Natura e cultura

 

Quando lo psicologo si interfaccia al dibattito pubblico, su questioni che sono di pubblico interesse, o che anche semplicemente riguardano il quotidiano di tante persone, si confronta con una psicologia popolare che in varie modalità ordine e grado stabilisce una connessione tra cultura dominante, concetti che appaiono più spesso rimandati dalle agenzie di un certo contesto – e comportamenti individuali. Si tratta di un corto circuito che in particolar modo viene stabilito a proposito della psicologia della differenza di genere, ma anche riguardo comportamenti psicopatologici e psichiatrici che qualsiasi clinico considererebbe importanti. Si basa su un’idea dell’umano come estremamente duttile e particolarmente condizionabile, manipolabile per cui: se una giovane donna vede molte fotomodelle magre si disporrà a essere anoressica, se un ragazzo sente parlare in modo maschilista si disporrà alla violenza di genere. E’ un’operazione che spesso mettono in atto persone colte, intellettuali, ma che a ben vedere non di rado, sotto la coltre di un’argomentazione portata avanti con una terminologia sofisticata e condivisibili intenzioni politiche, si fonda su decisioni arbitrarie, accoppiamenti di fattori messi in relazione causale solo in base alla semplice compresenza, rispondendo senza in maniera frettolosamente sociologica a una domanda che è squisitamente clinica, persino di ordine psicologico cognitivo: quando il soggetto x compie il comportamento y, sulla base di quali dati formula la sua scelta? Decidere che x compie il comportamento y semplicemente in quanto suggestionato da z – le ragazze sono anoressiche perché le modelle sono anoressiche, i maschi violenti sono violenti perché c’è una cultura di genere violenta, è in realtà un po’ come stabilire che i vaccini procurano l’autismo sull’osservazione del fatto che tutte le persone con una diagnosi di autismo sono state sottoposte a vaccino.

In realtà lo psicologo sa che l’intervento delle matrici culturali c’è ma non agisce in maniera così grossolana.
Esso parte dall’assunto che gli anni più importanti della strutturazione della personalità e di un’eventuale psicopatologia sono i primi anni, quelli cioè che vanno dalla prima infanzia alla scuola primaria. Le vicende e le esposizioni a cui l’individuo è esposto in quel primo periodo e l’organizzazione del contesto in cui si trova a vivere saranno veramente decisivi. Pertanto quando si trova a considerare i comportamenti adulti sarà sempre a quella prima cornice che metterà lo sguardo, per rintracciare la predisposizione mentale che ha condotto al compimento di certi atti. Nella sua prospettiva dunque è dirimente non tanto stabilire come i sistemi culturali intervengono sui pareri condivisi degli adulti, ma sulle relazioni primarie dei bambini, perché in quella direzione davvero l’impatto del contesto può essere determinante, perché il contesto culturale da forma alle famiglie e stabilisce la qualità delle relazioni, e non di rado gli stili relazionali tra genitori e figli.
C’è un’importante intreccio tra pedagogia dell’infanzia e trasmissione di valori: tra stili pedagogici per esempio e aspettative sociali su quale debba essere per un certo gruppo culturale un adulto meritevole di stima. E’ una cosa di cui si sono occupati molto gli psicoanalisti che si sono mossi anche nei contesti dell’antropologia culturale. O che sono stati in grado di tenere un occhio sulla ricerca sociale. Io mi ricordo con sorpresa per esempio, un bellissimo saggio di un pioniere della psicoanalisi Roger Money Kyrle, che studiò come gli stili nella puericultura di certi indiani nordamericani – improntanti a un fortissimo contenimento, una risposta precocemente severa e poco empatica da parte delle madri, preludesse alla formazione di adulti che sarebbero stati molto aggressivi, con una struttura del carattere molto idonea alla difesa del territorio e meno forse al contatto empatico. Così come possiamo fare l’esempio più recente ma ancora più interessante delle riflessioni di un’analista relazionale come Jessica Benjamin che rintraccia le prime linee della psicologia di genere e delle sue derive maschiliste, nella strutturazione del modello familiare e nella diversa tipologia di comunicazione emotiva e psicologica che i padri per esempio riservano ai loro figli e alle loro figlie. Second Benjamin i figli maschi sono letti immediatamente (già a due, tre anni) come meritevoli di gioco, di essere portati fuori dal cerchio familiare, staccati dal materno, sono figli dunque con padri che prevedono di dover rompere “l’anello simbiotico con la madre”, mentre le figlie femmine, sono lette come destinate a essere viste dentro l’anello dentro il familiare, nell’emotivo, nell’intimo, e quindi destinate a non svincolarsi mai del tutto dal nucleo di appartenenza. Ora Benjamin ci ha dedicato volumi interi a queste questioni, e rimetterli tutti qui è impossibile, ma mi sembrava interessante come una buona introduzione in termini di metodo.

Tutto ciò vale in particolar modo per le diagnosi importanti che sono l’esito di tanti fattori ma in primo luogo di contesti primari largamente disfunzionali. Queste diagnosi poi assumeranno forme forse indicate culturalmente, e anzi addirittura, specie oggi con la rete, arriveranno a socializzare i sintomi e a renderli cultura a loro volta. Ma il primo giro di mattoni rimane quello dell’ambiente dei primi anni di vita. Per questo non mi stanco mai di ripetere che oltre alle politiche nelle scuole per la prevenzione di comportamenti criminosi collegati a psicopatologie – che siano violenze di genere, che siano atti di bullismo – c’è semplicemente da aprire asili nido a tappeto su tutto il territorio nazionale e renderli economicamente accessibili, perché se i primi anni di vita di un bambino sono quelli salienti, sono quelli in cui lui si fa l’idea se ha diritto di chiedere o no, se è amabile o no, se può permettersi di esplorare o no, o se per essere al mondo deve invece angosciosamente perseguitare o surclassare, beh bisogna offrire ai bambini nati in famiglie con scarse risorse emotive, su cui grava a sua volta magari una o più diagnosi, la possibilità di esperire relazioni più protettive e sane tante ore al giorno, in modo che possa tesaurizzare col tempo scambi con il mondo esterno che siano per lui più tranquillizzanti – e in modo che abbia l’arsenale emotivo sufficiente per affrontare sfide future – come quella di avere un figlio, o di vedere la partner incinta.

 

Messi nel campo psichico questi primi elementi di strutturazione della psiche si può riconsiderare il circuito tra cultura e comportamento, constatando come eventualmente il dato culturale possa fornire alla sintomatologia che va cercando una forma per esprimersi, il vestito più adatto, il dato culturale suggerisce e la psiche risponde. Ma vedere le cose in questo modo aiuta a intervenire con più efficacia nel contrastare certi fenomeni collettivi che ci riguardano.

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Un pensiero su “Natura e cultura

  1. Leggendo il pezzo di Costanza su natura e cultura, vorrei proporre due brevissime riflessioni.
    Innanzitutto, da un punto di vista proprio antropologico (il mio è il punto di vista di una antropologa, anche se non esercito in contesti che tipicamente vengono ricondotti all’antropologia culturale), non posso che concordare con le conclusioni.
    Leggendo, ho apprezzato molto che l’autrice non abbia dato un titolo usando il termine “antropologico”, spesso abusato. Giustamente afferma che talvolta si risponde in modo frettolosamente sociologico. Il frettolosamente è d’obbligo. Che le matrici culturali non agiscano in maniera così grossolana lo sa bene infatti anche un antropologo che non usi il termine “cultura” come purtroppo frequentemente avviene: non c’è, su questi temi, una adeguata cultura (mi scuso per il gioco di parole) diffusa. L’antropologia moderna – che dal funzionalismo ha ormai ampiamente preso le distanze – sottolinea il ruolo dei soggetti in quella che viene definita “produzione culturale”. Non ha più senso il presupposto per cui il “contesto culturale” determinerebbe i comportamenti individuali secondo una rigida relazione di causa-effetto. Sono solo alcuni studiosi (di solito di matrice marxista, e neanche tutti) che insistono su questo punto – quello della “produzione” dei soggetti, in questo caso funzionali al sistema -, aggiungendovi l’elemento della soggettivazione, che è pur sempre, però, effetto delle strutture sugli individui.
    Al contrario, l’accento di molta antropologia moderna è sui significati, sugli habitus, sulle pratiche, con cui non si intende semplicemente l’incorporazione di modelli di valori e di comportamento disponibili immediatamente nel campo o nel sistema sociale e culturale ma la partecipazione dei soggetti nel costruirli, modificarli, accettarli in tutto o in parte, trasformarli: un concetto cioè dinamico di cultura, progressivo e costantemente in divenire. Anche perché la “cultura” non è qualcosa di estraneo al corpo sociale – spesso ne sento parlare come una specie di ectoplasma che non si capisce bene cosa sia, comunque impalpabile – e alle espressioni soggettive, ma è appunto declinata nelle pratiche e le pratiche sono azioni di individui, di gruppi, di attori sociali. La differenza riaspetto alla psicologia nell’esaminare il portato dei soggetti probabilmente consiste nell’indagare il nodo del significato – un altro aspetto fondamentale che la moderna antropologia ha messo al centro – e come esso si produce in diversi contesti culturali, con il contributo, appunto, dei diversi attori sociali. Oggi, se vogliamo, un antropologo è uno studioso alla ricerca dei significati simbolici, di come essi di co-costruiscono in un contesto e “si fanno” pratiche.
    Ci si accorge in questi dialoghi di come le convergenze tra discipline differenti – ma che sempre sono discipline umane e sociali – sono moltissime.

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