva fatto un certo gesto con le mani sulla cintura, e pure queste cose nuove, l’avevano fatta come retrocedere emotivamente.
E mentre ancora parlava alla fine le era arrivata una cosa di lui, che da ragazzi era solo una sfumatura, un pericolo, una potenzialità sommersa. L’inelegante difesa della boria, la disgraziata vanteria dell’arroganza, il modo che hanno certi maschi di soffrire, il più insopportabile di tutti.

Alla sera si era detta che doveva chiamare Matilde, perché Cinzia la vita se l’era portata via, e doveva dirle questa cosa che aveva scoperto, che i sentimenti potrebbero pure rimanere sempre gli stessi aveva ragione lei e torto l’altra, ma la vita può fare delle cose alle persone, e cambiarle, portarle in una forma diversa da quella che ci aveva fatto innamorare. Matilde mia anche le tentazioni possono morire.

A proposito di “Perfetti Sconosciuti”

 

Quando feci, molti anni fa la mia tesi di laurea in psicologia per la triennale, che era sugli archetipi femminili nel cinema, imparai una cosa preziosa grazie alle critiche femministe. Quando in un film arriva alla fine un finale di tre nanosecondi che ribalta le sorti della vicenda, rimettendole in asse con l’aspettativa sociale, quello è un excamotage per mettere in scena qualcosa che si teme sia vissuto come indigesto, che si teme possa essere sanzionato moralmente. Allora si fa così: ci si gode l’oggetto proibito per tutto il primo tempo e nove decimi del secondo, poi nell’ultimo decimo si dice una cosa come non è vero mica che famo così. In questo modo si tagliano, spesso con successo, le gambe alla critica ideologica e apposto così. Negli anni 50 questo tipo di stratagemma era applicato a tutte le donne ardimentose che facevano cose zoccolesche ed emancipate e che venivano ricondotte all’ovile proprio alla fine. Negli anni 90’ dopo la tempesta del politically correct un film politicamente scorretto che faceva umorismo rivoltante sull’obesità si risollevava con lo stesso stratagemma in corner virando in un salvifico quanto lattiginoso buonisimo. E ora, rivediamo la stessa strategia in perfetti sconosciuti, film dalla sceneggiatura deliziosa, dalla recitazione perfetta – con personaggi davvero attendibili (anche se una nota la merita la psicoanalista, il Signore li perdoni, quanto di più lontano dalla categoria e dai suoi difetti si possa immaginare) film insomma davvero godibile – ma la cui retorica di fondo è più o meno.

Ah la contemporaneità ah nun se sarva nessuno.
Ah ci avemo tutti i segreti
Ah gente ipocrita che fa tutte cose brutte e si nasconde
Ah la menzogna menzognera!
Ah semo tutti un po’ demmerda. Anche parecchio.

E a seguire:

E se ci dicessimo tutti la verità?
Se ci dicessimo tutti la verità sarebbe teribbile perché come se disceva sopra semo gente demmerda.

Questa tesi per altro l’avevano già espressa due valenti registi nostrani mi pare, in diverse opere, Carlo Verdone quando ha smesso di voler far ridere, e l’ineffabile Muccino. E’ comunque molto cara al cinema: La finzione! La gente demmerda! Ah come siamo condannati a vivere male, perché tanto siamo dei bruttoni pieni di atroci segretacci, pusillanimerie, cosuccette, debolezze da povirazzi, nessuno spende una parola di conforto – io regista per altro non so bono proprio, figurati se ci riesce quella la analista (che orrore! Si vuole rifare le tette! Diludendi). Siccome io regista e io occhio culturale proprio non lo so che è la comprensione dell’altro ecco, che ti faccio sto epos tragico daa cena tra amici con un primo finale, quello vero teribbile, di tutti che sono cattivi e tutti che stanno malissimo, ma siccome ci spaventa questo pessimismo cosmico di tutti cattivi, ci mettiamo in corner il finalino edificante e atto a dissimulare il moralismo rivoltante (non ho mica detto che siamo delle merde! Non ho mica detto che con gli amici ci comportiamo di merda! Ho detto che siamo frangibili. Eh).
Il film:

Una coppia di amici che si vede per cena. La padrona di casa psicoanalista gnocca, in barba sia a quella comprensione dei segreti altrui che di solito struttura una vocazione professionale anche in termini perversi, sia alla saggezza che le dovrebbe far evitare di apparire così stronza che poi non le mandano più uno straccio di paziente, propone di mettere in viva voce tutte le telefonate che arrivano, i messaggi e i uotzappi, così da vedere se gli amici cari ci hanno qualche bruttoneria da nascondere.

E in effetti.
C’è una coppia dove lui va in analisi e alla moglie analista non lo dice (bruttone) la moglie analista che si rifà le tette ma non lo dice (bruttona). Un’altra coppia dove lei ha ammazzato uno in un incidente stradale e poi è diventata alcolizzata (bruttona) e il marito gli mette le corna con una ragazzina di vent’anni (bruttissima zoccola proprio più di lui e lui altrettanto bruttone ca va sans dire) un’altra coppia dove lei non pole avere figli e rosica (bruttona) e lui la cornifica con un’altra e la mette incinta (bruttonissimo) un frocio che nasconde la sua frocità(pavido bruttone). Più altre bruttonerie che ho tralasciato. Ogni volta che squilla un cellulare esce una bruttoneria nacosta, e la reazione degli storici amici è più o meno: a. bruttone b. bruttone perché non ce l’hai detto. L’unica ipotesi di blanda magnanimità anche se piuttosto fregancazzo è del marito chirurgo che sta con la psicoanalista gnocca, complessata sulle zinne, e perfida. Ma non è che per gli amici alla canna del gas se stracci proprio le vesti.
Ogni tanto, a dire il vero, c’è qualche slancio di solidarietà femminile tra cornute, che però il regista mi pare interpreti più in termini di solidarietà di classe o corporativismo che in termini di bontà. Sempre togliendosi qualche sassolino psichico raggiunge l’acme dello stereotipo consociato cornuto quando inquadra la psicoanalista mentre sputa in un occhio il cornificante. (Qui ci sarebbe un importante capitolo di Gabbard e Gabbard del loro imperdibile libro sulla rappresentazione degli psicoanalisti al cinema).

Ci sarebbe da contestare la mitologia della trasparenza, e una sorta di estetizzazione d’accatto del controllo sociale. Buona parte della reprimenda del film infatti si incardina sul nascondimento e paventa un presunto obbligo morale alla dichiarazione urbi et orbi dei propri cavoli privati. L’analista non ha detto a tutti pure al pizzicarolo che era scontenta delle sue tette! I cornificanti con le – ipso facto strappone, che ve lo dico a fa – sono colpevoli di un tradimento che è del collettivo più che della coppia, e insomma tutto questo ben congegnato film sembra avere la regia di un social network per cui sei colpevole perché hai una tridimensionalità privata, sei colpevole perché non sei costantemente dichiarato a te e ai tuoi cari. E quando il meno stronzo di questa comitiva di stronzi dice, ah questo oggetto ci sta rovinando, alludendo al telefonino vien da sorridere. Quel telefonino è il mezzo nuovo per qualcosa che ci è sempre stata, ossia la vertigine della vita privata, a cui oggi ci si chiederebbe ossessivamente di rinunciare. Ma questo è il meno.

 

Il più è che, al di la degli indubbi meriti di una sceneggiatura piacevole e ben scritta , di una buona recitazione e anche di una buona regia, questo tipo di film risulta quanto mai consolatorio, non già per il finale fasullo, quanto per quello reale e implicito: l’esito naturale, delle trame avviate. In primo luogo perché lo sfascio della vita altrui suona come la giusta nemesi e la degna catarsi per uno spettatore che o ha evaso le tasse, o ha pure lui cornificato, oppure pensa cose immonde bruttone daa sociera, in secondo luogo perché di questi tempi, la resa, la presa d’atto che tutti siamo merde, il frigno estetico conclamato et autocosciente – ah ajuteme addì autocosciente – è il balsamo della nostra inettitudine. Non si fa niente per nessun altro salvo che per un interesse di parte, siamo frangibili ma perché fondamentalmente non ce ne cale di non essere contundenti, mai di pensare le ragioni dell’alrtro, ma piuttosto uuuuh gli alti lai dell’umano destino, aaaah la tragedia davvero proprio! Ed è per questo che io alla fine di questo film davvero piacevole ho vivamente pensato. Ma se questo regista anziché fracassarci i maroni per altro piacevolmente con questo piagnonismo così ben confezionato, se ne andasse a lavorare in una casa famiglia nevvero, ma nzarebbe meglio? In un’unità di strada per i senza tetto non ci sarebbe più utile? Pure alla FIOM tiè farebbe cosa buona.
Poi, potrebbe tornare a fare i film, dopo un tirocinio nel mondo dei vivi.

 

E’ assolutamente lecito produrre opere d’arte, film libri etc, che non abbiano il dovere di essere edificanti. Ma io temo che questa retorica abbia esaurito il suo ruolo culturale. Forse per un certo momento storico è stato bello – siamo grati alla catartica assunzione di responsabilità di un America oggi, di un Magnolia, di un Festen. Dopo la sbornia dell’happy end l’overdose di mulino bianco, avevamo bisogno di un po’ di ciniche prosettive luciferine e senza scampo. Ma ora questa roba è la maniera di se stessa, e nel nostro contesto politico è la celebrazione della nostra inanità. Forse dobbiamo inventarci culturalmente qualcosa d’altro. Liberarci di questa trasversale posa intellettuale che non riesce a restituire il santo insieme al demone, e fermandosi al demone alla fine annoia. E se ci pensiamo è proprio questo che ora troviamo nelle serie televisive di alta qualità, che dai Soprano a Game of Thrones a oggi ci siamo visti con tanto piacere e imparando tante cose, tante sfaccettature, tante chiavi di accesso alla relazione privata e a seguire alla relazione politica. Forse questo tipo di regista dovrebbe buttare un occhio su quel tipo di telefilm, l’esercizio potrebbe essere: cerca in questa sceneggiatura il momento di generosità e la persona buona. Nelle migliori ce n’è sempre, non di rado addosso ai cattivi.

 

( O forse, un consiglio. Leggere Marilynne Robinson – Gilead e fare un film di quella trama e soprattutto di quello sguardo morale e umano, così come sfida ed esercizio. )

Limes

 

(Sa probabilmente di avere già gli occhi liquidi e opachi che sono occhi di morto, occhi dove la vita non arriva più, oppure balugina a momenti, in lampi di stanchezza e di esasperazione, e qualche rara volto in qualcosa che è parente di un sorriso, ma che sorriso non è più.
Come mai sono ancora vivo, si dice per la verità, in cuor suo, in una lingua assorta che non passa più manco per la parola.

Le macchine certo, le macchine lo tengono di qua quando se ne sarebbe andato già di la, le sedie gli danno forma al corpo pure se vi scivolerebbe e i figli gli legano il busto con vecchie sciarpe, per farlo mangiare. Altri lo fanno mangiare e bere, e gli danno medicine e lo guidano mentre fa resistenza.
Altri fino a poco prima, lo mettevano nel cono di luce nelle giornate di sole, mettevano della musica e si avvertiva un po’ di benessere. I raggi sulla pelle di tartaruga delle mani.

I peccati gli stanno sul fondo addormentati e inutili. Mai lo hanno riguardato poco come adesso, definitivamente estranei a qualcosa che sembra in tutto un nuovo tipo di infanzia, un ritorno alla verginità dell’intenzione e della possibilità. Non è più quello che si è sentito vigliacco, e neanche quello che ha tradito. E’ un animale vicino alla soglia, governato da vigori autonomi e indipendenti.
Chi lo guarda ogni tanto crede di indovinare un’estenuata insofferenza.

Ha sempre convissuto con una depressione tenace, maligna e pervasiva. Non le si è mai opposto, e ci ha anzi fatto una cuccia dentro di piccole fughe, di sprazzi di surreale, di tenace irriducibilità al mondo dei vivi – il quale vi è da dire, è lo stesso dei morti. Così come dunque ha resistito fluttuando in un secolo di eroismi e barbarie, amato tignosamente e giudicato aspramente, da verdetti, donne, figli, ora ristagna in questo limite doloroso, in preda a un cuore di acciaio e di altrai acciai ancora più forti, la dialisi, la flebo, la paura altrui della sua fine.

Troppo depresso e ritratto, troppo leggero, per fare come quel vecchio famoso e titanico, che dal letto di ospedale si strappò tutti i fili, e sovversivo ribadì per l’ultima volta il suo vigore. Altri caratteri e altri destini.Qui  c’è la lunga marea, che si ritrae dalla spiaggia bassa, per chilometri e chilometri di spuma e di onda, fino all’esaurimento.).