Rondolino, gli insegnanti, la stampa, la rete

 

E’ un po’ di giorni che osservo con entomologica partecipazione alle esternazioni di Rondolino rispetto alle questioni della buona scuola. Devo dire che di Rondolino non mi sono mai occupata con molto trasporto per via del fatto che scrive su l’Unità, e nelle mie attuali perversioni bondage, non arrivo ancora a questo. L’Unità non è il Corriere della Sera che ti offre il piacere perverso di leggere uno di destra, dargli ragione perché ci ha tutto un glamour logico sintattico che levete, per poi orgasmicamente mandarlo a quel paese perché dice cose con cui politicamente non sei d’accordo. Non ti da né quell’erotismo travagliato dell’avversario intelligente, men che mai l’afflato sentimentale e dei sensi di un giornale con cui sei sempre d’accordo, che è un po’ come un amante che ti dice, ma no non devi dimagrire tu sei bona così bella sgnaccherona mia, nonostante che nevvero. L’Unità è diventata una cosa terza, ultrea, deerotizzata, che passa il tempo a dire, noi siamo fichi voi siete delle merde, non capiamo perché non volete fare l’amore con noi. E lo dice anche quando fa i complimenti – tipo tutti quegli sproloqui sentimentaloni sulla povertà, o la violenza di genere etc. E quindi ecco, io di Rondolino e dell’Unità mi occupo poco – come devo dire di questo governo di cui è il riflesso, e del quale si intravede la fine.

Ma la polemica sui professori del Sud che salgono eventualmente a Nord e se ne lamentano, scatenando l’irrisione rondolina, mi ha cortocircuitato con una canzoncina largamente esplicativa, purtroppo credo quasi ignota al pubblico italiano, canzoncina di rara finezza linguistica e come dire atmosferica? Del grande Nino Ferrer che si chiama Mao et Moa, e fa tutta una serie di gustosi calembouri. Ascoltatela, ve la cito, perché talora mi pare tutto quello che ci è rimasto della nostra sociologia politica, della nostra capacità di coniugare una proposta con una lettura delle esigenze del territorio che in qualche caso sapeva essere davvero lucida, siano due stracci: l’Unità e noi che d’altra parte farnetichiamo di ah l’eschimao, o il suo epigono, senza che quell’occhio sociale sappia parlare più correttamente. Compri l’Unità, leggi Rondolino, e a quel punto ti viene la Sehnsucht di Pennacchi.
Beh, ti fai delle domande.

Perché la questione, in questa piccola vicenda come in altre vicende, è l’occhio sociale funzionante su un cambiamento collettivo. Nella fattispecie: c’è stato un concorso pubblico che è stato vinto da diversi docenti, i quali sono passati ad avere un posto fisso spesso e volentieri in una zona lontana da quella dove nel frattempo hanno costruito una famiglia. Si tratta per lo più di insegnanti donne, spesso con dei figli a scuola e non di rado, ma anche no, con un marito che magari lavora da un’altra parte, e magari ancora un mutuo da pagare o un genitore anziano da accudire. Per queste persone spostarsi è un problema consistente, e socioeconomicamente nuovo rispetto alla grande stagione dell’immigrazione italiana quando il sistema sesso-genere prevedeva che si spostasse quello a cui non era delegata la cura degli affetti, con la doppia alternativa che o la compagna lo seguiva con tutta la famiglia, oppure rimaneva dove stava e lui mandava i soldi a casa. Questa è una cosa che nella contemporaneità possono ancora fare solo i padri, e fortunatamente anche relativamente meno di prima, alle madri è molto più difficile. In secondo luogo, il tipo di flessibilità nel mercato del lavoro di allora, legata anche allo sfruttamento e alla mancanza di garanzie, garantiva una mobilità che per il momento in Italia è solo nei sogni di una certa propaganda governativa, ma non è realtà – per altro non tanto o non solo per colpa del governo ma anche per colpa di una sostanzia della materia sociale, dell’organizzazione delle sue transazioni che non può cambiare dall’oggi al domani. Ma soprattutto nella grande stagione dell’emigrazione, si emigrava perché non c’era proprio proprio niente da mangiare, si emigrava per un sogno procurato dalla disperazione. Si emigrava da case senza cesso e cucine senza carne, cucine solo di pane e farine, si emigrava da famiglie di gente bassa e gobba, dove il darwinismo sanitario decimava i ragazzini. Vince chi sopravvive alla Spagnola.
Quanto è lucido e comprensibile che a sinistra, si ricatti una generazione che ha condizioni economiche e sociali diverse, con la teoresi del lusso e dell’essere viziata? Quanto non meriterebbe, diciamocelo, Rondolino, due sonore pernacchie, perché dal giornale che ha portato avanti delle conquiste sindacali e l’acquisizione di diritti sulla qualità della propria vita si rinfaccia al lavoratore, di non dover considerare importanti i diritti sulla qualità della propria vita? Dio mio, se non l’etica, almeno un po’ di paraculo pudore – questa retorica affossa un governo già in palese difficoltà.

Non voglio entrare nel merito di una riforma che non conosco nel dettaglio, e che mi interessa parzialmente. Diversamente da altri, riconosco a questo governo il pregio di aver assunto molti docenti nella scuola, e questo è un fatto per me insindacabile – considerando da quanto tempo eravamo in attesa, e critico chi non ne fa esplicita menzione. Tuttavia non mi sembra che si sia fatta sufficiente buona comunicazione sul perché di questi spostamenti, io stessa ancora le ragioni chiarissime non le ho, e continuo a chiedermi se non sarebbe stato possibile organizzare le cose in un altro modo. La questione ha radici lontane, come dimostra questo interessante post –  ma c’è da porsi anche delle domande sulle scuole nel sud, sul perché a fronte di un esubero delle abilitazioni a sud queste debbano essere per forza assorbite a nord e non in altre regioni di Italia. La ministra per esempio ha dichiarato che questo flusso è fisiologico alla scuola italiana, ma solo a me questa fisiologia sembra speculare a un degrado del Sud di cui non ci si assume carico? Ci sono forse meno bambini e ragazzi che devono andare a scuola sotto al Rubicone? Ci importa poco di come stanno le loro scuole, di quanti ci vanno e non ci vanno, di quante stanno per crollare e quante no? E quali sono gli ostacoli, che credo oggettivamente ci siano, a interventi più radicali?
Qualcosa nella logica mi sfugge – e chi fa comunicazione non mi aiuta. Occorrerebbe un’inchiesta, non l’istrionica cattivelleria da poltrona.

Ma constato, questo è il viraggio che ha preso il giornalismo italiano e vi è da dire però anche la sua fruizione, che di inchieste c’è molta meno sete, mentre di opinioni ad minchiam c’è grande desiderio. Travaglio, di cui non a caso Rondolino si occupa un giorno si e l’altro pure, rappresentando egli la sua Ombra, junghianamente parlando, è quello che ha compiuto il tragitto antropologico nella comunicazione. E’ stato l’ultimo eroe del giornalismo civile per diventare il primo burattino di un opinionismo vuoto, ha attaccato un potere, per diventare il menestrello di un altro, dismettendo però i mezzi di un tempo, la ricerca tra le carte, lo scartabellare degli atti giuridici, per spostarsi sull’esercizio sintattico ed estetico della celebrazione di una cattiveria senza armi e con complementi oggetti piuttosto generici. Ed è subito moda, sistema endemico, patologia culturale. Che gli risponde l’avversario? Mettiti a lavorare?
Ma per carità sia mai, “sei innamorato della Boschi”.

Ma non è un Rondolino a far primavera. Il passaggio a questo tipo di giornalismo è stato avviato da internet, su due piani. Il primo ha riguardato una concorrenza materiale al giornalismo cartaceo che ne ha depauperato le risorse per cui, sostanzialmente cento battutisti instrionici costano meno di una inchiesta lunga e difficile. Ma credo che ancora più importante sia stato proprio un cambio di registro della comunicazione del mondo intellettuale, perché la rete, e più i social che la blogosfera, hanno incoraggiato, messo al centro della scena proprio seduttiva ed erotica della comunicazione scritta, la frase pungente, la battuta di spirito l’opinione charming, e quello che vent’anni fa poteva essere un gustoso trafiletto di una signora simpatica, che c’era più o meno in ogni giornale, ora è diventata uno stilema predominante, che si legge sempre più spesso, e che è premiato sempre più spesso per cui – non possiamo neanche consolarci pensando che il problema è della stampa, il problema è anche dell’utenza e di quella zona grigia di chi fa opinione in rete nel pulviscolo delle piccole galassie personali, che si rimpallano i vari figlioli di Donna Letizia in sedicesima – anziché noiosi rendiconti della spesa pubblica, oppure pallosissime analisi socioeconomiche su come oggi i nuovi complementi oggetti della difesa sociale sia una sempre più impastoiata piccola borghesia, che ha privilegi ignoti ai suoi genitori, nuove richieste in termini di standard difficilmente sostenibili, una nuova borghesia resa imbelle da questo complicato reticolato di tre televisioni e zero straordinari pagati.

Vorrei chiudere con le ragioni psicologiche e sociali, ma soprattutto psicologiche che sostengono questo cambiamento. Ma è un discorso che vorrei proporre in un modo piuttosto articolato per cui, vorrei dedicare all’argomento, una seconda parte.
Grazie della pazienza

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7 pensieri su “Rondolino, gli insegnanti, la stampa, la rete

  1. La formazione dei docenti in questo Paese è da sempre un ginepraio anche per noi che ci lavoriamo e distinguere le responsabilità del MIUR, degli Uffici Scolastici Regionali, delle Università e di chi ha avuto interesse ad alimentare il precariato un’operazione al limite delle possibilità umane. Osservo comunque che nell’intervento che hai linkato l’insegnante del Nord lamenta il minor numero di posti per abilitarsi nelle Università del Nord, sottacendo il fatto che la scelta della sede in cui abilitarsi era libera. Evidentemente ritiene che la condizione dello studente fuori sede debba essere familiare solo per i meridionali.

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  2. Leggevo proprio ieri su Repubblica questa lettera di una professoressa che, in vacanza coi suoi, apprende di doversi trasferire al nord, lasciando la famiglia. Ero in viaggio per Roma da Torino, anzi, dal cuneese, dove lasciavo i figli piccoli a un marito operato a un braccio da poco, e solo, spero, per una settimana, per una delle numerose trasferte che ultimamente mi capita di fare nella Capitale, e che mi costano problemi organizzativi e varie ansie. Non mi sono soffermata sulla riforma e non mi sono chiesta i perché e i percome perché in quel momento ero stanchissima, ma mi sono chiesta, questo sì, come diavolo farà questa povera crista a riorganizzarsi la vita, come farà a stare sempre lontano dai suoi, e vederli magari solo un week end o due al mese. Concludeva la lettera, che era pubblicata centralmente rispetto alle altre – queste sono cose che salvano un quotidiano – dicendo che tutto ciò è un po’ troppo per 1300 Euro al mese. Mi chiedo come abbiano assegnato sti posti e se non abbiano, ad esempio, tenuto conto dell’esistenza di figli e famiglie. Possibile che non l’abbiano fatto?!
    Per me una cosa simile sarebbe come un lutto.

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    • Credo che ci sia bisogno di investimenti sulla scuola a sud, per esempio. Non credo che ci siano meno minorenni che a nord. Credo anzi che possa esserci più abbandono scolastico, più edifici fatiscenti, se il nord assorbe penso che potrebbe farlo anche il sud.

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  3. La meridionalizzazione della pubblica amministrazione è un fenomeno massivo cominciato a fine ottocento, e diciamo negli ultimi trent’anni molto stigmatizzato da alcuni amministrativisti. I toni di uno come sabino Cassese, che per gli addetti ai lavori è una specie di mostro sacro del diritto pubblico patrio, sono anche fastidiosamente razzisti, nell’illustrare la cosa: la meridionalizzazione sarebbe portatrice di una cultura giuridica e umanistica, prevalentemente formalistica, e molto poco attenta “ai valori economici e alle esigenze produttive” che dovrebbero essere propri di un’amministrazione moderna ed efficiente. Questi accenti, in parte forse condivisibili, fanno riferimento però ad una situazione molto complessa, in cui è del tutto “illogico” puntare il dito contro i meridionali in carne ed ossa che si sono trasferiti al nord, o ai quali è richiesto di farlo, o che non vogliono farlo, perchè essi rappresentano solo il precipitato di una questione sociale vecchia, nota, che la politica doveva semmai orientare diversamente, avendone il potere.
    E’ vero che gli insegnanti – come gli ispettori del lavoro, i funzionari degli enti, i carabinieri – sono molti molti di più al nord che al sud, ma questo è evidentemente perchè al sud quello pubblico è uno dei pochi sbocchi occupazionali di un mercato del lavoro sistematicamente mantenuto da precise scelte politiche in schemi preindustriali, E’
    perchè al sud si studia di più, perchè lo studio è sicuramente un’alternativa alla mancanza di lavoro, ma è anche ancora inteso come strumento di affermazione sociale da parte di una generazione che ha trasformato il proprio timore reverenziale per la cultura in rispetto e riconoscimento di valore del sapere. E’ rivendicazione sociale, di nonni e genitori contadini, e non è rivalsa di borghesi impoveriti, ché grazie al cielo al sud tutto abbiamo avuto tranne la borghesia più incolta d’europa che i danè hanno assicurato al nord nel giro di qualche generazione.
    Risolvere questo squilibrio endemico con i trasferimenti coatti non può essere la strada, e siccome non può essere la strada si deve trovare una strada diversa. Sedersi a un tavolo e spremersi le meningi, senza affidarsi alla solita violenza pedagogica di mangiare la minestra o saltare dalla finestra.
    NB: una notazione semplicistica, perdonatemi: ma con 1300 euro al nord non si può nemmeno pagare un affitto e invece al sud si può ancora progettare un futuro sereno per i propri figli, magari all’estero.

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  4. Errata corrige: ovviamente volevo dire che gli impiegati pubblici sono più numerosi al sud che al nord, cioè il contrario di quello che ho scritto 🙂

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