Sequel aspro.

La reazione a tutto quello che riguarda la Buona Scuola, e in generale il mondo degli insegnanti – quello di cui si lamentano e quello che fanno e non fanno nelle classi italiane, è una interessante cartina tornasole di una situazione generale che è fortemente mutata in termini di condizioni economiche delle persone, di quelle in particolare che costituiscono l’opinione pubblica, e anche certo in termini di sociologia dei valori e della comunicazione. Questa triade di cambiamenti, classe, valori, modi di comunicare si affianca anche a un quarto che riguarda la psicologia dei gruppi, e la maggiore ricorrenza di un modo di funzionare nei contesti condivisi.

Allo stato dei fatti, e rispetto l’evoluzione del mondo del lavoro, il contratto a tempo indeterminato di un docente ha una serie di vantaggi oggettivi, e che saltano sempre più all’occhio rispetto a una contestualità di condizioni lavorative che vanno deteriorandosi sempre di più. Le ore di lavoro in aula non coprono certamente tutto il lavoro degli insegnanti che da molti non è visto – il lavoro a casa, il lavoro in sede amministrativa, i consigli etc – ma rimane un contesto con molte più ferie di altre situazioni professionali e molte più garanzie, certo a fronte di una paga piuttosto misera.  Ma è ugualmente quel tipo di contratto che si va sempre più perdendo, per quanto dovrebbe essere così per tutti, a me devo confessare le ferie sembrano molte e quindi questo forse, bilancia con uno stipendio che per altri versi non è corrispettivo delle competenze richieste. Ma di fatto, il contratto docenti è un contratto molto invidiato, con tutele che molti lavoratori non vedono più. E’ sempre più difficile avere un contratto a tempo indeterminato, fioccano le collaborazioni e le partite iva in contesti di lavoro sostanzialmente dipendente, le libere professioni hanno smesso da lunga pezza di essere il teatro dell’artistocrazia borghese e diventano una landa dove approdano sempre più soggetti che ci sopravvivono a stento, con una tassazione che istiga al lavoro in nero, il lavoro in nero è spesso la norma, e ci sono contesti in cui lo stesso lavoro viene considerato un lusso in quanto tale. Quante lettere deve scrivere un autore per veder retribuito il suo contratto? Quanti Franceschini ci sono in giro a dichiarare quanto è bello e giusto fare il volontario nei beni culturali? E tra i dorati eletti del contratto a tempo indeterminato, quanti si vedono una tredicesima garantita e almeno che ne so, 1 mese e mezzo di ferie continuate? In questo senso, alcune delle modalità di reazione di alcuni insegnanti, mi sembrano fuori luogo.

Una volta Maria Laura Rodotà ebbe a dire in televisione una cosa che mi scandalizzò – per le stesse ragioni di cui sopra – ma che in realtà era fortemente vera. Diceva la Rodotà, la crisi ha portato a un impoverimento della borghesia, una discesa di uno scalino per le classi anche più alte. Se ci avevano la tata non se la possono più permettere, se andavano a teatro e a cena fuori non ci vanno più. Fu spregiudicata, e io reagii con pavloviano scandalo marxista: ma come ma parliamo di quegli altri! Di quelli che con la crisi perdono proprio il lavoro! La casa!
Si fa presto a dire che avevo ragione. Certo avevo ragione – anche se devo dire, come mi insegnano gli amici disincantati che ho –  in certi contesti quando ci hai da combattere da quando sei nato non è che proprio avverti tutta sta differenza: non ci hai mai creduto, non ci è stata mai catarsi, ti sei sempre arrabattato e altrettanto farai, ma indubbiamente la crisi crea condizioni disperanti. Ma qui non parliamo di chi meriti più preoccupazione, qui parliamo di quelle parti sociali il cui impoverimento determina un importante viraggio nell’opinione pubblica, perché sono le parti sociali che fanno l’opinione pubblica.

Dal boom economico agli anni ottanta, le fila della media borghesia italiana si sono ingrossate, portando a stilemi sociali per cui ricordo, ancora dieci anni fa si discuteva sull’esistenza della classe operaia e sul desiderio degli operai di riconoscercisi. Operaio, alla vecchia maniera, con la cucina senza soggiorno, non ci voleva stare più nessuno – e credo che sia una conquista sacrosanta. Ma accanto agli operai che continuavano a essere operai fronte di una serie di importanti cambiamenti, entravano nel mercato del lavoro e di un’economia florida molte altre figure professionali anche in settori che non sono considerati nevralgici per l’economia di un paese, il cosiddetto terziario si è ingrossato e davvero credo che per molti aspetti il tenore di vita di molti sia fortemente cambiato, facendo mutare anche la percezione di povertà e di minimo necessario. Il bagno in casa è un nuovo minimo necessario, un divano, gli elettrodomestici. Per fare degli esempi. Tuttavia è diventata molto grande, quasi omnicomprensiva e soprattutto più parlante degli altri come soggetto pubblico una enorme generica media borghesia, che concepisce come normale trovare dei soldi per una vacanza, comprarsi vestiti al cambio di stagione, progettare cose. Per circa trent’anni, l’ascensore sociale ha funzionato creando questo mondo.

Poi è arrivata appunto la crisi: i concorsi pubblici si sono diradati, i contratti corretti per i lavoratori si sono smantellati, l’ascensore sociale si è sfondato, e questa grande borghesia figlia del boom si è trovata tutta insieme un gradino sotto con un grande senso di precarietà, che mal collima con la percezione di se dovuta agli studi, alle scelte professionali fatte e consentite dal contesto. Ci si laurea a pieni voti in una facoltà difficile si conquista il dottorato ma non ci si sposta dall’assegno di ricerca, si viene assunti e si lavora per tanto tempo ma il contratto rimane quello di collaborazione, si fanno cose magari anche prestigiose e molto visibili che però non si sa bene quando verranno retribuite, e la classe sociale più parlante politicamente è quella che ha messo insieme frustrazione economica e narcisismo ferito.
A questa classe sociale arrabbiatissima e preoccupata, è stato messo in mano internet.

Su internet allora, si osserva un nuovo dispiegamento di comportamenti, atti a esorcizzare il terrore di appartenere all’orlo borghese che potrebbe scivolare chi sa mai, vicino a quel passato senza cesso e con le sedie in cucina. Comincia a trionfare endemica la cattivelleria, la punizione sarcastica della debolezza di classe: nel paesaggio collinare e infinito di modeste altezze fioriscono profeti e profetesse della condanna alla sfiga piccolo borghese, vignette che prendono per il culo enormi ciccioni che ballano – ossia i poveri americani solitamente, giornaliste di costume che prendono per il culo impiegati di vario ordine e grado, e un generico umorismo che vira al sarcasmo. La nuova finta borghesia già piccola borghesia inventa una nuova aurea mediocritas, che è la condanna della vecchia – pur di salvarsi psicologicamente le terga. Spesso è sintatticamente avvincente, ancora più spesso di pessimo gusto. Ma d’altra parte l’alfabetizzazione di buon livello, è un’altra conquista sociale che ancora di più fa aumentare la rabbia di fronte a pagamenti che non arrivano.

In questo nuovo trend, che i social network hanno incoraggiato a dismisura e a cui hanno fornito una sapida tridimensionalità, anche la disamina politica, la serietà su questioni economiche diventa poco trendy, poco chic, e associato ad appartenenze da cui si cerca di dissociarsi alla disperata, ancora garantiti dalle tutele delle generazioni che ci hanno messo al mondo. Ma che davvero vuoi criticare Malcom Pagani perché non ha fatto domande a Barbareschi sul suo passato in AN, sui suoi modi di gestire il teatro? Ma è così divertente quell’intervista! Che in effetti, per essere divertente era divertente, è vero – ma è interessante come un certo tipo di attivismo politico di attenzione politica alle cose, sia diventato fuori moda, qualcosa di piccolo, di pulciaro, di poco elegante.

E alla fine siccome quello che indugiano più frequentemente nell’irrisione alla vecchia politica sono pur sempre di sinistra, a intervalli regolari recuperano un nominale rapporto con l’etica tramite reprimente morali che riguardano i poverissimi o i presunti privilegi acquisiti o mantenuti. Piangono con grande profluvio di lacrime, zingari e bimbi sui balconi, ma cazziano con sonora prosopopea i famosi insegnanti – per tornare a bomba – che si lamentano di avere un privilegio, perdendone altri, rifacendosi al proletariato che fu un tempo, dimenticando che cos’è la debolezza contrattuale oggi.
Appagati in un narcisismo di corto raggio, ma assolutamente imbelli per tutelare quello di lungo sguardo, non è che fanno molto, per il fatto che né loro né altri avranno una pensione minima sufficiente. Una generazione di allegri rondolini.

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3 pensieri su “Sequel aspro.

  1. Sinceramente non ho ben compreso cosa si voglia dire in questo articolo. Forse è un limite mio, ma in molti passaggi si fa fatica a seguire lo snodarsi della sintassi e quindi dell’argomentazione.

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