L’occasione mancata di un intervento sociale. A proposito della crescita a zero

 

Che la campagna della Ministra Lorenzin fosse destinata al fallimento è questione lampante per le menti più semplici, senza la necessità di incorrere in chi sa quale competenza. Ognuno di noi ha il ricordo del vigoroso vaffanculo che ha spedito alla zia impicciona che diceva, eh ma quando me lo date un nipotino, e quel ricordo gli è sgorgato spontaneo alla vista della signorina gnocca con la clessidra in mano. Forse l’idea della campagna era quella di ricordare ai giovanetti e meno giovanetti qualcosa che non ricordano, che trascurano e sottovalutano dicendo sisi c’è tempo, mentre il corpo non perdona, e sono stati trattati con supponente e gerarchica asimmetria. La campagna sembra un po’ quelle diapositive di educazione sessuale, che circolavano nelle scuole, come se tutti quelli che leggono gli slogan siano dei ragazzini dediti allo spasso, vacui e superficiali, non pronti alle cose della vita. Un po’ come certe pubblicità delle università la pubblicità dice: investi sul tuo futuro, dai fai dei bambini.

Se non che i destinatari non erano solo gli adolescenti del paese, erano anche uomini e donne giovani, che votano, lavorano, sono nella vita pubblica, si percepiscono come adulti e intorno a questi argomenti, hanno un atteggiamento tutt’altro che distratto e svagato. Se la società a cui è stata commissionata questa campagna, avesse per esempio avuto l’intelligenza di buttare l’occhio su internet e fare caso agli incredibili dibattiti che sorgono intorno alla scelta di non avere figli, o di posticipare la gravidanza, si sarebbero accorti che il tasto è tutt’altro che svagato e dolente, che la consapevolezza dell’invecchiamento degli ovuli e viva e scottante nella psiche femminile e non, avrebbero capito insomma che intorno a questa crescita a zero c’è un vero e proprio nucleo complessuale che a tutto rinvia tranne che a una serena e distratta scelta edonistica. Io per esempio so, che ogni volta che ho toccato – nella presentazione di un libro o sul mio blog, o sulla mia pagina Facebook il tema dell’assenza di figli, più di una donna si è sentita in dovere di informarmi – qualche volta in maniera molto aggressiva qualche altra molto addolorata – del perché della sua scelta. Ho ascoltato argomentazioni molto lunghe, e letto mail di molte pagine. Regolarmente mi è arrivato forte e chiaro l’afrore di una zona psicologicamente incandescente. Che nelle donne è sotto pelle, che forse negli uomini invece è cacciata più in profondità. Non si creda Lorenzin che mentre noi lavoriamo gli uomini stiano a pietire i dieci figli mancati.

 

Come tutti i fenomeni sociali di larga scala, la bassa natalità è un sintomo dovuto a questioni di ordine collettivo – sociali ed economiche – che nella loro pervasività arrivano a essere determinanti per le vite individuali e per le costruzioni psicologiche. E questa pervasività riguarda entrambi i generi, non solo le donne come nella campagna in questione si è stati portati a ritenere. A osservare la questione nel complesso, si vedono molte strade interpretative possibili. Io qui ne vorrei mettere insieme alcune.
In generale osserviamo nel nostro paese, un rallentamento consistente dei processi di autonomizzazione dei giovani, rallentamento che sembra rinforzato dalla stessa bassa natalità. Si fanno pochi figli, ma si fa in modo che vengano interpretati come molto richiedenti, bisognosi di essere seguiti impegnativi, e questa moltiplicazione di attenzione combacia con una infantilizzazione della prole per ogni età evolutiva fino all’ingresso nel mondo del lavoro. Da piccoli hanno bisogno di pannolini costosi e di passeggini giganteschi ben oltre l’età della necessità, da adolescenti devono andare dal parrucchiere una volta al mese e avere telefoni da centinaia di euro, una volta che entrano nell’età adulta vedranno la possibilità di andarsene di casa come un’impresa impossibile, e l’idea di avere i figli più costosa di un attico. Il primo motivo per cui si rimanda la decisione dei figli, è da ascrivere al rimandare il proprio percepirsi adulto, a una sicurezza economica che è una chimera, con degli standard economici che una sostanziale retrocessione garantisce sempre di meno. I famosi bamboccioni sono l’incrocio pestilenziale di queste forze terribili: dietro le spalle c’è stata un’educazione che li ha visti costantemente tutelati con alcuni bisogni indotti portati al rango di prima necessità, davanti allo sguardo ci sono possibilità contrattuali che quei bisogni indotti non possono soddisfarli e quelli primari con un certo sforzo. Altro che figli dunque, giovani uomini e giovani donne non se ne vanno proprio di casa , prendono mille euro al mese, e li usano per andare a cena fuori: non a caso il ramo della ristorazione sembra essere l’unico canale redditizio, e nelle grandi città tutte le forme di piccolo artigianato sono state soppiantate da fiumi infiniti di tavolini birrette e pizzette.

 

Questa fenomenologia sociale è resa ancora più grave dal fatto che l’Italia è in una sorta di crocevia dei mondi possibili per cui, magicamente, ha tutto il peggio del terzo, e tutto il peggio del primo. Nelle economie floride del primo mondo infatti a un certo tipo di individualismo, a una parcellizzazione dei legami familiari e della rete sociale corrisponde un efficace stato sociale, asili nido a costi ragionevoli, adeguati sussidi di maternità e paternità, un trattamento contrattuale nei confronti delle madri più attento alle loro necessità, e non penalizzante la scelta di fare dei figli. Nelle economie in via di sviluppo, di nidi non se ne parla, vige un sostanziale maschilismo per cui alle donne è reso molto difficile lavorare, ma in compenso vi è una florida rete familiare, per cui le famiglie non sono più i nuclei polverizzati del nostro contesto, ma istituzione composte da molti soggetti che condividono le cure dei piccoli e dei più deboli. Ecco, l’Italia è quella società che, a fronte di un boom economico avvenuto velocemente, quanto illusoriamente, ha fatto proprie tutte le istanze deteriori del capitalismo avanzato, abdicando alle migliori della società rurale. Ci teniamo dunque il maschilismo dei padri, unitamente alla spocchia dei fratelli e al loro desiderio di status. In questo crocevia malefico davvero fare i figli diventa improbo.

 

Infine poi, nella narrazione collettiva, proprio a fronte di questo crocevia micidiale, non c’è un discorso psicologico e sociale – quello che avrebbe dovuto fare la Lorenzin sulla genitorialità come possibile e auspicabile passaggio evolutivo sano dell’individuo, del contesto emotivo e affettivo salubre. Non è che la genitorialità cioè sia una cosa di per se obbligatoria per dire, ma non si può negare che ha pochi concorrenti etici, filosofici, psichici come grande occasione di vita, di salto di prospettiva, per uomini, donne, coppie eterosessuali, coppie omosessuali. E non solo dallo scontato punto di vista della crescita affettiva ed emotiva, ma anche di quella razionale e intellettuale. Ma in Italia non si parla di genitorialità si parla di maternità, e questo parlare di maternità per giunta pertiene solo caratteristiche emozionali, con tutta un’estetica romantica e datata. Il discorso pubblico sulla genitorialità produce cioè solo un’unica dicotomia: tra la mamma gioiosa e contenta di contattare la sua istintività e la sua emotività, per la quale il lavoro o può non esserci o va in secondo piano, o la donna che rifiuta il materno e pensa al mondo intellettuale, al lavoro alla produttività e a un certo tipo di edonismo concepito come maschile che quindi dalla maternità è respinta. Si celebrano i bimbi quindi o come fonte di amore e di gioia, o come iattura del piacere dell’edonismo e della carriera. I maschi sono tenuti sostanzialmente al di fuori della partita e la partita è resa quanto più incandescente dal vero e proprio sessismo in sede contrattuale che le donne spesso subiscono nei posti di lavoro.

 

Ultime considerazioni più psicologiche. La risultante di tutto ciò è una moltiplicazione della nevrosi, una natalità bassa, e una genitorialità patogena. In molti infatti il desiderio dei figli magari ci starebbe pure, magari da qualche parte ha un piccolo campo simbolico, ma è sovrastato dagli oggetti culturali che si appoggiano di volta in volta a residui nevrotici dovuti alle famiglie di provenienza, e alle loro carenze. Un tempo la celebrazione della genitorialità portava a ridimensionare le esperienze di un’infanzia difficile, imponeva di forza, l’occasione dei figli e di riscrivere il proprio passato tramite il nuovo presente. Con meno figli in giro, in un certo senso il passato non dico che vinca, ma insomma ha partita molto più facile.
Su questa coppia di maschile e femminile in difficoltà, piena di lividi, mette la mano pesante la campagna del ministero – che amplia la sintomatologia – come si vede dalla violenta reazione che ha suscitato – ma non mette mano all’eziologia. Davvero complimenti.

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9 pensieri su “L’occasione mancata di un intervento sociale. A proposito della crescita a zero

  1. Cercherò di frenare l’entusiasmo per questo post perché so che non ti piace e lo condividerò veramente molto volentieri, perché finalmente hai affrontato gli aspetti psicologici su cui il ministero si è avventato con pachidermica delicatezza. Oltre alle cartoline hai anche letto il messaggio del ministero in cui si faceva psicologia da autobus?

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  2. Io ho trovato francamente imbarazzanti le reazioni della gente, sintomo del declino di questo paese di persone che non sanno più fare i conti con loro stesse. Ho trentuno anni, la campagna ministeriale è goffa come non poteva che essere, dato il poco spessore culturale, ma peggio sono quelli che sono arrivati a tirare fuori il fascismo. Mi sono davvero rotto le palle di questi atteggiamenti, non si può parlare di nulla che c’è sempre qualcuno che si offende e blatera di imposizioni e persino discriminazioni. L’infertilità esiste, se ne può parlare bene o male. La gente povera fa più figli, e basta, non sta a montare il piagnisteo. Non volete figli, non li fate, nessuno vi obbliga. Se non sapete reggere la pressione andate a vivere in montagna.

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  3. Rega non so chi debba adottare lo stile di chi, ma la cosa non mi riguarda.
    Invece volevo dire, quando si fa una campagna di sensibilizzazione, se la campagna determina l’effetto opposto, non è che si può dire: a scemo vai in montagna. La campagna è fallita. Non so se mi spiego. Non si può pensare in questo modo a delle campagne sociali.

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  4. La tua disamina è come sempre lucida e chiara. La campagna è un fallimento, totale, e sentir dire dalla lorenzin qualcosa tipo: vabbè rifaccio le cartoline, ecco, è quantomeno disarmante. Per tacer del renzi che non sapeva non vedeva non voleva. Tipo andarsene in montagna, ecco.

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  5. Ma la summa degli autogol é stata la risposta della Lorenzin che diceva che, essendo lei alla guida del Ministero della Salute, la campagna si occupava del problema solo dal punto di vista sanitario, senza tenere conto degli aspetti sociali…..fai bene, Costanza, a ricordarle che la questione di come uno si percepisce adulto e genitore, fa parte della salute mentale sua e dei figli, dunque dovrebbe occuparsene, il Ministero della Salute.

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  6. L’obiettivo era ricominciare a parlarne, di figliolanza dico, e l’obiettivo è stato raggiunto. Ogni cittadino, e in particolare un ministro ha il dovere di contribuire alla crescita spirituale del paese (art 4 della Costituzione), mentre i più contribuiscono al suo disfacimento (non solo spirituale), senza per questo essere persequiti dalla magistratura. Che in tanti avrebbero sparato a zero su questa campagna era da tenersi in conto… i fautori della decrescita spirituale (felice?) avvertono che qualcosa sotto il materialismo estremo sta scricchiolando e levano lo scudo.
    Generare un figlio, educarlo, sacrificarsi per lui o lei è atto supremo che perpetua l’umanità, dunque un dovere, quantomeno spirituale. Brava Lorenzin

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