L’analista in rete. Quarto capitolo: le psicoterapie

Ho pazienti che mi arrivano dalla rete da diversi anni – e sono loro molto grata, perché mi hanno insegnato delle cose. Ho cesellato uno stile, delle regole sulla base della mia esperienza con loro,  applicando alla contestualità della rete osservazioni che vengono dalla disamina di altri contesti.
Intanto, tiriamo le fila in base a quanto scritto negli articoli precedenti.
I pazienti arrivano a chiedere una consultazione a una persona di cui hanno letto le cose che scrive sui social e su un eventuale blog, affidandosi in parte ad alcune osservazioni legittime e corrette, e in parte a considerazioni che sono legittime ma meno esiziali di quanto credano. In primo luogo ciò che di scientifico hanno letto gli è sembrato affidabile e testimone di una seria preparazione, ma in secondo luogo ritengono di essersi fatti un’idea attendibile della personalità del professionista e ritengono che proprio per quella faccia al caso loro. Valutano molto – giustamente – il grado di passione e buona fede e coinvolgimento di un professionista, qualcosa che ascrivono generalmente alla categoria di bontà, per poi aggiungere altre cose come per esempio la coppia di opposti fermezza/accoglienza oppure formalità e silenziosità/umorismo informalità. La valutazione è certamente corretta sul piano di realtà, ma tiene poco conto delle capacità di un clinico di trasformarsi in stanza, o di modularsi secondo la necessità.   Nella mia esperienza tutto questo ha delle prime conseguenze importanti.

  1. Questo tipo di selezione del professionista, incoraggia e accelera in maniera fortissima, la costruzione di un’alleanza terapeutica. Il paziente è meno diffidente, ragionevolmente ha scelto te e pensa di sapere delle cose importanti di te. E’ più portato a fidarsi o a credere di fidarsi, ha meno la sensazione di un salto nel buio. Il decollo della terapia diciamo ha un sapore più agile.
    Non di rado, questo sapore più agile può essere un’apparenza che collude con un processo forte di idealizzazione – lo stesso che immagino induca le persone a scegliersi un analista famoso o letto sui giornali – la quale potrebbe a sua volta essere una strategia per non affrontare questioni reali. L’analista che scrive cose belle, che è tanto brillante, che mamma mia, e che serve a coprire il perché della richiesta di consultazione. E’ un oggetto su cui si può tranquillamente lavorare e che è anche utile – per esempio partendo dalle connotazioni di transfert che hanno indotto a scegliere in rete quell’analista e non un altro, per prendere tempo e creare le basi per un buon lavoro. Può diventare una categoria complicata invece, quando per esempio un genitore di adolescente sceglie lo psicoterapeuta in rete perché vuole inviargli suo figlio, pensando che aver scelto un terapeuta in questa modalità ne implichi di default il controllo nel modo di operare.
    Infatti, la conoscenza in rete che magari è avvenuta sotto l’egida di una convergenza ideologica su questo o quell’argomento, viene percepita come tranquillizzante, e il terapeuta scelto come una parte del genitore che lo legge, un suo alleato. Ma il terapeuta per l’adolescente è prima di tutto il terapeuta dell’adolescente e questa cosa è considerata razionalmente, meno emotivamente.Per cui, se come è prassi – per esempio la mia prassi – dopo una serie di sedute iniziali che coinvolgono tutta la famiglia, l’analista  dovesse dire delle cose importanti sul funzionamento familiare o sulle necessità del potenziale assistito, queste potrebbero suonare più sgradevoli e sorprendenti, di quanto apparirebbero se il terapeuta fosse un nome consigliato da altri – ma sconosciuto.
  2. Invece gli eventuali aspetti personali che la comunicazione da social abbia certo vigilatamente lasciato trasparire – tifare una certa squadra soffrire di un certo mal di schiena, sono contenuti simbolici che emergono prima o poi, e che incidono piuttosto poco. O meglio incidono in modo particolare per alcuni funzionamenti psichici e molto meno per altri. All’inizio della mia vita in rete, quando mi leggevano pochissime persone ero meno attenta sull’esposizione di contenuti personali, e non immaginavo che sarebbe potuto arrivare qualche paziente perché leggeva cosa scrivevo. Eppure le terapie con questi pazienti sono decollate e sono andate in modo ordinario – cioè non in maniera particolarmente diversa da altre avviate perché qualcuno aveva fatto il mio nome.
    Ciò non vuol dire però che non sia auspicabile una grande cautela – per questioni di metodologia e di risorse, che non vanno eccessivamente amplificate o sacralizzate, ma neanche trascurate. Un paziente che sa per esempio che il terapeuta ha dei figli adolescenti, e magari ne ha viste le foto, è un paziente che non potrà più associare a dei bambini piccoli di un sogno i figli dell’analista, che non potrà fantasticare liberamente sull’analista – il che  non è un gran danno, ma toglie dal campo uno strumento. Oppure ci sono pazienti che avvertono un generico bisogno di curarsi, ma all’atto pratico vogliono sapere più cose possibili dell’analista per controllarlo, per saturare il campo. Ora, poche informazioni personali possono anche essere utili a svelare questo meccanismo. E io in effetti le uso anche in questo modo,ma una espressione libera di se, ingombrerebbe il campo terapeutico di troppi oggetti spurii. 3. Il controllo su queste variabili, comunque elimina alla radice il problema di come gestire eventuali contatti in comune magari non rilevati con il paziente. E’ un aspetto importante questo perchè  se da una parte la relazione con il paziente è sotto il controllo o lo sguardo del clinico, esistono dei soggetti intermedi  – eventuali contatti in comune – che hanno una psicodinamica loro, che hanno una relazione con l’analista letto sui social  dettata da loro proiezioni e sentimenti, e una relazione con il paziente dettata da altre connotazioni specifiche. Non è raro il caso che questo secondo elemento entri satellitarmente nel campo, cercando di inquinarlo, o di attaccare esplicitamente la terapia per i più svariati motivi, che possono andare nelle più svariate direzioni analitiche: l’analista sul social che ha seguito è percepito come un soggetto famoso, pieno di cose buone che si invidia e che si vuole attaccare, oppure è il paziente che è invidiato per qualche motivo, o rappresenta qualcosa di psicologicamente importante e rilevante per indurre una persona terza ad attaccarne la terapia, usando le informazioni che desume dal social. Sono cose che possono accadere, e bisogna comportarsi sempre in modo da poterle rendere il più innocue possibili per un verso, ed eventualmente digeribili nella relazione clinica per un altro.

Una riflessione importante poi la merita il passaggio di registro linguistico che si imprime quasi spontaneamente dalla rete. Nel caso in cui arrivi dalla rete una richiesta di colloquio con una persona con cui non si ha interagito mai, i primi incontri non hanno variazioni particolari rispetto a situazioni con un invio diverso. Ma quando c’è stata un’interazione in rete, almeno io – anche come atto simbolico – nella maggior parte dei casi, anche se non è un atto obbligato e tassativo, propongo di usare il lei – il che può risultare all’inizio straniante curioso, forzato perché il linguaggio nella rete, anche quando non è magari esplicitamente utilizzato, implica il tu. Il tu della rete è un tu mobile, paritario, dilazionabile che può facilmente includere una dimensione privata senza danno. Passare al lei, può essere utile per aiutare se stessi e il paziente a trovare un posto sulla sedia che protegga entrambi, che qualifichi la relazione in un certo modo, il lei diventa più che mai l’indicatore di una relazionalità che per quanto affabile e accogliente, deve rimanere finalizzata e strutturata.
Dopo di che le terapie, se devono partire, partono comunque e si sovrappongono in tutto e per tutto alle terapie che hanno una genesi dovuta a un itinerario tradizionale. L’attenzione su una dimensione dell’analista estranea alla stanza sarà funzionale alle caratteristiche del paziente in una maniera non dissimile di quanto lo possa essere per qualsiasi altro paziente e quindi funzionale alla sua struttura difensiva. Ai fini della terapia può essere interessante capire perché si è stati scelti, quali parti di se sono filtrate, e quali per esempio possono essere state oggetto di una proiezione o una idealizzazione. Alcuni aspetti – possono essere, si diceva, assimilabili alla scelta di un analista famoso e di successo, perché lo psicologo scelto in rete spesso replica anche se in piccolo, su piccoli numeri, nelle relazioni sui suoi contatti sui social network dinamiche che ricordano quelle della celebrità e quindi si tratta di aspetti da sorvegliare. Ma mi pare che in linea di massima alla fine le variazioni in termini di metodo, di qualità del lavoro, di prassi clinica siano molte di meno di quelle che la clinica tradizionale è portata a supporre.
Io devo dire che alla fine, superati i colloqui di prova che fanno decidere a entrambe le parti in causa se è il caso di avviare una psicoterapia, poi il modo di procedere è del tutto analogo ai percorsi avviati normalmente.

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