genitori in difficoltà oggi

In occidente, ma in Italia credo in particolar modo, siamo in un momento culturale in cui l’infanzia sta al centro dello sguardo collettivo, devo dire, non sempre benevolo. Si fanno pochi figli e questo ha una serie di conseguenze complicate: questi bambini sono tutti infatti terribilmente importanti, tutti unici eredi della nostra mortalità – gli esigui incaricati a portare avanti quello che abbiamo raccolto. Figli dunque, vitali, urgenti e allo stesso tempo odiati per il loro terrificante potere. Siamo anzi entrati in una prospettiva prestazionale dell’infanzia, con grande vantaggio della mia professione in un certo senso, e di una serie di figure professionali limitrofe – come il logopedista per fare un esempio – per cui la genuina preoccupazione per il benessere dei bambini si mescola al desiderio di una rispondenza ottimale a certi standard collettivi, che vanno dalle modalità del comportamento alle variabili sulla corretta dizione di una parola. Sia mai che ci abbia la zeppola eh! Orrore!
Parimenti l’ostilità ai bambini che oggi si riscontra molto più che ieri ha a che fare con una gelosia, con una sorta di invidia suscitata da quella titolarità, da quel posto emotivo regio, che mostra dei figli molto amati, e allo stesso tempo divenuti tiranni e come si sente dire spesso in giro, molto maleducati: bambini che prima non sanno stare seduti, che piangono frequentemente, bambini rumorosi, e poi – adolescenti che rispondono male agli adulti.

Si può dire che questa nuova cornice culturale produce una classe di sintomi e difficoltà diversa da quella che poteva essere in auge quando i bambini erano tanti e avevano il drammatico problema opposto, quello di non essere visti, di essere dimenticati, di essere precocemente e facilmente sanzionati perché tanto se uno non rispondeva alle aspettative familiari non era un problema ce ne erano almeno altri quattro a cavarsela meglio. I bambini di oggi sembrano più frequentemente destinati alle patologie dell’egoismo e allo stesso tempo alle patologie della separazione mal riuscita. Spesso mi sembrano messi sulla strada di un feroce narcisismo che però dovrà compensare con la presunzione e l’arroganza, la difficoltà ad emanciparsi e a separarsi -. Il bambacionismo non è sempre conseguenza di una complessa congiuntura economica ma è anche l’effetto di una strutturazione del contesto familiare e delle modalità genitoriali di accudimento e di educazione. E anche questa tendenza a fare i figli sempre più tardi mi sembra che abbia a che fare più con una patologia del sistema familiare che con la retorica della scelta consapevole. Per dirne una: ai bambini si offrono continui stimoli, possibilità di attività che spesso implicano anche molti sacrifici economici, se ne sorvegliano le attività negli asili e nelle scuole, ma contemporaneamente non li si contiene molto nello spazio privato, non si esercita con coerenza una funzione educativa– e quindi si allestisce uno spazio di vita che è ottimale ma circoscritto pieno di cose superinteressanti che però sono procacciate da terzi e dove i piccoli non possono cimentarsi in prove emotive che li vedano vincitori e autonomi. Cosicché alla fine, quando questi piccoli con la loro faticosa esuberanza emotiva sono con i genitori, l’unico modo per tenerli tranquilli sembra essere la tecnologia, che oltre tutto offre il fianco alla logica prestazionale. I nativi digitali! Gioca con il tablet figlio mio.

Io credo però che non bisogna accanirsi troppo a sanzionare i nuovi genitori, perché mi sembrano anche in una posizione culturale ed esistenziale nuova, e che ha davvero pochi precedenti: i nuovi genitori sono i pionieri di un nuovo sistema culturale che mette sulla scena pubblica prove e oggetti che prima erano considerati svalutati e appannaggio solo delle donne. L’importanza dei bambini è roba vecchia meno di un secolo e solo in Occidente, e questa situazione psicoantropologica riguarda una sorta di isola spazio temporale, il nostro mondo adesso, dove i minorenni non lavorano 12 ore, dove le ragazzine non si sposano, dove le madri lavorano e sono un soggetto politico sociale ed economico rilevante. Infanzia e genitorialità sono oggetti politici e pongono problemi politici, che non sono nuovi, ma solo ora sono rilevanti – e quindi, non è che a tirare su i bambini prima eran tutti bravi, piuttosto non era importante e inoltre si faceva molto a casa. Non c’era vita sociale per le donne e la prova della prestazione pubblica dei genitori non esisteva: non esisteva il complicato compito di far conciliare il compito pedagogico con il ruolo professionale, la vita privata con la vita pubblica. Con i bambini nei ristoranti noi abbiamo il privato in scena. Questo privato in scena è connesso all’emancipazione delle donne, ed è un diritto acquisito a cui credo non dobbiamo rinunciare. Quindi preliminarmente più cautela e solidarietà che biasimo. Non abbiamo più problemi psicologici di prima, li abbiamo cioè diversi e più visibili.
Forse però si potrebbero fare delle considerazioni psicologiche o addirittura psicoanalitiche che possono essere utili e di orientamento.

La prima cosa che mi sembra di constatare più frequentemente è la fragilità dell’autostima dei genitori che hanno figli capricciosi. Si vedono genitori che di fronte ai propri bambini non si riconoscono il diritto a essere genitori, e ancora di più genitori che in quanto individui non sono sicuri di quello che sono, di quello che fanno e questo procura una serie di conseguenza negative. In una linea più squisitamente psicologica rinviano ai figli un margine di incertezza che non li rende sicuri, e che li porta a coprire con l’aggressività quelle aree vacillanti e di incertezza. Questo tipo di stato d’animo per esempio porta i genitori spesso ad essere incoerenti, perché in primo luogo non si fidano delle proprie intuizioni: per esempio capiscono da loro che oltre una certa ora il loro figlio non debba fare una certa cosa ma non sentendosi in diritto di coprire un ruolo genitoriale pongono il divieto fino a un certo punto, ma quando il figlio piange e fa sentire loro cattivi perché pongono il limite vi cedono e lo annullano. Questo provocherà un triplo pernicioso effetto, da una parte il figlio avrà l’esperienza di un contenitore genitoriale instabile e quindi inaffidabile, che garantisce una gratificazione immediata e dall’altra una percezione dei propri sentimenti aggressivi come inarginabili e insopportabili perché i suoi genitori non sono stati in grado di sopportarli. In terzo luogo l’autorevolezza del genitore sarà percepita come poco credibile, e si creerà un precedente per cui altre regole siano infrante.Un’ulteriore conseguenza di questa bassa autostima, sarà l’ipervalutazione di agenzie terze e culturali, meno ci si sente sicuri, più ci si mette in balia della voce culturale. E questo si trasforma in un messaggio alla prole, a cui verrà detto che il collettivo conta più di quello che si pensa, e degli esiti delle nostre valutazioni individuali.

D’altra parte la sicurezza non si inventa in due parole e oltretutto più consigli si chiederanno e riceveranno più la convinzione del proprio mancato diritto e della propria inadeguatezza si faranno potenti. Se una coppia di genitori non si riconosce il proprio diritto a essere genitori il proprio essere grandi rispetto ai bambini, questa vicenda deve avere radici profonde e quando è grave spesso si correla ad altri problemi in altri ambiti della vita, per i quali difficile che ci sia qualcosa di meglio che una psicoterapia. Chi sa che genitori hanno avuto a loro volta questi genitori fragili, che ricordi scadenti devono avere per non poter essere capaci a loro volta di dettare una regola. In diversi casi il loro diritto alla genitorialità vacillante è il sintomo lampante di altri meno visibili che spesso rendono anche l’affermarsi altrove più difficoltoso. Un buono stratagemma comunque prima del fidarsi delle proprie intuizioni comunque, è il ricorrere a consigli il meno possibili e azzittire immediatamente il coro dei saggi che regolarmente si forma intorno alla neogenitorialità o alla genitorialità palesemente in difficoltà. Il saggio in genere infatti conferma l’inadeguatezza della persona che va assistendo, quando quella magari in cuor suo è già sulla strada della decisione giusta ma è proprio quella subalternità perenne a renderla insicura.

Un’altra cosa su cui mi sembra importante riflettere è la reazione di molti genitori in primo luogo al pianto del bambino, ma successivamente alla sua sola ipotesi. Il bambino sembra non dover mai piangere, non dover mai incontro a frustrazioni. Si è passati dal tempo in cui l’infanzia era il regno della frustrazione e del darwinismo genetico per cui o ci avevi la tempra per sgomitare in un mondo di rinunce se no soccombevi, a un mondo in cui il tuo dna ti deve aiutare a evitare di diventare un perfetto cretino privo di nerbo. Il pianto del bambino è letto da molti genitori esclusivamente come prova di un dispiacere di uno stato d’animo negativo, non di rado, una forma di giudizio nei loro confronti. Pochi bambini in una famiglia generano di questi ricatti, perché il tempo a disposizione per loro e l’energia emotiva è ancora tanta per sentirsi in colpa. E quello è l’unico erede, la propria immortalità, e non bisogna scontentarla. Si assite allora a un mondo degli adulti che si adatta a quello dei bambini, il che a volte è esplicitamente contro il loro interesse – tipo, non vuole le verdure allora non gliele do, sputa la medicina pazienza – altre lo è implicitamente: un bambino che fa rumore e disturba delle persone che stanno parlando per esempio, e che non è rimproverato e portato al silenzio è un ragazzo che in futuro diventa poco avvezzo ad adeguarsi a circostanze avverse per cui, finirà coll’abbandonare le circostanze. In generale spesso mi pare che si perda di vista la necessità per un giovane essere umano di saper attingere a delle risorse in un ambiente controllato e protetto, e quindi si eludono le sfide costruttive delle piccole privazioni e delle piccole noie. Si sottovaluta la capacità dei ragazzini di socializzare o di inventarsi cose.
In alcune madri questa difficoltà ha a che fare con un’osservanza di piccolo raggio a delle norme condivise. In alcuni casi, dove ci sono problematiche psicologiche più consistenti il pianto dei bambini evoca ricordi spiacevoli, depressioni mal gestite, arriva ad attivare stati d’animo paralizzanti. E allora si attivano mille strategie pur di non venirci incontro. Pur di non confrontarsi con i propri dolori interni, oppure con un’immagine di se di persona che provoca dei dispiaceri.

Infine, credo che spesso si assista a un complicato problema che ha a che fare con il proprio sentirsi genitori giovani ed efficaci nel centro della vita, per cui mi pare che l’autonomia dei bambini sia sempre più scoraggiata. Non facendo altri bambini piccoli si costringe l’ultimo nato a fare il piccolo perenne, questo magari anche con l’alibi della pigrizia. E sulla scorta di circuiti in cui anche il piccolo si avvita. Per fare un esempio: vedo con sempre più sconcerto bambini piccoli arrivare alla materna ancora col pannolino oppure nel passeggino.   Il problema non è tanto la situazione materiale ma il pensare il bambino e l’essere pensato del bambino in un certo modo. La sopravvalutazione delle problematiche che può incontrare nella crescita e il sottovalutare costante delle sue risorse. Questa cosa accade anche perché tollerare la fase di apprendistato, le cadute e gli errori dei bambini – la pipì a letto il ruzzolone per terra – implica energia materiale ed emotiva che non si ha sempre voglia di spendere, ma anche per la difficoltà di essere genitori e in un certo senso di esserlo sempre di meno.

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6 pensieri su “genitori in difficoltà oggi

  1. Del tuo splendido post mi hanno colpito in particolare 2 passi: il primo è quello relativo alle sofferenze dei bambini i cui genitori hanno affrontato una separazione malriuscita, il secondo è quello in cui fai riferimento ai genitori che tentano di proteggere il figlio da ogni possibile frustrazione.
    Per quanto riguarda il primo passo, mi fa molto piacere che finalmente qualcuno dica chiaro e tondo che avere una famiglia unita o separata non è affatto la stessa cosa per il bambino. Oggi ci vogliono convincere che la famiglia è una sorta di laboratorio in cui si può sperimentare ogni soluzione, ché tanto qualsiasi combinazione andrà bene: non è affatto così, perché per la felicità e l’equilibrio di un bambino è semplicemente fondamentale che i genitori stiano insieme.
    So che c’è una corrente di pensiero per cui “Il bambino soffre di più con due genitori uniti e infelici che separati e felici”: tuttavia ho sempre pensato che questa fosse una frase falsa e autoassolutoria, inventata da genitori che non sapevano gestire il proprio senso di colpa, e quindi sono arrivati a partorire la frase paradossale per cui a separarsi hanno fatto addirittura un favore ai loro figli. Ma mi faccia il piacere, come diceva Totò.
    Per quanto riguarda il secondo passo, sono un professore, e mi è capitata una madre che era quasi patologica nel suo tentativo di mettere il figlio al riparo dalle frustrazioni. Il ragazzo era dislessico: di conseguenza, ogni volta che volevo interrogarlo dovevo avvisarlo con congruo anticipo. Ebbene, nei giorni che trascorrevano tra l’avviso e l’interrogazione la mamma del ragazzo mi aspettava fuori da scuola, mi bloccava e mi diceva delle frasi sibilline del tipo “Mio figlio ha difficoltà a memorizzare questo… mio figlio ha difficoltà a memorizzare quest’altro…” Ovviamente il vero significato di quelle frasi era “Non gli chieda questo… non gli chieda quest’altro…” Insomma, da parte di questa mamma c’era il costante tentativo di “apparecchiare” l’interrogazione al figlio, tentando di indurre il professore ad evitare le domande più difficili. Tutto questo perché la signora aveva una fifa blu che il ragazzo prendesse 4, ed era disposta ad umiliarsi fino a questo punto pur di evitarlo.
    L’ultima volta poi è stata una perla. Non potendo venire a bloccarmi fuori da scuola, mi ha lasciato una lettera in segreteria in cui, oltre al solito elenco di cose che non dovevo chiedere al figlio, c’era anche questa frase: “Se finalmente riuscisse a prendere un bel voto ne gioverebbe sicuramente la sua autostima.” Traduzione: lui ha problemi di autostima, tu glieli devi risolvere dandogli un bel voto, e se non lo fai ti devi sentire uno stronzo. Un ricatto morale in piena regola. Al quale non mi sono piegato, così come me ne sono sempre fregato delle pressioni subite in precedenza.
    Cosa ne pensi della mia esperienza e del mio commento in generale?

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    • Gentile Signore, mi ha costretta a rileggere il post per trovare il punto esatto in cui vi si afferma “chiaro e tondo” che avere una famiglia unita o separata non è affatto la stessa cosa per un bambino”.
      Non mi pare si dica niente del genere. Nel merito, pur essendo d’accordo con chi dice che meglio crescere in una casa piena d’amore che di tensione (eggrazie, direi), penso che però questa sia una cosa talmente lapalissiana che ribadirla mi sembra un po’ moralista. Resto convinta che invece, e purtroppo, la famiglia, qui ed ora, sia crollata come modello unificante e orientativo ed è proprio quello che lei escluderebbe, un laboratorio. Possiamo essere comprensibilmente spaventati dall’ingegneria sociale e antropologica che c’è sotto, e intorno, ma stigmatizzare la cosa è improduttivo. Credo che “meglio separati e felici che uniti e infelici” può essere anche autoassolutorio, anche al limite immaturo, ma che sia anche e profondamente vero. Anzi, credo che molte delle fragilità genitoriali di cui Costanza parla possano essere addirittura sintoniche a un modello di famiglia a sua volta fragile, in cui la coppia si regge su collusioni psicologiche, o sulla gruccia delle aspettative sociali, delle famiglie, del contesto. Cose che contano, che in certi limiti forse aiutano, ma che oltre tali limiti credo siano una sicura condanna all’infelicità propria e dei figli.

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  2. Io credo che la mia difficoltà a tollerare il pianto di mio figlio nasca da un eccesso di identificazione , come se non accontentando lui non accontentassi me stessa o la bambina che sono stata (primogenita di tre figli, le cui esigenze venivano spesso bypassate). Forse oltre alla separazione del figlio dalla madre (in questo sono più brava) c’è anche l’aspetto della separazione della madre dal figlio!

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  3. @Costanzaj: Mi dispiace di aver frainteso il tuo pensiero.
    @Mari: Il massiccio aumento di separazioni (anche per motivi futili e superabili, che sono le separazioni che più mi recano dolore e rabbia) non implica il crollo della famiglia come modello unificante e orientativo. Sarebbe come dire che il massiccio aumento degli atei implica il crollo della religione, o che il massiccio numero di vegetariani e vegani rende superato il consumo della carne. L’ascesa di una mentalità o di uno stile di vita non implica necessariamente un pensionamento di ciò che c’era prima, anzi le cose non vanno quasi mai in modo così semplicistico: semplicemente, i due modelli (il più nuovo e il più recente) cominciano a coesistere.
    Raramente è una convivenza pacifica: al contrario, i sostenitori del modello più recente invocano a gran voce la morte del modello più vecchio (come ha fatto Lei), e i sostenitori della parte avversa tentano di aggrapparsi al passato e reprimere l’avanzata del nuovo. Come ho fatto io, lo ammetto. Tuttavia, a differenza Sua io non sono così ottimista da pensare che il modello opposto al mio, quello della famiglia – laboratorio, possa crollare del tutto: ormai questo virus è entrato in circolo, e dobbiamo conviverci. Il massimo che possiamo fare è (come ho fatto nel mio precedente commento) tentare di limitarne la diffusione il più possibile.
    In tutto questo, mi dispiace che questa discussione abbia totalmente oscurato la seconda parte del mio commento, che io ritenevo altrettanto foriera di spunti.

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