Blaise, I’m thinking about you

 

Non è poi così tanto tempo che dentro l’università e anche fuori è diventato di moda il concetto di empatia. Siamo in anni che hanno lo svantaggio della risacca e della debolezza, ma almeno ci confortiamo con la comprensione. Un’epoca di premoderna rocciosità sta distesa alle nostre spalle – un paesaggio sterminato di padri e di figli, di verghe e superio, di esplicita ideologia del maschile, a cui un altrettanto premoderno dominio del femminile, se ne stava nell’implicito, nel preverbale, nel marginale. La comprensione e l’empatia in quella distesa rocciosa non andavano affatto di moda, era l’epoca dei maschi trionfi del coraggio, dell’assertività, e del dovere – ed era un’epoca in cui val la pena di ricordarlo sempre, si stava male – di un male diverso, di un altro ordine di difficoltà, ma che sfido parecchi di noi a voler riabbracciare. Ora entra in scena l’empatia, parola piuttosto nuova, che diventa un valore condiviso. Credo che il sessantotto, il pacifismo, il movimento hippie e lo stesso femminismo ne abbiano facilitato l’ingresso nel nostro mondo quotidiano, ma che determinante per la sua esplosione sia stata la crescente influenza  della cultura psicologica nella vita quotidiana.

L’empatia è una versione gentile e paritaria della compassione, di cui tutto sommato condivide l’etimo: sempre di patire insieme si tratta, ma a fronte del profumo asimmetrico e cattolico della compassione, che era cum tanto per dire, ma che presuppone uno scendere nel dolore dell’altro da parte di chi di suo starebbe più in alto, e dunque si abbasserebbe provvisoriamente, l’empatia dichiara di tuffarsi nel pathos e starci, su un piano di parità. Un piano di sorellanza. Io sto con te, ti capisco. Tocco i tuoi sentimenti e quindi li comprendo. Empatizzo e quindi, accetto le logiche che i tuoi sentimenti producono. Io che empatizzo, riduco la distanza tra la mia storia e la tua, e di questo stare dentro, che potrebbe o forse dovrebbe, essere provvisorio, io mi porto un alone, un cambiamento interno che rimarrà ogni qual volta si parlerà di vicende come la tua. Ho empatizzato con te. Mi sono preso il tuo sguardo.

Ora, al di la della scoperta culturale dell’empatia, e della apprezzabilità morale delle persone empatiche, il suo esercizio è tutt’altro che facile, e spesso fraintendibile. Siamo portati a pensare che l’empatia sua un moto del cuore, con questa sorta di ipostatizzazione del cuore che è una delle nostre nuove icone culturali. Per esempio, ci ricordano i baci perugina che il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce! Come sarebbe stato infatti detto dall’ignorato e frainteso Pascal, che tutto era fuorché un romantico, come a intendere che c’è una divinità seconda, antagonista alla razionalità, al calcolo e all’interesse, che segue slanci suoi propri di amore e gentilezza e quindi, corollario di empatia. Le persone di cuore in questa sollucchero da nuovo millennio, sarebbero persone altruiste e che seguono la bontà, da contrapporre agli egoisti che seguono il calcolo e insomma va da se che l’empatia diventa l’ancella di un nuovo idealismo.

L’idea di un modo di approcciare la realtà però come mera funzione di una disponibilità sentimentale è però fuorviante. Preferisco invece approcciare l’empatia per una via più neutra, meno entusiasta ma forse più utile, che è quella che passa dal concetto di funzione riflessiva – introdotto da Peter Fonagy e Mary Target, e che poi è confluito nel concetto di mentalizzazione. La funzione riflessiva è quella che – banalmente – ci rende capace di leggere stati d’animo altrui – la mentalizzazione è la capacità di stabilire nessi causali corretti tra determinati stati d’animo e determinate azioni nella vita degli altri, sulla scorta della causalità sperimentata nella vita propria. Bassissimi livelli di mentalizzazione corrispondono a patologie gravi, e confluiscono in forme di autismo –mentre dall’altra parte, si presuppone che chi faccia un mestiere come lo psicoterapeuta possa avere una capacità di mentalizzare molto sviluppata. La differenza però – importante tra l’empatia e la mentalizzazione è che la prima presuppone uno slancio emotivo di sostegno, che invece la mentalizzazione non implica necessariamente: io capisco perfettamente la successione causale che vi è tra ciò che dici e quello che senti e pensi, ma ciò non vuol dire che io sia dalla tua parte. Che io mi accori. Una modesta capacità di mentalizzare quindi, non necessariamente implica un disinteresse, o un movimento ostile quando vengono raccontate delle vicende, ma fa fare delle inferenze erronee, fa proprio non capire a monte la realtà. Una bassa capacità di mentalizzare è dunque, prima di tutto un handicap: si intuisce di meno, si capisce di meno, e quindi si ha come un motore esistenziale che cammina di meno.

Quello che noi chiamiamo però empatia, è una sorta di mentalizzazione calorosa. Una comprensione dell’altro a cui segue una vicinanza. Quello su cui vorrei riflettere sono le diverse implicazioni di questo salto, il perché lo si fa, il perché non lo si fa, se è davvero sempre bene farlo o se forse dovremmo approdare a un uso etico della mentalizzazione e dell’empatia. La retorica pervasiva della comprensione compulsiva non ci è davvero di grande aiuto e scotomizza alcune questioni complicate, quando per esempio le logiche emotive in gioco sono tante e l’un contro l’altra armate.
Perché prendiamo due esempi. Un esempio può essere una storia privata: una nostra coppia di amici si rompe perché lui tradisce la compagna.
Un altro esempio può essere una storia collettiva: c’è un terremoto, muoiono alcune persone, i soccorsi non arrivano immediatamente.

Nella storia privata possiamo cimentarci con diverse vicende emotive: lei che si sente tradita, il tradimento che evoca il suo scarso diritto all’amor proprio di cui ha sempre patito, un senso di ferita che la porta a comportamenti aggressivi. Lui che invece, tradisce e rompe, avendo patito una routine che non lo rendeva più felice, che si dichiara onesto e quindi onestamente si allontana, che non vuole stare insieme per una mera sudditanza alla sofferenza ricattatoria della partner. Poi potrebbero esserci altri attori: per esempio l’amante di lui, o i genitori di lei. Ognuno di noi avrà però una corsia preferenziale per empatizzare con un singolo attore o percorso logico emotivo, perché ricorda la nostra strada percorsa, o perché gli è complementare, mentre metterà sistematiche barriere emotive alla comprensione delle altre logiche emotive. Spesso c’è coincidenza di genere su questa cosa, ma non così frequentemente: per fare un esempio, molte donne hanno sperimentato il peculiare caso dell’amica che ha una vita relazionale piuttosto angusta, e che però – non proprio casualmente – solidarizza sempre con le aggressione dei compagni e dei mariti, attaccando l’amica.

Questa cosa si assiste anche nei giorni successivi a eventi collettivi condivisi come i terremoto. Per molti il primo pensiero è per le vittime. Per altri può essere stato se stessi. Per terzi, siccome il pensiero delle vittime o per se stessi è troppo penoso e intollerabile scatta l’arringa politica su temi limitrofi tipo il tempo di arrivo dei soccorsi, o altri più bislacchi – come deve essere stato per la persona in evidente stato di difficoltà che si è messo a farneticare di bellezza nel crollo di un chiesa – non si dovrà necessariamente empatizzare con tutti, ma quanto meno arrivare a mentalizzare le diverse successioni emotive diverse dalla nostra. In entrambi i casi – in tutti i casi, io penso che una buona mentalizzazione degli oggetti in campo sia una cosa utile, mentre pretendere che tutti empatizzino con tutto sia un’operazione ideologica e non necessariamente produttiva o benefica.

Il fatto è che dobbiamo capire bene l’uso che facciamo di quel passaggio emotivo successivo alla mentalizzazione. E anche, il passaggio emotivo che fanno alcuni che, a suon di dichiarazioni sentimentalmente forti quanto precipitose, dichiarano di essersi tuffati nell’essere con, ma di fatto essi sono saltati alla cieca – nell’affetto positivo in una modalità che è simile al salto nell’affetto negativo. Si appoggia e si sanziona senza sostare nella lunga e incerta fase della comprensione degli eventi emotivi, quasi ad avere paura che ci si scotti. Questo salto della mentalizzazione verso l’appoggio o la sanzione (brava, t’ha messo le corna! Stai male ci credo oppure Stronza te la sei voluta quello non è mica un santo) deve essere infatti valutato da due punti di vista. Il primo volendo dell’altro, di cui si sceglie solo una parte psichica e la si fa totalità dimenticandoci di tutto il resto (è davvero utile compiangere ad libitum una donna tradita? Non sarà il caso di ricordarle quanto è brava a fare certe cose, sul lavoro per esempio? O la sua capacità di riflettere su dinamiche relazionali a cui per qualche motivo ha abdicato ?) Il secondo riguarda se stessi, e corrisponde alla domanda: a cosa mi serve scegliere questo segmento di storia ed eleggerlo a soggetto emotivo con cui empatizzare, quale parte di me tranquillizza e glorifica, o – perdona (ah quella volta in cui io sono stata tradita perché mi ero ritratta, divenuta assente, avevo abbandonato il campo).
Sorvegliare i riflessi pavloviani delle nostre empatie ed antipatie ci rende persone migliori.

(Postilla
Non credo che si debba empatizzare sempre e comunque. Non credo che sia possibile, ed è una sorta di ideologia distorta che fa finta di prendere in prestito dalla psicologia una visione del mondo che la psicologia non ha. Credo che però bisogna imparare a mentalizzare, e che si possa certo lavorare per migliorare la propria capacità di mentalizzare. In una minima parte questa cosa la da la frequentazione di prodotti culturali: film, libri, romanzi – ossia mappature di itinerari mentali e di storie individuali, vocabolari di lessico diverso. E questo può essere una cosa buona. Poi però tenderei a pensare che la mentalizzazione possa essere davvero migliorata solo da un buon lavoro relazionale e collettivo. Lo dico perché mi si chiede, questa roba si insegna? No ecco, si insegna poco, perché è un processo della vita del pensiero, non della sua mera applicazione. Però penso che una cosa buona possano essere per esempio nelle scuole – in un mondo fantastico del desiderio – dei gruppi di studenti che scambiandosi esperienze lavorino sulla propria capacità di mentalizzare )

 

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