Dancing. Sul calcio

Il battesimo della levità alcuni ce l’hanno da piccolissimi, nel tempo magico impresso nel corpo ma non nella memoria, quando ancora tondi e goffi, dolci e fuori dal genere, vicino a degli alberi, delle onde, dei palazzi, dei padri, dei fratelli, toccano una palla che è grande come loro. Il loro primo incontro con questa amica gentile, le prime volte docile e remissiva come il cane di una zia o di una vicina, che rotola piano ai loro piedi, che se ne va distratta verso qualcuno, che giace innocua e immota. Pronta.
Il primo calcio a quella palla gentile, è la loro genesi alla leggerezza.

Da bambini imparano a fare poi di quella leggerezza, una scuola e una teoresi, s’industriano come virtuosi, studiano della leggerezza le regole e i riti, la dilatano fino a farla diventare un mondo, una polis, un’oligarchia, un pantheon, una devozione e una preghiera. Il catechismo delle scuole amatoriali di calcetto, le partite da vedere coi padri, i passaggi da studiare e ripassare, i santini dei caduti, i profeti del passato, fino ai dolorosi retroscena del campionato.
Ricordo ancora l’amarezza con cui in un tema, un mio compagno descrisse la scoperta del calcio mercato.

Diventano maschi, e corpi di maschi con questa infanzia nelle vene mai perduta, sui campi crescono le gambe, le braccia, i polsi e le caviglie, le ragazzine sugli spalti e le angosce da sedare. Nell’affanno di un campetto di parrocchia, di un parco la domenica, di un’associazione sportiva di provincia, cercano di dribblare la carnale responsabilità che li insegue, esami prima, colloqui di lavoro dopo, una moglie si, una moglie no, quella seduta infondo è incinta, il menisco mi fa male, i legamenti che si strappano e non si sa come tornano, domenica allo stadio e anche per noi si dice, torneranno le rughe.

Noi bambine raramente invidiamo questa faticosa e garrula fuga dalla morte, giochiamo con il corpo altre battaglie e altre sfide – la vita ci colonizza e siamo chiamate a altri bastioni e altre sconfitte – molto presto, e senza alternativa. Precocemente divise dalle nostre lotte, ci rilasseremo con le amiche in distanze misurate sapendo dove stava una e dove stava l’altra. Quali bambole, quali vestiti, quali uomini. Quali stipendi.
Per questo se c’è un solo momento in cui guardiamo con bramosia le parole dei nostri compagni, è quando in un bar, in un ufficio, in un prato, in una spiaggia, tra ministri o tra garzoni, tra notai o tra studenti, alti e bassi magri o vecchi, ricchi e poveri, insieme indistinti ritornano intorno al loro totem egualitario e condiviso, il loro sogno infantile universale e democratico, e grossi e ispidi di barba e di mutuo, di responsabilità e di vita, discettano della loro leggerezza preferita, disquiscono di rigori e di parate, di arbitri cornuti e dolori insanabili, di passaggi mancati e mortali decisioni -serissimi e scanzonati insieme.

Beati i nostri maschi che ogni tanto tornano bambini e fratelli intorno alla palla della loro infanzia.

 

(per chiudere qui )

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2 pensieri su “Dancing. Sul calcio

  1. Non è che tornino bambini: è una seconda dimensione in cui il tempo semplicemente non passa. E ai non sportivi, a quelli che non tirano calci al pallone (ché esistono anche loro) rimane comunque il pantheon dei padri. Difficile che un ragazzo sia davvero agnostico, in materia di calcio. Quelli che sdegnosamente rifiutano il calcio….non avranno qualche problema? (domanda semiseria)

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  2. Magari fosse così per tutti: pensiamo agli ultras. Magari potremmo scoprire che non sono stati bambini mai…
    Quanto al tempo, da un altro punto di vista possiamo dire che nel calcio passa: anzi il tempo è tutto. Ma è hegelianamente ciclico, finita una partita ne comincia un’altra, disegnando un cammino di cui alla fine si capirà l’importanza (il campionato). E l’allenatore o il calciatore, inconsapevolmente filosofi, ripetono come un mantra “non pensiamo più alla partita appena finita, guardiamo la prossima”, per aggiungere subito dopo “pensiamo a una partita per volta” e/o “alla fine faremo i conti”.
    Forse si torna bambini o si scopre che il tempo non è passato solo quando “si corre col pallone di gomma”; anche se poi invece sì, gli acciacchi etc o anche solo la constatazione di essere “in età da marito” (“Livingstone”, Roberto Vecchioni). Tristezza.
    La leggerezza è un dono del cielo o un traguardo? (domanda semiseria)

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