Capitano delle belle storie che non possiamo lasciar andare

 

Non aveva avuto figli, e ora s’era ritrovata senza padri. La malattia s’era mangiata i genitori uno dietro l’altro, e ora dicevano certe voci di lama e di serpente, si mangiava il suo corpo, dall’interno mozzico per mozzico, spanna per spanna, masticando e sputando viscere confuse, un dolore un controllo e un cammello con il camice bianco le aveva detto, niente, non c’è più niente da fare.

I padri erano diventati un ricordo e i figli un desiderio, e in mezzo al ricordo e al desidero c’era la bella casa sulla piazza, la casa con i libri e le foglie di ficus, la casa colla cucina unta e i ricordi di viaggio, e certi proclami sindacali particolarmente coloriti incorniciati nel cesso, la casa con i posaceneri e le manifestazioni, i titoli migliori e il successo del suo rumoroso genitore. La casa con la vista magica e sopra il ristorante.
Non avere figli a cui dare ciò per cui si è diventati, ciò che si è diventati.

Queste cose pensava guardando le carte cliniche di soppiatto dal marito, i referti cattivi delle ultime analisi, sentendosi il corpo solo stanco ma non masticato. Lui le aveva messo delle canzoni gentili sullo sfondo, vecchie magie sudamericane di quando erano fidanzati, e lei pensava ai cugini con cui non si parlava da anni, bestie lontane e forse cattive, animali incomprensibili per giacche e professioni e modi di chiamare le cose. Cosa avrebbero fatto della sua casa e della sua identità questi cugini stranieri, l’avrebbero sventrata dell’anima, quest’altri cammelli e lama e serpenti, come il cancro che se la mangiava, avrebbero sputato la vita e ci avrebbero messo la morte dei soldi. Un bed and breakfast, delle stanze comode per viaggiatori distratti, delle sedie per soldi ignari di se.
Solo il ficus forse sarebbe sopravvissuto, perché si sa – il ficus arreda.
Uffa.

Certi pranzi di prima estate, e certe sere di frigo vuoto però, suo padre e sua madre andavano al ristorante sotto casa. Ci mangiavano una pasta come si deve, si facevano due risate col proprietario. Altre volte ci portavano compagni di partito, teste pelate e volti baffuti, che si infiammavano col vino della casa, che si macchiavano le camice col caffè della padrona, che sbricolavano distratti e a loro agio sul pavimento le fette di pane casareccio e le pagnotte. Suo padre si teneva la testa in modo buffo, e si sentiva a casa.
E lei bambina intorno ai tavoli, e ragazzina annoiata che voleva andarsene a casa.

 Ma ecco. I signori del ristorante aveva pensato, che hanno dato da mangiare ai miei genitori, che li hanno fatto felici, i signori del ristorante che finiscono di lavorare tardi e cominciano presto avrebbero proprio bisogno di una casa sopra il locale, che non li faccia affaticare. Ci abiterebbero. Farebbero davvero il caffè in cucina la mattina, e si siederebbero vicino alla finestra, e qualche volta guarderebbero la televisione sul divano, e il salone sarebbe il salone, e la camera sarebbe la camera, questi signori del ristorante che hanno dato la pasta a mio padre 10 e 100 e 1000 volte, potrebbero essere vecchi in questa casa che toccava a dei vecchi, che non hanno fatto a tempo a essere vecchi.

E allora, due settimane dopo il pomeriggio della canzone gentile, stava in ospedale ricoverata, chiese al marito di chiamarli, sarebbe morta dopo poco, lo sapeva,  di farli venire di corsa.
I signori del ristorante vennero, si abbracciarono tutti, piansero, e  si firmarono delle carte. I suoi genitori sarebbero stati felici.

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2 pensieri su “Capitano delle belle storie che non possiamo lasciar andare

  1. Mi vengono dei pensieri vagabondi. Tipo che questa storia ricorda un po’ l’esempio dell’arancia e di come si deve dividere per far le cose perbene – a chi serve la polpa, a chi la buccia, non è detto che dividere un’arancia in parti uguali sia il modo intelligente o giusto. Che se fossimo veramente liberi, forse le cose troverebbero più spesso una loro strada con un senso, e le vite ancor più significato…

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