La nonna, la gatta, il principe.

 

Sua nonna era sempre stata un animale incomprensibile, piena di naso e di spigoli, una vecchia che guardava altrove, e i bambini non li capiva molto. Nella casa di sua nonna bisognava tenersi il guinzaglio alle mani, e pure ai piedi per la verità, che tutto si rompeva, tutto era delicato, tutto era un ossignore miraccomando, e pure la nonna che non era magra, non era avvicinabile come tutte le nonne dei suoi amici.
Sua nonna era un sasso.

Ma quella sera gli aveva raccontato della gatta del principe. Che quando sua nonna era giovane, e sua mamma molto piccola, la nonna aveva trovato questa gatta bellissima proprio, col pelo lungo! Gli occhi verdi! E l’aveva portata a casa. I giorni dopo aveva detto a tutti che aveva trovato la gatta bella col pelo lungo e gli occhi verdi, aveva avvertito il barista e il farmacista, e messo cartelli, per il proprietario della gatta ma niente, non si era fatto vivo nessuno.
I giorni successivi nevicò, e la gatta del principe, diventò la gatta della nonna.

Un anno più tardi però, il principe aveva contattato il farmacista e aveva dichiarato di essere proprietario unico dell’animale e che lo rivoleva indietro. Un anno dopo! Eccome! diceva la nonna scandalizzata. La gatta già dormiva in fondo al letto, e sedeva a cena con gli altri sulla sua sedia personale, avevano insomma stretto un solido patto di signore borghesi e no, non poteva mandarla indietro. La nonna, prima di fronteggiare il principe aveva anche consultato un avvocato.
L’avvocato, improntò una eventuale linea difensiva, sull’usu capione. Redasse anche un documento con testimonianze dei fogli affissi dal farmacista e dal barista, fece una serie di complesse proporzioni tarate sulle aspettative di vita media di un gatto – e la nonna lo ringraziò. Tuttavia ne tenne parziale considerazione.

Alla fine fronteggiò il rivale, che davanti al farmacista avrebbe detto, rivoglio il mio gatto! E la nonna, con la stessa coriacea fermezza che la rendeva difficilmente avvicinabile, avrebbe risposto al principe: Principe, Lei vuole rivedere quello che era il Suo gatto, e ora non è più. Ora è la mia gatta, Principe. Gatta, per altro. Non gatto. Potrà venire certamente a salutarla per un tè, una domenica pomeriggio se i Suoi impegni lo consentono, ma dopo se ne dovrà tornare a casa Sua, nella Sua casa di Principe, perché la gatta rimane con noi.

Il principe non avrebbe mai preso quel tè, né insistette allora per riavere l’animale indietro. La gatta rimase a casa, a dormire in fondo al letto, e a sedere composta a tavola per altri vent’anni. La nonna lo raccontò al nipote con quello sguardo fermo e luciferino, che hanno certe donne che hanno lavorato tutta la vita – che certo amore mio, nipote adorato, adoravo quella gatta certo certo.
Ma sotto la questione era tutta di classe, tutta di aristocrazia del sangue contro aristocrazia del lavoro, cosa mi vuoi venire a prendere la gatta stronzo che te ne sei fottuto, manco sai di che sesso è tu che evidentemente non hai mai mosso il culo dalla poltrona di velluto. La poltrona di velluto ce l’ho pure io, che te credi.

Questa cosa il bambino la intuì confusamente, perché la madre ne vide nello sguardo per la prima volta entusiasta, la luce di solito destinata agli eroi , ai cavalieri colla spada, a Golia quando le suona a Davide, la luce per i Giusti secondo i bambini.

 

(Qui – la musichina che la nonna deve aver avuto in mente mentre parlava col Principe)

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