Mein Punkt

 

All’indomani dell’approvazione della legge sul negazionismo in parlamento, Il Giornale trova un’astuta alternativa alle sue modalità consuete, per istigare all’odio razziale, e in nome della tradizione culturale, propone un suo personale grande classico della politica in cui potersi riconoscere, che è il Mein Kampf – una scelta di marketing politico niente male, che fa finta di usare come neutro o addirittura intellettuale un testo ignominioso – quando lo scopo è in parte, quello di definirsi per contrasto rispetto alla linea di governo e della sinistra in genere.
In parte – perché in secondo luogo vien da supporre che lo scopo sia quello di proporre un’estetica della leadership niente male, che possa fornire un’idea di scandalo da una parte, ma anche di continuità nevvero dal momento che, di nuance di odio razziale, e di atteggiamenti discriminatori il Giornale è sempre stato pieno. C’è insomma chi dice il giornale mio è stato fondato da Gramsci, e chi invece dice, mi piacerebbe tanto che il mio fosse stato fondato da Goebbels. Il che per altro, non toglie quel po’ di charme maledetto che hanno le cose cattive. Siamo quelli che hanno il coraggio di portare questi vestiti luccicanti ma scomodi eh!
L’operazione, avrà successo.

Certo di solito al Giornale si rivolgono a Rom e islamici, se ne sentiranno addolorati i credo non pochi lettori della comunità ebraica, i commercianti di destra per esempio di molta Roma che boicottano qualsiasi attività di pace Israele – Palestina e che forse il Giornale lo hanno sempre scioccamente apprezzato.
In compenso, una generosa sponda della sinistra, che scambia la miopia politica per onestà intellettuale – trattandosi di un pamphlet che di arabi si occupa tutto sommato pochino – è li che si straccia le vesti pensando alla questione omnicomprensiva che ah la libertà di parola, ah i libri non si bruciano, mica si diventa nazisti così con un libro pure vecchio, la democrazia è quella bella cosa in cui tutto deve essere lecito.

Un’altra interessante occasione per constatare lo stato di coma della sinistra italiana, persino nella sua frangia che dovrebbe essere un pochino più sorvegliata. Je souis Charlie prima di tutto! Ma a sprecare le meningi tre nanosecondi per l’analisi dell’oggetto politico e della sociologia in cui si cala non mi ci voglio dedicare. Figurarsi ad assumersi la responsabilità politica di dire che certi assunti non dovrebbero essere ammissibili in una democrazia matura.
No – si combatte per la libertà di pensierino.

La questione infatti per me non va affatto messa in termini di liceità della presenza di Mein Kampf sul mercato editoriale italiano. C’è sempre stato, se dovesse sparire è giusto, anzi necessario, che lo si trovi in biblioteca. Ma quando lo si ripropone, essendo un oggetto che non è solo storico ma è anche politico, un oggetto che ha delle attualità e dei rimandi in diversi comportamenti antisemiti attuali, ma che a ben vedere ha ancora più rimandi in molti comportamenti islamofobi attuali e omofobi o genericamente razzisti, bisogna capire bene in che modalità con quali scopi, con quanta adesione da parte di chi lo pubblica, insieme a cosa, e perché lo fa e chi lo leggerà. Ed è per questo che tutto il dibattito su questa vicenda mi pare allucinante, miope e sciocco, di più, vigliacco e irresponsabile: perché si rivolge alla questione pensando in termini di censura si censura no, di libro pericoloso si, libro pericoloso no, senza assumersi – nessuna delle parti in causa, la responsabilità politica di accusare non un libro – Hitler è morto – ma un gesto politico, un’intenzione, delle conseguenze: cosa implica pubblicare quel libro, che cosa dice con voce stentorea. Cosa ipso facto riattualizza, tira fuori dalle ceneri, e rende lecito.
Sotto accusa cioè  si deve mettere un’agenzia culturale, come di fatto è il Giornale, e nel centro cosa si vuole per il paese in cui si vive.
E mi tocca invece vedere fior di intellettuali, che alla banale analisi di come una contestualità cambi il significato dell’oggetto sono stati pasciuti fin dalle scuole superiori, stare li a dire beh ma guardate che Mein Kampf è reperibile da sempre su Feltrinelli (MAGGIURA) e che sarebbe il meno rispetto a quelli che dicono siamo immunizzati eh siamo pronti a leggere Mein Kampf – che viene da dire: ma di chi parli di preciso, di quelli che solo l’anno scorso hanno messo la fotina di Anna Frank sulle serrande dei negozi ebrei di Roma a titolo intimidatorio? o di quelli che al mercato di Firenze hanno ammazzato uno di colore? o di quelli che nelle scuole elementari dei figli bene non invitano a giocare il compagnuccio che si chiama Said? o di altri esempi carini che potrebbero venire in mente?

Insomma, non è difficile capire che mettere mein kampf in una collana di documenti di storia del novecento è diverso dal darlo in pasto a lettori i quali – anche per la acclarata e rivendicata allergia alla cultura e ai valori etichettati come di sinistra – detestano il concetto di documento storico , mentre amano anche se spesso velatamente, quello di razzismo. Mein Kampf in quella linea editoriale è una dichiarazione politica, una rivendicazione storica, una franchezza identitaria, e di conseguenza una legittimazione alla discriminazione e di più all’odio feroce, non solo contro gli ebrei – cosa che a sinistra si sa, fa pure piacere, ma anche verso altre minoranze, tutte persone che finiscono col pagare materialmente, nel quotidiano, sulla pelle dei propri bambini, la difesa d’ufficio della libertà di pensierino.

E’ presto per dare giudizi definitivi, e io principalmente reagisco alle opinioni che ho raccolto in rete. Mi auguro di leggere sulla stampa prese di posizione che siano capaci di essere circostanziate, ma di condanna ferma di un’ideologia emergente e che si vuole affermare, con delle pratiche razziste.  Che la si smetta di continuare a trattare come questione terze, di salotto, cose vitali e prioritarie. In qualche modo confuso o che forse sarebbe semplicemente materia di un altro post, nel collasso della sinistra italiana alle ultime elezioni, nella sua perdita su tutto il territorio, ci entra anche questa intellettualizzazione, questo alleggerimento delle cose vitali, anche fuori da questo tema.
Tutto è narrazione, tutto è modi di pensare bellino e bruttino, il mondo è degli altri.

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5 pensieri su “Mein Punkt

  1. tutto giusto e condivisibile, ma la domanda è secondo me: siamo d’accordo tutti sulla legge?
    E confesso che io l’ho scoperto solo pochi giorni fa …….

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  2. Ho letto il tuo pezzo e sono d’accordo con te sul giudizio che dai all’operazione del Giornale. Però devo dire che a me sembra che il problema per semplificare all’estremo sia più a sinistra che a destra.

    E’ legittimo pubblicare qualsiasi tipo di testo e su questo siamo tutti d’accordo, chiaramente accompagnato da una revisione critica seria del testo e questo dovrebbe essere la prassi. Purtroppo a sinistra prima si era distratti sui propri testi di riferimento e molto attenti a quelli degli altri, ora si è distratti un poco su tutto, il che è molto peggio di prima.

    Per intenderci, anche quando va in stampa a cura di giornali di sinistra il”libretto rosso di Mao” o il “capitale” di Marx o anche ” il contratto sociale” di Rosseau, questi vanno calati nella loro realtà storica con un accompagnamento critico dell’opera che metta in evidenza le castronerie che vi sono scritte così come i lati positivi ove ve ne siano, semplicemente perché la storia che li ha giudicati, così come ha impietosamente giudicato il “mein kampf.”

    Fino a quando questo non avverrà, e temo che passerà ancora molto tempo, si darà il destro alla legittimazione di operazioni discutibili come quella del “giornale” che sfrutta il risentimento bipartisan questo si, che non alberga solo a “destra” ma anche a “sinistra,” di una fetta abbastanza ampia della popolazione italiana verso gli invasori arabi che vengono a fare attentati e rubarci soldi e lavoro, e anche contro una presunta lobby di sionisti che fanno affari a nostre spese e sfruttano e ammazzano i poveri palestinesi, per non parlare di tutti coloro che anche dichiarandosi attenti alle minoranze e sensibile alle tematiche sociali di sinistra ecc. ecc. dicono: “e si, a me sti zingari manno rotto er ca**o”.

    Questa disattenzione, disaffezione, pressapochismo, travisamento, aggettiviamolo come ci pare, aiuterà questa che non è una operazione culturale ma semplicemente una riproposta stantia di farneticazioni che facevano ridere e atterrire allora come lo fanno adesso.

    E’ triste constatare che a distanza di 70 anni dalla fine della guerra e della morte dei suoi protagonisti stiamo ancora qui a discutere se sia giusto pubblicare un libello piuttosto che un altro, vuol dire che non abbiamo ancora fatto i conti con il passato, ne con noi stessi.

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  3. Rifiuto qualunque accostamento di qualunque tipo fra il Mein Kampf e i libri che sono stati citati (e che, eccome, sono stati oggetto di critica e contestualizzazione storica pure oltre il necessario, perché, cazzarola, tutti a dire che Marx è morto ma nessuno ha mai scassato tanto le palle a Epicuro o Spinoza). Il “contrario” de “Il Capitale” non è una follia razzista senza alcun costrutto ma eventualmente un manifesto del pensiero liberale. Rivendico invece un sano diritto allo scandalo di fronte a un’operazione editoriale scellerata e rivendico il diritto di esprimere questo scandalo senza nemmeno sentirmi in dovere di spiegare perché sono scandalizzata. E spero che come me si sentano in tanti.

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