Non solo Orlando

 

Premessa.
Orlando è l’ultima strage commessa in America, avvenuta come prima conseguenza della libera vendita di armi a chiunque, anche prescindendo dal suo stato mentale. Questa volta l’assassino di molte persone aveva come obbiettivo il mondo omosessuale, mondo interno dell’assassino prima che esterno, altre volte erano per esempio dei bambini, anche li forse un bambino interno da colpire. Le varie stragi degli Stati Uniti hanno in comune quindi oltre alla scandalosa facilità di esecuzione, anche una diagnosi psichiatrica importante dove, credo invariabilmente, compare un disturbo di personalità piuttosto grave, vicino cioè al versante psicotico.

A proposito di questo ultimo attentato, Isis ha rivendicato una paternità, una relazione. L’uomo era un immigrato di seconda generazione, nel cui computer sono state trovate immagini di esecuzioni Isis e si vanno cercando tracce di un contatto più consistente – non è detto che se ne trovino. La psicopatologia grave, in questa come nelle circostanze europee fa il gioco di Isis, e se l’intercettazione di persone vulnerabili allo charme demoniaco della sua campagna mediatica riesce bene grazie a situazioni psichiatricamente rilevanti, le miscele esplosive di quelle stesse situazioni psichiatrice con le problematiche del territorio, permette anche al terrorismo di marca medioorientale di lasciar fare quello che altri fanno per se, per poi metterci la bandierina dopo.

Ora, per quanto da Utoya, a Parigi a Orlando, passando per stragi agganciate o sganciate dal terrorismo ci sia sempre una diagnosi psichiatrica rilevante –  per altro in una rosa ristretta e di possibilità ricorrenti – la reazione dell’opinione pubblica e del pubblico dibattito è : ok era matto ma ce l’aveva con. Oppure: Ok era matto ma ci sono le armi, ok era matto ma la cultura ha molto contribuito…. Ok era matto cioè, è un modo di leggere la notizia del patologia psichiatrica grave come un dato quasi deludente, da mettere tra parentesi per diversi motivi. Matto è una categoria generica, labile ma al contempo percepita come assolutoria e quindi frustrante, sacralizzata dall’alone della vittima perciò intoccabile. A dire matto vuol dire che non si può punire, ma siccome di cosa fa la psicologia applicata o la psichiatria non si sa niente e manco ci si vuol pensare, a matto si collega anche una impossibilità di azione. Meglio invece concentrarsi su tutte le cose, che poi di solito esistono per davvero e hanno una corresponsabilità nella causalità dell’azione. Nel caso di Orlando il problema è l’omofobia, per altro molto di più l’omofobia occidentale che quella di marca islamica, perché l’assassino in occidente è cresciuto e il suo controverso rapporto con la sua identità in occidente è maturato. Occuparsi dell’omofobia è una cosa giusta, con o senza Orlando, come del resto occuparsi di un regime così scelleratamente irresponsabile da dare le armi a chicchessia è cosa buona e giusta, con o senza Orlando.
Ma io, che di mestiere sono psicologa, non posso fare a meno di far notare: guardate come per ogni strage emerga una diagnosi importante, guardatelo questo fatto! E’ un’informazione utile, utile per la prevenzione e per un intervento tempestivo, molto più di quanto si possa sospettare.

Cosa dobbiamo guardare?

La diagnosi psichiatrica, con le sue etichette di massima, è un sistema geometrico particolarmente ostico perché si pensa che non riesca a contenere la variabilità umana. In effetti quando si avvia una psicoterapia, della eventuale diagnosi di partenza ci si fa ben poco, dovendosi invece addentrare nel romanzo esistenziale di ognuno. E questa insufficienza a coprire la realtà da parte della psichiatria è anche una bella cosa, è la garanzia della nostra varietà e forse della nostra libertà. Tuttavia, la verità antipatica a cui non ci piace pensare, è che, proprio al contrario di quel che sosteneva Tolstoij, non è affatto l’infelicità a renderci originali, ma la felicità: più la psiche soffre, meno risorse ha, meno è originale, e quindi al momento della diagnosi le infelicità sono facilmente raggruppabili in etichette, perché le risorse sono poche  e sono sempre le stesse.  Quindi in fase di screening e interventi di pubblica utilità si le diagnosi hanno una gran ragione d’essere, essendo gli aspetti individualizzati e più sani a rendere le persone diverse, a colorire in maniera soggettificata le diverse sofferenze. Ma più si scende nella gravità e più le diagnosi sono fattibili, o riguardano dibattiti su questioni molto sottili.

Non ho incontrato nessuno di questi assassini di persona. Mi pare di capire però che sono tutti collocati in un disturbo di personalità a basso funzionamento, a cui si possono unire altre cose, come un delirio psicotico, una struttura paranoide, fino a un’organizzazione antisociale. Vuol dire che si tratta di persone che funzionano bene sotto il profilo della programmazione materiale delle azioni, che non si comportano nel quotidiano in maniera davvero incongrua, ma che hanno un problema consistente nella gestione delle emozioni, di sentimenti persecutori e ossessivi. In queste diagnosi prevalgono meccanismi di difesa arcaici, e spesso si accompagnano a deliri persecutori, paranoie di vario ordine e grado. Nel caso di Breivik non a caso, il dibattito fu tra clinici che sostenevano una diagnosi borderline con tratti psicotici, e psicosi vera e propria. La cosa fondamentale è che queste persone hanno una struttura che funziona in un certo modo e che cerca un oggetto, il che vuol dire che non è l’oggetto a formare la struttura: l’omofobia è cioè l’oggetto scelto, a Orlando, ma non è l’omofobia ad aver costruito il pensiero di chi ha compiuto la strage di Orlando. Il che implica sostanzialmente che quel dna, e quella storia familiare, in assenza di contesto omofobico avrebbero facilmente prodotto l’assassino di qualcuno che non è omosessuale.
Ma comunque un assassino.

Quindi forse, dovremmo spostarci sulla semplice constatazione a posteriori di è matto ok ma, e intervenire preventivamente a tutti livelli, sia per evitare che si strutturino diagnosi così pericolose, sia per intercettarle quando ancora si può intervenire con relativo maggior successo, sia per prevenire il rischio di episodi pericolosi. Diagnosi così per esempio in preadolescenza mostrano più di una spia.  Per fare un esempio.  Questo va detto, non solo in relazione a stragi di così vasta portata, ma anche di morti singole – che hanno la loro drammaticità: i nostri femminicidi per esempio spesso se non sempre hanno una storia di disturbo di personalità, ma anche i nostri infanticidi. Il che naturalmente non ci esime dal dovere di fare delle sacrosante battaglie per ottenere ciò che è giusto o necessario, per esempio combattere l’omofobia o qualsiasi altra cosa. Ma credo che bisognerebbe utilizzare i saperi psi – psichiatria, psicologia, psicologia dinamica – in un modo politico e collettivo, più di quanto si faccia.
(E perché non si fa? È un altro post)

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3 pensieri su “Non solo Orlando

  1. Ciao Costanza, sono molto d’accordo. quando mi trovo a considerare, c’è un livello che mi fa sempre paura, che scarto sempre. Quello delle scelte politiche (politiche nel suo senso più lato). Perchè difatti anche io accomuno orlando al femminicidio, ed a un certo tipo di violenza che sta crescendo (non so se per un effetto risonanza dei media che ne parlano, in modo spesso inappropriato, molto più di prima o se perchè realmente ci sia un aumento). Ed il problema è veramente di scelta politica, di una società dove la distruzione dell’altro e della sua opinione è molto più importante del dibattito, dove forma e sostanza vengono divise e quello che conta è polverizzare te (ergo la tua forma). Per esempio in italia io torvo grave avere delle ingenti spese militari e lasciare nella merda la scuola ed il mondo dell’educazione in generale, che sono il vero posto dove si fa prevenzione. Chiaramente il cambiamento di verso credo richiederebbe 25-30 anni almeno, ma bisogna pur iniziare.

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  2. E’ molto interessante. Quindi bisognerebbe dire “E’ la cultura omofoba/razzista/delle armi facili…è vero, ma è matto!”. Per quanto riguarda l’utilizzo dei saperi psi. Forse a livello di diffusione stiamo meglio che una generazione o due fa, ma mi sembra che il ricorso alle figure “psi” sia molto frequente per i bambini (ora dico provocatoriamente, forse addirittura un po’ troppo? forse non sempre è il caso?) ma sarebbe bello se fosse pane quotidiano per tutti, una prassi continua, un work in progress, una cosa che si fa per tutta la vita con grande serenità, magari prima come pazienti (dico a caso, non sono del campo) e poi come qualcos’altro. Un check up frequente, come l’autopalpazione del seno! Non sarebbe giusto che avessimo degli strumenti per automonitorarci e per aiutare i nostri cari, i nostri amici, i nostri allievi, i nostri colleghi a farlo? Perché così tante persone devono essere del tutto analfabete? Perché la consapevolezza di questa parte così rilevante di noi deve esser lasciata al caso e alla sensibilità individuale? E’ all’origine di tutte le nostre scelte e del nostro stato generale ma ci preoccupiamo solo che siano i nostri bambini a stare bene. Come se l’infanzia fosse un periodo che poi si chiude, dopo di che il testimone passa al ragazzino, che diventa (per carità, se non è autistico, se non è dislessico) un adulto “normale”, cioè efficiente, performante e idiota, ovvero incapace di guardarsi dentro, quindi magari apparentemente tranquillo e sereno (come un bue) ma di certo non felice. Noi barcolliamo sotto il peso della responsabilità della felicità dei nostri figli e corriamo dallo psicomotricista, e poi ci dimentichiamo totalmente di essere anche responsabili della nostra. Uso politico, collettivo e capillare dei saperi psi.

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  3. Da ignorante di discipline “psico” mi trovo in accordo col post. Anch’io tendo a pensare che uccidere a coltellate qualcuno con cui nn hai rapporto sia manifestazione di un problema psichico grave e tutto personale che oggi in questo luogo ha trovato questa forma ma domani o ieri in in altro contesto ne assumerebbe un’altra. A questo proposiro mi domando come secondo te influisca quella che comunemente chiamerei emulazione nelle forme di espressione di un “problema” a livello psichico. Per dire: qualche anno fa certi fenomeni individuali si devianza grave come il femminicidio esistevano comunque ma ad un certo punto si è iniziato a parlare sui media delle donne sfigurate con acidi in certi Paesi asiatici ed ecco che ha cominciato a manifestarsi anche qui. Oppure anche l’aggredire sotto l’etichetta di un proclama politico o pseudo tale che va per la maggiore sui media, che sia Daesh o Britain first o un’altra cosa, mentre l’appartenenza ad un progetto politico per quanto distorto non appare. O siamo noi a leggere in modo parziale i “segni” magari perché influenzati dai media?

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