Un primo post confuso e junghiano sul sogno.

(Premessa. E’ da moltissimo tempo che desidero scrivere qualcosa sui sogni, per la verità da parecchio giro intorno a un libro sullo stile dei sogni, in relazione alla vita e alla personalità dei sognatori. Mi affascinano certe ricorrenze sullo stile onirico delle persone. Mi piacerebbe pure fare un lavoro sul mio modo di usare i sogni in terapia. Considerate allora questo, probabilmente disorganizzatissimo post, una serie di appunti preliminari a questo lavoro. Molto preliminari. )

La neurofisiologia del sogno e la sua funzione nell’economia psichica, sono ancora un argomento controverso in ambito neuroscientifico, ritrovandosi al centro di un dibattito che alla fine però poco intacca la prassi clinica di chi li utilizza. In ogni caso, tra le tante tesi –semplificando molto – quella che a me affascina di più è quella che considera la produzione onirica come una sorta di materiale di scarto dell’attività cerebrale, che potrebbe avere anche secondo alcuni, la funzione di mantenere un’economia gestibile dei sistemi di memoria e di apprendimento. E’ una tesi che mi piace, anche se è stata formulata da chi sperava di poterla usare per attaccare le modalità di lavoro dei clinici psicodinamici, quando invece può risultare quanto mai calzante. Lo scarto dell’attività cerebrale infatti potrebbe essere un oggetto assai prezioso per capire cosa si mangia il cervello durante il giorno, le sostanze emotive che compongono il suo sistema circolatorio, e da tutti gli scarti noi infatti ricostruiamo abitudini culture e identità. E un processo logico che raccontava bene per esempio in un racconto Marguerite Duras –in giornate intere fra gli alberi – dove una signora che frugava nella spazzatura ricostruiva le vite delle famiglie che l’avevano buttata – se c’erano carte di giocattoli indovinava dei bambini, e se trovava le bucce di molta frutta riconosceva il sintomo di un pranzo.

La stessa logica inversa, che usa gli scarti per la ricostruzione di contenuti positivi, la usiamo anche noi, quando facciamo come la magica suora di Foto di gruppo con signora – secondo esempio letterario, questa volta Heinrich Boll – che in base agli escrementi delle persone ne stabiliva moltissime cose: cosa avevano ingerito e il loro stato di salute, se una donna era incinta e se uno aveva un tumore. E quando noi portiamo le nostre cose a fare le analisi, ci avvantaggiamo della stessa logica.

Noi clinici dunque, lavoriamo con il sogno, considerandolo testimonianza del processo digestivo della vita psichica. In questo senso quanto il sogno ricorrente quanto l’incubo che si interrompe per un risveglio pieno di spavento, li possiamo leggere come la testimonianza di qualcosa di emotivamente difficile da digerire, da portare a termine, da metabolizzare. Qualcosa che si continua ad avere bisogno di assumere, che si ripropone nell’esperienza psichica, che è alla base di una dimensione problematica, e che non riesce a trovare elaborazioni successive.

Un altro modo empiricamente utile, per considerare il sogno, è leggerlo come il prodotto ultimo di un regista plenipotenziario. Un regista che ha risorse infinite e che non ha limiti di sorta alla scelta di sedi, oggetti, operazioni, attori e rappresentazioni possibili. Il nostro regista interno può non solo attingere a tutta l’esperienza mnestica di cui dispone il sognatore, ma in più alle bisogna si inventa pure oggetti che non esistono, e situazioni che violano bellamente le logiche del piano di coscienza. Questo suo costante pieno potere, deve farci diffidare da letture pedisseque e casuali dei nostri sogni – “ho sognato pino perché l’ho visto ieri” – perché avete presente quante migliaia di cose e persone avete visto ieri?
Se Pino è stato scelto dal regista plenipotenziario però, non è per la sua intrinseca importanza, ma per la sua capacità diciamo simbolica e allegorica. Pino è capace di incarnare qualcosa di importante che appartiene al sognatore, qualcosa di suo che per l’appunto deve essere affrontato e digerito – per questo, gli psicoterapeuti di orientamento dinamico usano tanto volentieri i sogni in terapia, perché quando il sogno viene portato in stanza, si lavora in due in quella digestione dell’esperienza emotiva e in qualche modo si aggiungono ingredienti. Ne deriverà una trasformazione dell’esperienza psichica. Quando un sogno rimane ricorrente in terapia, spesso e volentieri è segno che la decodifica ha mancato il bersaglio, e allora il problema si ripropone invariato. Quando si riesce a entrare in un circuito virtuoso con il sogno, l’esperienza onirica ha delle modificazioni – questo è molto bello e interessante.

Ora la decodifica simbolica del sogno varia teoricamente da scuola a scuola, ma io ho notato che con clinici di valore, che stimo – c’è spesso in ultima istanza una forte convergenza interpretativa. Incide il fatto che, il buon clinico ha un orecchio speciale per i modi di parlare degli oggetti del sogno che il paziente è sollecitato a esprimere, le associazioni, a capire quale risuona di una verità emotiva. Constato che c’è una sorta di primo livello interpretativo che rende le letture diverse da scuola a scuola, e un secondo livello in cui ci si avvicina: un po’ come una piccola sezione del Talmud, di cui parlava sempre volentieri Tedeschi, mio primo maestro – dove un piccolo ebreo andava da un collegio di rabbini a raccontare loro un sogno, e quelli rispondevano molte letture diverse, ma tutte secondo la Legge, erano vere. In ogni caso le letture sono indirizzate in un modo o nell’altro, e spesso i sognatori in terapia possono orientare la loro produzione onirica al linguaggio di scuola dell’analista – così come il mio modo di lavorare con i sogni è prevalentemente junghiano.
Nel mio modo di lavorare per esempio convivono letture degli oggetti simbolici legati all’esperienza del soggetto, con aspetti del sogno che appartengono alla storia simbolica degli oggetti rappresentati. Per questo una consistente cultura umanistica, antropologica, ma anche sociologica e massmediatica sono appannaggio importantissimo per capire i sogni in particolare alla maniera junghiana, perché da una parte c’è l’esperienza del sognatore, ma dall’altra il mondo sociale e valoriale da cui prende gli oggetti. Mentre per i canoni freudiani ortodossi, valgono in prima istanza le reazioni soggettive e le simbologie sessuali, nel contesto junghiano sognare per dire un tatuaggio, o una capra, vuol dire sognare anche il mondo culturale di cui sono simbolo, la tradizione in cui sono iscritti, le canzoni le poesie e i proverbi ritenere che nel mondo interno del soggetto quel vocabolario collettivo sia usato per parlare. Ma certo si possono anche sognare persone, che si sono incontrate nella vita, e che il regista del sogno decide essere la rappresentazione più adatta per interpretare un certo stato d’animo.

La questione è che il sognatore è uno che a fronte di questa illimitata disponibilità di mezzi rappresentativi però, ha la missione di rappresentare non il mondo esterno, ma il mondo interno. Il regista del sogno cioè è uno che lavora in termini allegorici utilizzando quello che l’esperienza cognitiva gli porta – non di rado attingendo a ambiti teoricamente disprezzati o non particolarmente valorizzati dal sognatore . In questo senso io sono affascinata dallo stile dei sognatori, e dalle loro evoluzioni. Io per esempio ho un sognare generalmente sotto tono, dove prevalgono sogni domestici di madre di famiglia – faccio la spesa, raccolgo cipolle, cose così e dove se proprio devo mettere un guizzo creativo, metto qualche attore della commedia americana in mezzo, in genere di tradizione ebraica. Ma ho avuto un paziente artista che faceva dei sogni di una bellezza incredibile, pezzi di Dalì fatti e finiti, e una indomita paziente molto graziosa e piacevole che ha per tutto il primo arco di terapia sognato efferati polizieschi di stampo americano, film di gangster. Questa curiosa tendenza del sogno potrebbe essere spiegata con il concetto di funzione compensatoria dell’attività onirica, che secondo Jung farebbe si che il sogno tenda sempre a valorizzare aspetti scotomizzati, surclassati e messi al latere dai principi di coscienza, allo scopo di farli reintegrare nella vita cosciente. La compensazione junghiana, si capisce meglio considerando l’idea di personalità di Jung, per cui a fronte di quattro funzioni fondamentali: intuizione/sensazione, pensiero/sentimento noi tendiamo ad avere una funzione più spiccata nel nostro modo di conoscere il mondo, che è compensata da quella opposta nell’esperienza inconscia.   Nel mio caso, che sul piano di coscienza sono un tipo molto intellettuale, portato alla speculazione e ai voli pindarici, la funzione compensatoria porta a mettere l’accento su questioni pù percettive, materiali, vitali dell’esperienza.
Fai la spesa, sta a pensà ai romanzi!

Se comunque si comincia a capire bene la lettura del sogno come attività inconscia che ha il compito di fotografare lo stato presente della realtà psichica di un sognatore, ci si può rispondere sulla loro eventuale capacità predittiva. Non è che naturalmente il sogno sia in grado di anticipare eventi di cui sul piano della coscienza si hanno poche informazioni, o comportamenti di altre persone o che. Il sogno non è un oggetto magico, e questo suo uso non riguarda l’esoterismo: ma il sogno dice spesso senza finzioni il proprio stato emotivo, le cose di cui ci siamo accorti e di cui non credevamo di esserci accorti. Un rapporto allenato con il proprio inconscio, raddrizza la barra del timone nella propria esperienza quotidiana, e io credo sia il più grande regalo che lascia una buona analisi una volta compiuta. Si ha a disposizione cioè una risorsa aggiuntiva, per capire come mai in un certo periodo siamo dispiaciuto, per capire cosa ci dispiace esattamente, nel nostro mondo intimo, di un certo insieme di circostanze.

 

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3 pensieri su “Un primo post confuso e junghiano sul sogno.

  1. Mi ha fatto riflettere l’osservazione che fai rispetto al soggetto del sogno: se sogniamo qualcosa/qualcuno che abbiamo visto di recente tendiamo a fare poca attenzione al perché il nostro inconscio ha scelto proprio quel simbolo e non un altro. È un bel post di introduzione alla scuola junghiana di lavorare con i sogni. Mi chiedo se, come analista, ti trovi mai a categorizzare i sogni dei tuoi pazienti in termini di importanza che il sogno ha sulla situazione specifica della persona. Esistono sogni di ‘serie A’ e ‘serie B’ o piuttosto la difficoltà nell’interpretazione di alcuni sogni rispetto ad altri che porta a focalizzare l’attenzione su un sogno particolare?
    Bella spiegazione sui sogni ricorrenti, non l’avevo ancora sentita e spiega un po’ di cose!

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