Appunti sulla gravidanza

 

 

Da un punto di vista psicologico, si è detto, l’errore madornale della campagna sul fertility day, è stato quello di non prendere in considerazione con la dovuta consapevolezza psicologica il significato della procreazione e della gravidanza nel nostro momento storico, l’aver sottovalutato i discorsi e le preoccupazioni con cui questo evento è vissuto, programmato, o immaginato – soprattutto immaginato – da chi non vi passa attraverso o da chi esita a farlo. Eppure la gravidanza, quei nove mesi in cui una coppia e una donna cioè generano un figlio, rimane uno degli oggetti simbolici, filosofici e psichici più esplosivi che capitino nella vita, un’esplosione che in passato era digerita forse più inconsciamente che consciamente, più emotivamente che razionalmente, mentre oggi affidiamo questa digestione a una serie di saperi, a una parte intellettuale dell’esistenza, che non è detto sia la più agile, ma che è anche vero è una importante conquista di sesso e di classe, di cui nessuno vorrebbe più privarsi. Il nostro modo saputo e culturale di affrontare le cose: i libri, i medici a disposizione, la ricerca delle cause – ricordiamoci – non è proprio una cosa appannaggio degli ultimi due secoli: negli ultimi due secoli era diventata appannaggio per tutti, ma prima era roba di maschi, e soprattutto di maschi ricchi. Quindi riflettiamo, e godiamoci i faticosi effetti di una democrazia esistenziale.

Ora, nella nostra democrazia esistenziale, abbiamo una nuova coppia in cui sono arrivate nuove cose che fanno fatica a convivere con le vecchie, ma che sono ugualmente preziose – sebbene comunque banalmente umane. Nella nuova coppia abbiamo un maschile che accede con più agio ai terreni del femminile tradizionale: la cura, l’affetto, la comprensione empatica, il sentimentale e l’emotivo, e un femminile che accede con più agio ai campi del maschile, l’intellettuale, il trascendente, il razionale, ma anche il potere e l’ambizione. Per entrambi sono sempre state importanti entrambe le componenti, e non si creda che nel patriarcato non fiorissero situazioni in cui tutti accedevano a questo doppio ordine, ma oggi questo è certo molto più frequente anche se non sempre semplice.
In questo nuovo modo di concepire la differenza, dobbiamo far calare la gravidanza – l’esperienza maggiormente differenziante, e per questo in questo momento forse molto complicata da gestire.

 

Lei ha nella pancia, un oggetto metafisico, che lui non ha, ma che in parte gli appartiene.
Lei ha nella pancia, una duplicazione del dna suo, insieme a quella di lui. Questa cosa se tutto va bene diventerebbe un oggetto terzo che non ha niente a che vedere con loro, ma che in parte è loro stessi e che viene dopo di loro e se tutto dovesse andar bene continuare dopo di loro. E io capisco che nello scrivere queste cose accedo a un piano mistico che a qualcuno fa pure impressione, ma pazienza, la gravidanza è il momento filosofico per eccellenza in cui con il corpo si tocca la metafisica, si sfiorano la nascita e la morte, ci si passa attraverso. Durante la gravidanza si attraversano pensieri di angoscia, perché si è come rimpallate dall’emergere della vita alla sua fine. I sogni in gravidanza possono essere – anche se non solo per questo, impressionanti. L’asimmetria di potere tra maschi e femmine è in questa esperienza, per me – lo dico per inciso – un punto cardine importante di molta violenza di genere: la donna vive e fa qualcosa di essenziale per la specie che l’uomo può tuttalpiù controllare, e per cui può provare una cocente invidia, un senso virulento di impotenza. Quando questo senso di asimmetria si innesta su una psicopatologia pregressa abbiamo l’aggressione fisica: nei centri antiviolenza e nella letteratura del settore è noto come la prima gravidanza sia spesso il momento di esordio dell’aggressione di genere.

 

Alla questione metafisica si unisce la percezione inconscia ancor più che consapevole di un grande cambiamento nell’organizzazione degli affetti. Arriva questo oggetto terzo il quale per statuto, per dna, per genesi, è letto come qualcosa che dovrà essere amato, qualcosa che avrà una priorità emotiva, che quindi – specie se è il primo – toglie il vecchio ordine e impone un nuovo ordine, nuove gerarchie delle emozioni. Ci sono cose che alla prima gravidanza non si pensano ma credo che emotivamente si intuiscano, pure nella grandissima variabile che c’è tra soggetti – e di solito, la qualità dei sogni aiuta a capire di quali risorse si dispone. A fronte di questo grande cambiamento esistenziale infatti si sognano spesso grandi scombussolamenti, ladri in casa, furti, disastri, terremoti, dopo di che la regia del sogno farà capire a quali appigli la donna incinta attinge. In ogni caso, sogni di questo tipo a ricordarseli sono sempre una cosa buona, perché danno l’occasione di capire che una digestione inconscia sta avvenendo e una volta che sono ricordati , i contenuti possono passare sul piano della coscienza.

In una prospettiva analitica allora, le narrazioni culturali che circolano intorno alla gravidanza stanno con un piede nell’organizzazione sociale e nelle difficoltà e miti che le donne incontrano quando pensano a fare un figlio, ma con l’altro stanno in quel mondo endopsichico in subbuglio e trasformazione, che da una parte fa i conti con la vita e la morte, dall’altra con la gerarchia degli affetti, e da una terza – aggiungiamo un ulteriore tassello, con la matematica dell’identificazione e dell’accoglienza dell’altro. Farò questo figlio che sarà come vuole esser lui, o sarà così gentile per favore da essere come voglio io? Perché io non posso fare a meno di volerlo un po’ in un certo modo. Anche qui c’è un ampio spettro di possibilità e bisogna diffidare dalle retoriche e dalle mode: l’oscillazione è una cosa complicata – ma per esempio è la più salubre: i bambini non visti nella loro soggettività sono infatti dei nevrotici garantiti perché sovrastati da un narcisismo patologico, e manipolati da esso, ma al giorno d’oggi – proprio perché questa è la tendenza culturale in occidente più eclatante – si sottovaluta quanto può essere disperante e tragica la condizione esistenziale di un figlio a cui una madre manda come contenuto, sii come ti pare, a me non mi interessa niente.
Di fatto comunque le scommesse da giocare sono moltissime.

Queste scommesse però, riorganizzano dei dati identitarii della madre e della coppia genitoriale ma non li cancellano, non li fanno sparire. E mi colpisce come, sia la patologia della idealizzazione della genitorialità, che quella della sua demonizzazione mirino a sostenere il contrario.
La retorica della bella gravidanza e della rosea genitorialità dicono infatti: “Madre” sarai contenta perché non ti importerà più di niente! Non farai più le stesse cose di prima perché ora penserai solo al tuo cucciolo! Gioia e guadio. La retorica – fortissima negli ambienti intellettuali e sempre crescente purtroppo – della sua demonizzazione invece dice: donna! Ora diventerai “Madre” starai malissimo, perché sarai arrabbiatissima per dover fare queste nuove cose, e non avrai tempo per niente altro! E questo certo, anche a fronte di un contesto culturale che incoraggia la formazione di un presunto oggetto sociale, psicologico e politico che è la “Madre”, e che non sono Maria Rossi sindacalista madre di tre bimbe, Giovanna Verdi impiegata madre di un figlietto, Marta Bianchi sfacciata e allegra ereditiera che di figli ne farebbe sei. La genitorialità e la maternità invece, comportano una sorta di moltiplicazione nella relazione dei propri oggetti identitari pregressi, per cui le donne con una vocazione per esempio a un certo tipo di attività intellettuale la manterranno con i loro bambini e possibilmente la trasmetteranno, le sportive faranno altro e via discorrendo.

Psicologicamente perciò quello che mi sembra rilevante rispetto alla gravidanza e al suo timore riguarda la paura della gestione di un cambiamento che è manipolato socialmente in modo nevrotizzante e controproducente, sia da un punto di vista pratico, che ideologico e logico discorsivo.   Quello che bisognerebbe fare su diversi piani per aiutare le donne e le coppie nell’ipotesi di genitorialità– dalle prassi contrattuali, ai numeri di posti nel nido, ma fino alle strategie di comunicazione, e alle cose che si scrivono e si divulgano, è aiutare le donne a cambiare rimanendo quello che sono state, far capire loro che questa cosa è possibile, che si rimane le stesse pur come dire, salendo a cavallo sullo stesso pezzo di mondo,  piuttosto che ripetere ossessivamente cose false e patologizzanti, non diventeranno Madri, ma madri dei loro figli, e anche cinghie di trasmissione genrazionale dei loro valori individuali.
Non esiste “la Madre”, esistono tante madri quante sono le donne.

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