Un buon romanzo inglese e il concetto di collusione. Su Chesil Beach

Imattino è salubre dice il saggio – se comincia con una confessione.
Confessate – quant’è che non vi somministro un agghiacciante psichico postarello di lunghezza spropositata e divertente come una giostra rotta? Una settimana? Due settimane? Tre settimane? Hm molto tempo. Ciò sia per le vacanze pasqualine che per assenza generica di ispirazione mia. Eh beh, ma possiamo correre ai ripari!
All’uopo ci vengono incontro una serie di cose: ovvero un very british earl grey tea, con dei biscottini, ma anche delle piccole tartine e dei salatini. Una mandria di uova alla coque e un plotone di bicchieri di succo d’arancia. pure un po’ di pancetta – filologicamente corretta.
E infine, l’ultimo romanzo di Ian McEwan, Chesil Beach.

Un romanzo bellissimo questo qui, di cui vi caldeggerei volentieri la lettura, se non fosse che ho intenzione di parlarne diffusamente in questa sede, e magari alla fine potrebbe passarvi la voglia. Ma ecco, vedete, ci sono un mucchio di tipo di romanzi, romanzi fantastici per esempio, soavi di trame metafisiche, romanzi politici potenti come le dighe che tengono l’acqua e poi la liberano, e romanzi poetici come foglie nella sera, e romanzi ridanciani come cuscini spiumacciati. E poi ci sono i romanzi che potremmo chiamare psicodinamici. Ai migliori di codesti romanzi io mi avvicino come un orologiaio a un orologio svizzero d’annata: esso cammina e sempre camminerà con precisione surreale, e l’orologiaio lo apre piano, guarda gli ingranaggi interni, le rotelline dentate in rapporto di reciproca causalità: la prima la più grande comporta il movimento della seconda, più piccola. E li li in un angolo ci sono delle piccole pietre che scintillano. E questo gioco della meccanica, così prosaico, così materiale, così terreno e industriale e quotidiano – ruote che muovono altre ruote, crea la magia della trama del tempo.

La trama di Chesil Beach, volendo, si può sintetizzare velocemente: abbiamo due giovani sposi, che nell’Inghilterra dei primi anni sessanta si trovano a dover affrontare la loro prima notte di nozze. Chesil Beach è il nome del luogo dove si trova l’albergo per la loro luna di miele: li tenteranno di consumare la loro relazione amorosa, e li falliranno, le troppe emozioni e i troppi timori li terranno lontano l’uno dall’altra, anziché avvicinarli.
Il libro e fitto di rimandi indietro e di flaschback, che conferiscono, mano mano che si procede nella lettura, dimensionalità ai due personaggi: Edward è un giovane intellettuale studioso di cose storiche, pieno di ambizione ma anche buone intenzioni. È un ragazzo molto giovane, figlio della piccola borghesia inglese, confuso ma desideroso di fare strada. ha qualcosa di molto dolce, molto naif – un bravo ragazzo – con una sua esperienza problematica: a seguito di un incidente, quando era piccolo – la madre ha ricevuto un colpo alla testa ed è impazzita.
Florence è una rampolla della buona borghesia: il padre è un grosso industriale, la madre è un’accademica e lei stessa è una violinista di talento. Una solida famiglia ricca e reazionaria, che aveva accolto con garbato entusiasmo il nuovo amore della figlia e che – curiosamente – non aveva opposto alcuna resistenza quando, dopo una dolce estate nella loro lussuosa residenza estiva lui aveva chiesto in sposa la mano della figlia.

In verità codesta solerzia nell’accasare la bambina – anche con un partito ben poco profumato per il rigido classismo della vecchia Inghilterra, sembrerebbe potersi imputare a un ombreggiato, ma non esplicitamente raccontato dall’autore, episodio di incesto – tra Florence e suo padre. Su questa cosa non tutti i lettori sono d’accordo: Alvarez per esempio, sulla sua recensione nella New York Review of Books non ne fa menzione e anzi, conclude la sua recensione lamentando una certa nostalgia per i bei tempi degli esordi di McEwan, quando scriveva racconti luccicanti e torbidi, con fratelli incestuosi e bambini che si masturbano, mentre oggi questo scrittore gli sembra troppo smielato. Questa cosa la dico prima di tutto per rendervi edotti del fatto che ogni tanto leggo la New York Review of Books, il che mi sembra incredibilmente fico e dona parecchio, in secondo luogo perché sospetto che codesto signor Alvarez, che è un critico parecchio saggio (in effetti il suo articolo è molto bello – in ogni caso) abbia perso qualche cosa nella lettura del romanzo.

Un peccato – per il signor Alvarez.
Il qualcosa che si perde è il concetto di cui vorrei parlare oggi e che dalle mie parti si chiama collusione psichica. E’ un concetto fascinoso e sfuggente, la chiave segreta di molta letteratura e molta vita, il noumeno delle nostre amicizie e delle nostre relazioni. La collusione psichica è quel momento segreto in cui la chiave della nostra personalità, della nostra struttura inconscia e della nostra esperienza storica entra nella serratura della personalità dell’altro, della sua struttura inconscia, della sua storia. La chiave gira nella serratura e salda un’unione, una relazione, un rapporto. Il funzionamento della porta tra due stanze. La stanza mia e. La stanza del mio compagno. Del mio marito. Del mio amante.
Prima di procedere, che ora la questione si fa densa, magnateve du’ salatini.

Gli analisti sospettano sempre, come gli scrittori dimostrano immancabilmente, che l’inconscio sa e sceglie ciò che la coscienza spesso non sospetta. L’inconscio conosce i suoi equilibri e i suoi possibili squilibri, e non sempre ha la forza dell’evoluzione – qualche volta ha la violenza dello stallo: i cambiamenti infatti gli sono spaventosi, e una delle maggiori iatture della nevrosi e quella sensazione tremenda della profezia che si avvera: sono infelice perché tutti pensano che sia antipatica e brutta, dice la coscienza, ma l’inconscio le ha fatto scegliere tutte persone che avrebbero detto proprio così, che l’avrebbero indotta a comportarsi in quel modo antipatico e brutto: la nevrosi fiuta la nevrosi di segno opposto che può colludere con le sue profezie – come nella storia di Edward e Florence, certamente più un grande romanzo che un bellissimo caso clinico – ma certamente, un bellissimo caso clinico.

Ogni romanzo ha la sua stratificazione. Come ogni vita che è pur essa sempre un romanzo, ha la sua stratificazione. Il primo strato è sempre estetico e sociologico: per quale motivo Florence e Edward si sono scelti? Si sono scelti perché sono giovani bellini con tanti interessi in comune, tanti ideali in comune, e con il posto in un’epoca in comune: oh l’Inghilterra prima del sessantotto non è mica tanto diversa da quella del 1800, con quel modo vittorianissimo di avvicinare le cose sessuali, torbide e segrete e spaventose, e lei ama di lui tutto ciò che una fanciulla dell’epoca cerca nell’uomo della sua epoca: lui è dolce, protettivo, la fa ridere. E lui coglierebbe di lei l’eterno femminino delle femmine dell’epoca: la guarda sognante mentre suona, lo intenerisce terribilmente quella fascetta sui capelli, e i ciuffi che svolazzano. Iconografia di un momento storico. Lei è determinata e intelligente, ma così bellina e bambina e fragile, e certo un po’ ritrosa. Eh le donne hanno da essere ritrose.
Ma McEwan ci racconta un secondo strato. Racconta per esempio l’anno del fidanzamento e la storia dei corpi in quell’anno di fidanzamento. Lui che la cercava ossessivamente e insistentemente e lei che virulentemente lo rifiutava. Pure, pensano a una famiglia e a dei bambini e di questo mancato incastro del corpo non si danno cruccio. Si scelgono nonostante questo, si scelgono proprio per questo – collusione inconscia.

Edward è infatti figlio di una donna non più sana di mente: una donna fragile, che vive in un mondo suo fatto di oggetti fatti a mano con la carta, e di follia incredibile e impenetrabile e incomprensibile e spaventosa. In qualsiasi modo fiorisca e si interiorizzi questa immagine materna, essa nella sua impenetrabilità sarà più familiare e amabile e meno psicologicamente allarmante di un femminile sano e accogliente. L’accoglienza femminile è ignota all’esperienza psichica di Edward, il rifiuto incontra perciò i suoi desideri inconsci. Ecco perché Edward sceglie Florence. Perchè ella gli si nega.
Florence ha probabilmente subito un abuso sessuale da suo padre – lo evinciamo da un ricordo di lei, un ricordo che lei prova con schifo e brivido, e lo evinciamo dalla freddezza con cui la tratta la madre e dalla fretta con cui i suoi – reazionari e ricchi – hanno felicemente acconsentito al matrimonio. Florence vuole un padre seduttivo ma non minaccioso, perché l’incesto l’ha messa di fronte a un’ingestibilità del rapporto sessuale, dal quale è attratta e simultaneamente profondamente respinta. E’ una donna la cui nevrosi ha imparato a dominare il maschile a metterlo a una distanza di sicurezza, ma anche a sceglierlo con cautela. Ecco perchè lei ha scelto lui. Collusione.
Questa regge, fino al momento della notte di nozze. Se prima era sostenuta dalle convenzioni sociali, che prescrivevano la sessuofobia prima del sacro vincolo coniugale, ora sono le stesse convenzioni sociali a forzare la mano prima che i percorsi psichici abbiano raggiunto la maturità necessaria: il matrimonio è stato celebrato e la sposa deve essere deflorata. Ma Edward non ce la farà.
(Ancora un po’ di succo di arancia, e ho fatto anche del caffè perché temo che a questo punto la parte psicodinamica del post può riuscire un po’ indigesta)

Ho parlato così tanto di questo romanzo perché davvero, mi sembra che illustri bene questo concetto della collusione e ancora meglio dimostri il ruolo centrale che ha nell’esperienza umana, nell’erlebnis. Di conseguenza, per molti romanzi ha il ruolo focale del noumeno, del tesoro nascosto, del fulcro non detto di un plot. Tecnicamente quando parliamo di collusione pensiamo alla proposta inconscia della relazione, ovvero a ciò che tutta la nostra globalità psichica propone all’altro nel momento in cui decide di sceglierlo e gli si offre. In questo momento della proposta inconscia (il momento magico in cui ci fiutiamo l’un l’altro in cui ci innamoriamo e flirtiamo ed è tutto uno spiare di notte e di giorno, le alchimie, i pensieri i desideri e significati. Ha questi occhi, ha quel modo di muovere le mani, e quella sera mi ha risposto in quel modo) noi proponiamo e chiediamo delle cose, di belle e di meno belle. Noi queste cose belle e meno belle le diamo all’altro in forma di proiezione, le depositiamo nell’altro. L’altro diviene il recipiente dei nostri non detti, dei nostri terrori dei nostri ricordi, l’altro è la nostra paura di evolversi per esempio, l’altro è il ritorno del nostro genitore interiorizzato e rimosso. Ma è un rimosso addomesticato, travestito, fuori da noi e perciò gestibile. E noi noi assumiamo per il nostro compagno lo stessa funzione, lo stesso ruolo, noi siamo il suo recipiente, i suoi genitori ricordati, i suoi figli immaginati, le sue paure i suoi difetti. Questo gioco di proiezioni, per cui in una coppia l’inconscio dell’uno è la serratura per la chiave dell’altro è il processo di collusione. Non sempre cattiva: qualche volta porta all’evoluzione e spessissimo garantisce stabilità: di quanti avete detto: pizzica se odiano, se cornificano, se detestano: ahò perché nun ze lasciano?
La chiave nella toppa della psiche. La chiave nel centro del romanzo. il mistero non detto di tutta una trama.

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