Fuga senza fine

Era stato il rampollo di una fila di case stoppacciose, con le corde molli della luce che scendevano sui muri, sabbia e sassi che frinivano ovunque. Pure, l’unica antenna parabolica era quella di suo padre, e anche le lunghe panche di legno verniciate color crema, per dire, e il telefono senza il filo, senza la prolunga.
Sua madre era una grassa chioccia, tronfia di dieci bambini splendenti, dieci piccoli curdi intagliati nell’oro. Lui era il più grande, quello con gli occhi del nonno. L’eletto, l’amato, il prescelto.

Era stato un ragazzino irridente e scanzonato – e sciocco, plateale, borioso. Un galletto di piccola stazza col torace dilatato, le mani grandi e il naso forte – un torello da monta e da balera si sarebbe detto ad altre latitudini. Nei suoi pomeriggi medioorientali, sull’orlo sfilacciato di Ankara, arringava assembramenti di sfaccendati, avanzava idee rivoluzionarie. Una volta soltanto – aveva origliato maschi pieni di rughe e unghie nere, e s’era incantato davanti a delle mitragliette a riposo, stese su una panca di legno.
il Totò del PKK.

Troppo felice e troppo amato per essere pericoloso per i nemici, la vanità l’aveva reso una minaccia per gli amici. In assenza di sfide mortali, millantava la partecipazione a quelle altrui, rivendicava nobilitanti vicinanze, trattava con superbia la madre e le sorelle.
Il padre era sempre lontano, disperso in affari siderali e incomprensibili, e la bocca e il cuore gli si riempivano di altri padri ancor più belli e temibili. Cugini di secondo grado che lo tenevano in fondo alla stanza, che lo ignoravano mentre mischiava il suo bicchiere con i loro, che gli annuivano assonnati mentre cercava di dire la sua, e loro già altrove.
A un certo punto, un po’ per la primogenitura, un po’ per la pericolosa dabbenaggine, fu mandato in Germania a studiare.

La Germania non aveva soltanto moltissimi telefoni senza fili, e case con fior di divani, ma anche valanghe di eroi. Le mense erano piene di uomini alti e infiammati, che non avevano bisogno di baciare ragazzine nei locali per dimostrare di essere virili, che lasciavano alla neve e alla notte i piani pericolosi per la battaglia, e i furti, e le bombe carta e l’arabo ma anche lo spagnolo, e certo un tedesco ibrido e rotante. C’erano più esuli intorno a una birra che in tutta la sua vita di minoranza. Ragazzi con mani eleganti di hidalgo spagnoli, risate che alludevano a sofisticate teorie politiche, coltelli sottili e maneggevoli.  Un nuovo mondo che non l’avrebbe messo neanche in fondo alla stanza.

 -Tu farai strada – le disse con cattiveria una volta. Stavano a un tavolo di cucina piuttosto glabro, le aveva ordinato un caffè che non gli avrebbe portato, e le chiedeva di sentirsi in colpa perché abitava il lato giusto del mondo, e quello giusto del tavolo – il lato delle aspettative delle sentenze, delle speranze disattese, il lato della sedotta occidentale che deve capire però cosa vuol dire, sedersi dall’altra parte.
Una consolazione che non gli regalò, perché la concorrenza di eroi per cui la ragazzina, lo lasciò veniva da genealogie altrettanto disgraziate, ma da genetiche più fortunate.

(Negli anni il volto avrebbe acquisito il pallore di una profezia che si avvera, gli occhi che la madre avrebbe temuto, il modo di tenere la testa appoggiata allo schienale di sbiego – con il mento che punta alla rassegnazione. ).

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