10 punti per i giovani colleghi

 

Sempre più spesso mi capita di essere interpellata da qualche giovane collega, neolaureato in psicologia, per avere consigli su come avventurarsi nel mondo del lavoro, quali scelte fare, come muoversi. E io devo sempre controllare la reazione, che sarebbe piuttosto interdetta perché da una parte detesto la civetteria di corporazione, quella retorica gradassa di chi dice no guarda è un brutto mondo, è un mondo difficile, ah io riesco ma te ndo vai, quel compiacimento del pessimista, e poi non fai una lira, o guarda ci vuole un tipo preciso, con quell’odioso modo di muovere le sopracciglia, serrare le labbra…. Dall’altro lato, ho un’idea precisa dello psicologo clinico, restrittiva, e trovo che ci sia un numero spropositato di laureati in psicologia in Italia, numero esorbitante rispetto alla domanda, e che raccoglie molte persone che forse dovrebbero far altro. Inoltre penso che la psicologia è, per eccellenza, un mestiere della vita. Un mestiere che chiede molto vissuto, molto stare materialmente al mondo, molto apprendistato esistenziale. Molto sapersi. L’istituzione della facoltà di psicologia ha avuto il grande merito di delimitare un perimetro di competenze astratte, di cose da sapere e tenere a mente, ma di fatto da sola non è una formazione neanche blandamente sufficiente ad affrontare le richieste di un mestiere, che assomiglia più a una forma di artigianato, che a una professione per laureati.
Considererei la psicologia clinica una falegnameria della relazione, e quindi – fatto escluso l’ambito della ricerca sperimentale e della carriera accademica – lo psicologo è uno che sa usare svariati strumenti artigianali sulla materia relazionale.
Tuttavia, ci sono delle cose che mi sento di provare a dire a chi affronta questo cammino professionale.

  1. Non bisogna pensare la psicologia, come capace, da subito, di offrire uno stipendio sufficiente per l’autonomia. Ci si può provare ma è difficile. Prima di tutto perché è un ambito in cui in Italia si investe poco: le cooperative sopravvivono usando il volontariato, il pubblico soddisfa la domanda sfruttando tirocinanti non retribuiti, se va bene vengono proposti rimborsi spese e paghe mensili che comunque non superano i 1000 euro. In secondo luogo perché da neolaureati si approda al lavoro con un capitale di esperienza troppo esiguo: non solo scarseggiano le esperienze professionali, ma anche l’esperienza di se nella vita: un neolaureato potrebbe non aver fatto i conti con la genitorialità o la scelta di non attraversarla, con il matrimonio o l’ipotesi della separazione, non ha spesso una forte esperienza di morte: è un giovane che dovrebbe toccare la vita dei vecchi. E’ opportuno pensare a un lavoro di base, che garantisca la sussistenza, e che o sia limitrofo agli interessi propri, oppure sia piuttosto basico e non impegnativo intellettualmente. Io per fare un esempio, mi sono smazzata molti anni (sottolineo anni) di call center. La scelta di proiettare inizialmente la sussistenza su altro, è particolarmente utile per diversi aspetti che riguardano la qualità del lavoro e delle prime esperienze: si lavora con la relazione, e si lavora in maniera determinante con i propri affetti: se la relazione è eccessivamente caricata da aspettative economiche frustrate, il lavoro ne viene inevitabilmente deformato, e anche la possibilità di sopravvivere a un’esperienza formativa anche gratuita diviene più difficile.
  1. e’ opportuno fare molta attenzione alla questione del guadagno. E’ una questione sacra, legittima necessaria, perché non possiamo essere figli tutta la vita, e la laurea è una cosa che dovrebbe collimare con una definitiva emancipazione dalla famiglia di origine, e quindi proteggere la propria necessità di guadagno come motivazione è l’indice di un minimo garantito di salute psichica che ogni psicologo deve avere. Tuttavia la motivazione a questo genere di lavoro deve essere un’altra. Qualsiasi progetto si porti avanti la questione principale non devono essere i soldi. Sia perché si lavora malissimo, quando gli altri non interessano, sia perché se ne accorgono tutti: sia gli assistiti, che i colleghi. Io per dire, a colleghi che mi parlano dei loro progetti e mi fanno sentire che il loro unico scopo è trovare soldi, non do aiuti, e non invio pazienti. Non credo di essere molto originali. La motivazione al guadagno deve essere una forza e una bussola, che riguarda l’amor proprio ma appunto come l’amor proprio, non deve mangiarsi il resto.
  2. Se si vuole fare questo lavoro bene, qualsiasi direzione prenda, è un atto criminale e deontologicamente scellerato, farlo senza avere fatto un corposo lavoro su di se tramite una psicoterapia personale. Il fatto che la specializzazione a psichiatria o la scuola di specializzazione universitaria in psicologia clinica si limitino a caldeggiare il lavoro personale, e non obblighino gli specializzandi non è una scusante ma un fatto grave e pericoloso per l’utenza. Lo psicologo è qualcuno che, qualsiasi cosa faccia, è destinato a prendere contatto con la vita affettiva di qualcuno e questo contatto avverrà tramite la propria esperienza delle emozioni e dei processi logici. Se non si esplora il proprio mondo interno, quello diventerà un ostacolo alla qualità del lavoro, potrebbe colludere con le patologie dei propri interlocutori, e provocare situazioni disastrose che non si è in grado né di controllare né di capire da dove sono derivate. In non pochi casi poi, nuclei irrisolti della propria vita interna potrebbero essere detonati dall’esperienza clinica, scoppiare nel giovane collega e provocare un grave senso di malessere.
  1. Bisogna anche considerare comunque, che per lavorare al meglio delle proprie possibilità, specie quando si lavora nella clinica, non c’è niente di più fuorviante dello stereotipo di una necessaria salute psichica del clinico, e di una sua omogeneità ai canoni maggioritari di una certa cultura. L’omogeneità non esiste, se esiste è un sintomo. I propri sintomi, il modo di ascoltarli e di utilizzarli possono diventare la via regia per arrivare all’altro. La psicologia clinica e la psicoterapia non sono mestieri per gente banale, ma per gente, parzialmente e mai del tutto guarita da qualcosa. Più esperienze cliniche si fanno con il proprio mondo interno, più ci si guarda vivere psicologicamente, con maggiore lucidità si potrà lavorare con il mondo interno di qualcun altro. Una buona analisi è dunque quell’esperienza artigianale, in cui un artigiano fa qualcosa insieme a noi con il nostro mondo relazionale.
  1. Trovate la vostra ossessione intellettuale e psichica. La metafora psicologica su cui cominciare a lavorare a una competenza: una cosa che vi interessa in modo particolare anche perché ha delle risonanze con la vostra biografia, studiatela, fateci esperienza pensate a degli articoli. Agganciateci l’esordio della vostra identità professionale. Può essere un campo della vita – io amo per esempio gli studi di genere – può essere un tipo di disturbo piuttosto che un altro, può essere un approccio clinico. In ogni caso, è bene sperimentare una verticalità, per due ordini di motivi: il primo è che approdare alla verticalità su un argomento è una sorta di imprinting all’onestà intellettuale, fa essere consapevoli della immensa mole di informazioni che di norma costruiscono la competenza su ogni semplice argomento, una consapevolezza cioè materiale. Il secondo è che anche stupidamente, il mercato dei servizi nella percezione collettiva va per competenze specialistiche: potersi dire esperto in qualcosa è una buona tecnica pubblicitaria.
  1. Ne deriva, che anche la scelta dell’eventuale scuola di specializzazione, per quanto mi riguarda almeno è meglio se orientata a una grande scuola storica, col che intendo sostanzialmente Junghiani, Freudiani, Gestalt Cognitivisti e Sistemico Relazionali, e lasciare da parte scuole secondarie che mirano a non molto chiare integrazioni. Non perché io pensi che l’integrazione non sia possibile, ma come dire, quella arriva dopo e davvero e fatta bene quando si accetta la sfida alla verticalità di prospettiva. Si capiscono meglio le verticalità degli altri. Senza poi dimenticare che le scuole storiche, offrono un sostegno nella crescita professionale dei propri studenti, che altre associazioni non garantiscono.
  1. Studiate un sacco di clinica, studiate quello che scrivono quelli delle parrocchie lontane da quella che vi siete scelti, ma studiate molta molta letteratura – studiate l’artigianato dell’umano prima che fosse disciplinato in una ricerca sistematizzata. Se non fosse elitario, dispendioso, sciocco da dire io direi: prendetevi un’altra laurea. Chi conosce bene la letteratura, chi legge molto, ha visto molti film è una persona ampiamente colta sarà invariabilmente un concorrente più forte: la persona colta è una persona che conosce molte tradizioni artigianali, molte metafore psichiche, molte esperienze di vita che trascendono la propria biografia. La persona colta ha visto e letto di maschi essendo femmina, di bambini essendo vecchio, di orfani avendo i genitori, di eterosessuali essendo omosessuale, e via discorrendo in un arsenale di mappature interne, in un’archivistica dell’estetiche che non ha rivali. Studiate i linguaggi letterari per un verso, e quelli cinematografici per un altro, perché sono lessici della psiche individuale gli uni e della psiche collettiva i secondi: quello che voglio dire, è che non vi bastano le trame, vi servono i linguaggi: i libri vi offrono altri linguaggi da quelli in cui siete cresciuti e strutturano la vostra personalità. Vi occuperete di persone che non sono infatti, voi stessi.
  1. Sia che lavoriate genericamente nel sociale, che vi vogliate specializzare in psicoterapia, trovate un gruppo di pari per fare due ordini di cose, un buon gruppo clinico, un buono studio associato. Le relazioni tra colleghi della nostra professione, specie all’inizio – ma io spero anche dopo – possono essere un tipo di amicizia, di vicinanza, di crescita in parallelo che credo abbia pochi rivali. Porta a un’intimità emotiva e intllettuale, e a un tipo di stare insieme che ha del magico ed è di grande sostegno. Tra pari si cresce in maniera incredibile. Ma anche dal punto di vista del mercato del lavoro, avere un gruppo di pari è una cosa molto bella perché si fanno confluire insieme le risorse, e se si fa un gruppo clinico insieme si mettono a fuoco le modalità relazionali dell’uno e dell’altro e questa, è la base migliore per inviarsi dei pazienti.
  1. Questo non è un mestiere per cretini, ma neanche per stronzi, ed è anche un mestiere per qualcuno che deve avere una motivazione peculiare a stare con delle persone che si lamentano. Non tutte le equazioni personali sono adatte alla psicologia, e alla ricercata psicoterapia. Bisogna essere infatti abbastanza nevrotici da voler stare con gente che si lamenta e desiderare che stia anche meglio di noi, ma non così tanto da non tollerare il malessere altrui o farne il bersaglio incontrollato delle proprie patologie irrisolte. Ogni tanto sento clinici parlare in maniera poco affettiva, con supponenza, dei propri pazienti, e penso che questo mestiere è fatto anche da persone sbagliate. E’ un mestiere di grande responsabilità, per essere esercitato ha bisogno di un principio di piacere, e quel principio di piacere sta nel banale, smielato, cheap contatto umano. Sta anche nel saper godere della commovente crescita nella difficoltà di una persona che ha chiesto un aiuto. Se questo tipo di godimento, non è il primo dei vostri pensieri, questo non è il mestiere giusto. Lavorerete male.

 

  1. Se invece è il primo dei vostri pensieri. Amor vincit omnia, e a lavorare sodo, tignosamente – semplicemente ce la farete. Ma fate attenzione ai vecchi che vi cercate, perché ne avrete bisogno. Cercate insegnanti bravi, maestri di vita onesti, persone della cui limpidità emotiva potete fidarvi tanto quanto della loro preparazione professionale. Non fidatevi di chi promette montagne, di chi idealizza lo spirito di categoria, ma ancora di meno di chi parla male di colleghi, di maestri noti, di chi la fa troppo difficile o di chi la fa troppo facile.  Se a voi è permesso essere adolescenziali, giovanilisti e manichei, solo in rarissimi casi questo deve essere nei vostri padri e nelle persone di cui vi fidate. Questo è un mestiere che vive di ambivalenze e complicate inclusioni.
    In bocca al lupo.

 

 

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