Ave Maria

 

Il più enorme, metafisico, statuario, grave e silente è il nonno, che a qualsiasi ora forsanche della notte rimane seduto a mangiare e a guardare un punto perso nel proprio spessore interno, qualcosa di dimenticato nelle viscere. Anche quando lo portano al mare, il nonno viene accompagnato su una panca di legno fortissima, su una sedia altrettanto forte, e il tavolo è coperto di untuosità e scarti, e il nonno li rimane, innocente, eternamente distratto mentre consuma eterni resti.

Poi certo ci sono sua madre, e sua zia, e le sue sorelle tutte, grasse vaiasse sature di carne, di speranze rancorose, di un inammissibile desiderio di violenza e cattiveria e erotismo selvatico. Hanno gambe tornite e alcolizzate, unghie rosse e talloni di pietra, molto mento molti capelli annodati e cupi– nessuna traccia di tenerezza, neanche l’ombra di un marito, di un fuco, di un caffè, di una telefonata, di una collana di margherite. Sono larghe e sgradevoli come meduse impigliate sulla spiaggia.

E poi c’è questo bambino fatto di scatti e di stuzzicandenti, gli occhietti come pesci di paranza, i piedi sempre scalzi che saltano come lampi sulla sabbia ardente, sul selciato sporco, sui peli dei cani, e sulle carte di gelato. Ha cinque anni ma ne dimostra di meno, e scorrazza per il mondo abbandonato e autarchico, abituato all’assenza di desiderio e alla solitudine, un bambino la cui disperazione non è ancora arrivata nella fronte, ma sta già nelle mani. Trascina sacchi grandi quanto lui, gira con pezzi di legno con la punta di spada, e il suo modo di cercare un’ala è far mostra di creare un problema.
Per esempio, sulla battigia, si presenta alle donne lanciando bottiglie o tirando manciate di sassi, quelle urlano arrabbiate e mentre lo fanno già si inteneriscono.
Chi sa come ha imparato.

La sua madre immensa e stanca di se stessa, non ha mai avuto lo spazio per prenderlo in braccio, né ci pensa mentre attraversa la strada trafficata, al suo bambinetto di legno, né deve essere solita fargli delle carezze o recintargli l’affetto. E’ un bambino colla madre di carne ma senza quella di corpo e se ne cresce nel vento caldo come una pianta selvatica con i rami che si tendono di qua e di la in cerca di sole. O anche si può dire, che è un bambino che ruzzola, rotola ride, provoca, ammicca, saltella, si ferma, riparte, si addormenta e si sveglia, irrequieto, continuo, cinetico, impavido, vivo e vivace rimanda ora come per sempre, il momento di dirsi delle cose amare.

(Diventerà  un ladro di biciclette, uno scanzonato palo eroe di piccole rapine, un poetico furetto per bar pieni di plastica ed etichette fuori moda, il fratello minore di una banda di furfanti, desidererà le donne da lontano. Un uomo solo e simpatico che si ammalerà troppo presto).

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Un pensiero su “Ave Maria

  1. ne ho conosciuti,di questi” furetti”, alcuni di loro hanno avuto la fortuna di incontrare una donna.Una con lo sguardo acuto che geneticamente aveva la capacità di captare il buono potenziale,recuperabile;con grande rispetto calma pazienza,è riuscita a tracciare un percorso alternativo,sano di vita.
    Quanta fortuna ci vuole per cambiare un destino predestinato
    Un caro saluto pieno di ammirazione a te,Zauberei

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