Analista in rete. Secondo capitolo

 

 

Per capire meglio una serie di implicazioni che riguardano l’uso dei social e di internet da parte dello psicoterapeuta, e gli effetti che ha nelle sue relazioni sia con i potenziali pazienti che con quelli che sono già in terapia vorrei fare una serie di osservazioni preliminari che credo possano essere utili.
Possiamo considerare che con l’ingresso di internet nelle prassi relazionali quotidiane – in termini di psicologia sociale è intervenuto un terzo ruolo della rappresentazione soggettiva.

Tradizionalmente infatti noi eravamo abituati a ragionare opponendo la costellazione della identità primigenia di un individuo alle sue declinazioni di ruolo sociale. La sociologia ha espresso diversi costrutti intorno a questo tema – per esempio opponendo alla soggettività l’habitus, oppure riprendendo il concetto junghiano di persona, ossia della parte della personalità che un soggetto mostra al proprio contesto sociale. Gli psicoanalisti sono sempre stati tentati di considerare questa declinazione adattiva nei termini di una scelta nevrotica, individuando un triste bisogno che fa abdicare alle proprie caratteristiche primigenie in vista di un’accettazione emotiva che si sente come prioritaria e urgente. L’hanno fatto perché oggettivamente le modalità con cui si costruisce una persona che risponda ai valori sociali della propria contemporaneità risentono e anzi replicano le prime soluzioni adattive al primo ambiente sociale di riferimento di cui un soggetto dispone, che è il rapporto con i suoi genitori e più frequentemente in un sistema sesso genere tradizionale, con la figura materna – dietro questa sospettosa decodifica per esempio c’è il concetto winnicottiano di falso se. Tuttavia dal secondo novecento in poi è cambiato anche lo stile dello sguardo dei clinici, e nella ricerca si è cominciato a parlare in riferimento alle stesse dinamiche – di risorse e di affordances, di strategie apprese e che possono però essere utili a una buona qualità di vita. L’assunzione di un certo ruolo professionale quindi implica una percentuale di camaleontismo necessaria, non solo per la mera soddisfazione di una domanda sociale nei termini dello stereotipo professionale, ma anche perché il potenziare certe caratteristiche rispetto ad altre, aiuta a svolgere meglio quel certo lavoro che implica suoi specifici compiti.

Per la nostra professione di psicoterapeuti, e io parlo soprattutto per la mia famiglia professionale quella degli psicoanalisti e degli psicologi analisti, noi abbiamo avuto sempre a che fare con una prima polarità: la nostra soggettività di persone – estremamente variegata: analisti timidi, analisti audaci, analisti livorosi, analisti gentili, analisti materni e paterni, analisti con molto umorismo e analisti tetri come cimiteri, analisti vanitosissimi e analisti complessati e via discorrendo, e la nostra persona analitica con tutta la costellazione di necessità comportamentali che implica il nostro mestiere, e le richieste e proiezioni che ci mette sopra il nostro contesto sociale. Esiste cioè un carattere sociale dell’analista – uno stereotipo culturale che può essere in parte forzato da luoghi comuni, ma in parte si nutre di dati di realtà che sono realmente importanti. La persona analitica deve parlare relativamente poco, perché è pagato per ascoltare gli altri: se esso è di indole chiacchierona o silenziosa, dovrà comunque attestarsi su una zona di moderata occupazione dello spazio dialogico. In secondo luogo, per fare un altro esempio, per quanto la persona analitica possa avere grande affezione politica e ideologica per certi temi che gli sono cari e importanti per lui, sia che sia un appassionato combattente che un prudente osservatore, nella stanza d’analisi non potrà mettersi a pugnare con le idee del suo paziente come combatterebbe sul piano di realtà e quindi sempre nella zona psicologica del tipo osservatore dovrà mostrare di attestarsi. Oppure ancora: personalità particolarmente umorali o particolarmente egocentriche dovranno cercare di girare, nella stanza di terapia la manopola del loro carattere e limitarsi a usare le emozioni che provano per le esternazioni del paziente ai fini della terapia della cura. Il paziente infatti non è li per godersi lo spettacolo di una soggettività altrui e manco per cibarsi una pedagogia politica non richiesta, è li per risolvere dei problemi – e l’analisi del controtransfert serve a questo. Ulteriormente l’analista che come tratto di personalità è molto riservato, silenzioso, per sua natura poco accogliente e poco portato a fornire comunicazioni emotive, dovrà trovare un modo per far girare la manopola e mostrarsi capace di tutte queste cose, mostrare una sorta di quota minima di campo materno per facilitare il lungo lavoro del paziente.
E’ interessante constatare come in generale tutti siano portati a credere che il modo di essere di un analista in stanza corrisponda pedissequamente con la sua soggettività e si sottovaluti anche da persone colte e competenti la capacità di modulare il proprio arsenale caratteriale – grado di affettività mostrata, grado di estroversione, grado di umorismo etc – in vista di questo ruolo professionale. Di questa modulazione si rendono conto soltanto gli analisti che hanno attraversato una formazione analitica credo, perché sono i pochi che hanno potuto osservare uno psicoterapeuta nel suo quotidiano per esempio di didatta in una scuola, e nella stanza di analisi quando cioè è diventato il loro analista per un lavoro di formazione, o quando ha fatto il supervisore dei loro casi clinici. Loro o di un loro collega. Capita cioè di vedere per esempio didatti che a lezione risultano estremamente brillanti estremamente narcisisti, ed egocentrici e dire – mo’ questo ma come sarà in stanza, per poi scoprire quando si è in stanza, o quando ci è andato un nostro amico specializzando che invece è un analista silenzioso e gentilissimo. Per me almeno è stata una scoperta importante, che mi ha anche molto rassicurata sulla mia capacità di girare la manopola della mia esuberante personalità a mia volta.
Nell’opinione pubblica però questo scarto non c’è – magari astrattamente le persone sarebbero disposte a pensare che ci sono analisti con tante caratteristiche diverse, qualcuno legge qualche biografia dei più famosi e scopre cose interessanti, ma il pensiero condiviso è che il terapeuta è sempre silenzioso, partecipativo, osservatore, sagacissimo, controllato e spesso e volentieri – mesto.

 

A questo primo binomio si pone invece una terza identità che è quella della rete e che invece tendenzialmente, qualsiasi professione tu svolga, tende a chiedere alla tua personalità una modifica nella direzione opposta. Su internet soffia un vento che spinge alla rappresentazione dell’estroversione, per il semplice fatto strutturale che se stai silenzioso e non dici delle cose, non proponi contenuti non risulti sulla mappa. Tecnicamente un analista vecchia maniera seduto e silenzioso ad ascoltare può anche esserci, ed effettivamente c’è – mi pare che la maggior parte mantengono questa posizione – ma dalla rete non è avvertito. E anzi, anche la rete ha una sua rappresentazione culturale di leadership, premia certi comportamenti a discapito di altri, e la persona junghianamente parlando, che ha successo in rete è in un certo senso diametralmente opposta alla persona che è considerata socialmente idonea a fare il bravo terapeuta. La rete infatti vuole orizzontalità dei rapporti, linguaggio smart, produzione di lessico seduttivo e idee originali, chiede un’agilità privata e più intima delle vecchie distanze relazionali novecentesche – il lei in rete è ridicolo, la deferenza fuori luogo, si caldeggiano foto di bambini e cuoricini per l’anniversario di matrimonio. La rete inoltre incoraggia l’esposizione di affetti politici e ideologici, invoglia alla pugna e alla battaglia culturale. Di contro, scoraggia la narrazione esplicita di proprie aree problematiche: in rete raramente si narrano propri fallimenti, errori madornali, gaffes che incrinino la propria immagine pubblica.

Questo va incontro a certi processi cognitivi di cui si va discutendo anche con preoccupazione negli ultimi anni, perché si nota che l’uso della rete da parte di molte persone sospende qualsiasi senso critico e fa credere che qualsiasi cosa venga mostrata è una verità totale e non un’immagine parziale. Quando Spielberg si fece fotografare con un triceratopo tramortito sul set di jourassic park 5’000 animalisti americani insorsero perché si era fatto vedere con un animale morto alle spalle, spacciando per vera cioè una chiara finzione, oppure, altro esempio interessante – una giovane donna mi fece notare che, siccome aveva mostrato una foto di se incinta in rete qualcuno le aveva scritto nei commenti: ma allora hai fatto l’eterologa? Perché siccome non aveva mai parlato del suo compagno, le persone che avevano visto il suo profilo avevano dedotto che lei non avesse un compagno. La rete cioè produce questo processo cognitivo per cui si segmentano parti della vita di una persona che il soggetto propone come segmenti e li trasforma in tratti globali. Se ne deduce che, già le persone fanno fatica a capire che la modalità di stare in seduta di un analista è una sua funzione professionale che non necessariamente combacia con la sua struttura caratteriale – la rete può peggiorare la situazione ossia, può tendere a costruire una personalità superestroversa e smart e seduttiva intorno ai comportamenti manifestati dal singolo utente attivo, anche nel caso in cui faccia l’analista e portare le persone a dare per scontata che quella capacità di ascolto e relazione e modulazione di se siano lontane dal terapeuta letto su Facebook.

A questo punto quindi possiamo individuare due ordini di conseguenze negative ma soprattutto positive a saperle gestire. Il primo è relativo all’immagine dell’analista presso un pubblico di persone interessate alla psicologia, e ai suoi argomenti, quindi l’immagine professionale dell’analista a cui in un secondo momento si potrebbero rivolgere dei quesiti e una domanda di terapia. Il secondo riguarda la vasta serie di problemi ed effetti che la personalità analitica in rete dell’analista potrebbe provocare nelle terapie che sta seguendo. A questi due aspetti, dedicherò i prossimi due psichici post – il 3 e il 4 dell’Analista in rete.

 

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Un pensiero su “Analista in rete. Secondo capitolo

  1. molto interessante, tutto, anche per me incompetente.
    Sottolinei in più passaggi come l’analista “nella stanza d’analisi non potrà mettersi a pugnare con le idee del suo paziente come combatterebbe sul piano di realtà e quindi sempre nella zona psicologica del tipo osservatore dovrà mostrare di attestarsi”, concetto che avevo sentito ribadire molti anni fa da uno psichiatra-sessuologo delle mie parti e che naturalmente condivido, anche se penso sia molto faticoso lavorare in questo senso su se stessi e girare la famosa manopola del proprio carattere e delle proprie convinzioni per il verso giusto …
    A proposito delle caratteristiche degli analisti (timidi, audaci, ecc …) io ti vedo come (esuberante ovvio, e l’hai detto pure tu verso la fine del post) audace, con molto umorismo, un tantinello umorale e vanitosa. 🙂
    Infine (mannaggia, ma spero di non essere l’unica ….) ho dovuto consultare wikipedia per avere un’idea sul significato di “concetto winnicottiano di falso se”.

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