La ciambella lanciata nel mare.

 

La maggior parte delle cose in quelle stanze era di un bianco lattiginoso e innocente: la luce, le pareti, i tavoli, i pavimenti. I monitor si succedevano in ordine, e davanti le persone, e le cose che dicevano le persone, le loro cantilene, ma anche – le loro risate, i loro giubbotti, i loro pacchetti di sigarette da dieci con l’accendino incastrato – qualche porta pranzo. Il call center è un posto di atmosfere rilassate e grandi speranze.

Io, pur nella profonda gratitudine – nessun altro posto di lavoro pagava con quella precisione i soldi dovuti alla data stabilita, secondo regolare contratto – boccheggiavo di esasperazione, e di colpevole ma indomito narcisismo. Operaia della parola altrui, ingranaggio di macchine grossolane, pomeriggi interi a chiedere pareri a persone sole e pigre, le uniche disposte a rispondere, pomeriggi a partecipare a un oggetto rarefatto la cui ragion d’essere era la speranza di somigliare a realtà lontane, a un marketing sfarzoso e sofisticato. Ma il mio call center, era provinciale e bisbetico come tutto il resto del nostro mondo, e ovunque aleggiava la fiacca consapevolezza di una costosa farsa.
Avevo imparato a essere assertiva e imperativa. Mi dia un voto da uno a dieci a questa concessionaria! Intimavo al pavido interlocutore, e mi impressionava questa desolante scoperta, di quanto paghi di più l’urgenza della gentilezza. L’interlocutore obbediva e docile diceva – 9!
Che lavoro di merda.

E per quanto fossi una privilegiata, un’oca bianca con l’appartamento, una stronza che stava li per il capriccio di prendersi una seconda laurea e una carriera ambiziosa, un’animale protetto da un’eccentricità invidiabile, nonostante tutte queste lussuose cose e altre probabilmente, io a un certo punto quasi ci vomitavo su quei tavolini bianchi, sulle mani della mia vicina e delle sue sigarette, quasi sputavo addosso a quelli che da dietro le spalle venivano a controllare se non saltavo le domande, bravi guaglioni che non avevano trovato niente di meglio, evidentemente.
Ma è che si respirava un’aria di morte. Ma non era elegante essere quelli che si sentono in diritto di dire di esser vivi. 

E mi ricordo che a metà strada vacillai, che era un pomeriggio di inverno, e la sera prima avevo dovuto spiegare a un amico di mia madre, un alto papavero dei beni culturali che si facevo questo lavoro di merda per via di altre ambizioni e si la laurea in filosofia certo ma, il lavoro a quella rivista bello si ma l’avevo lasciato perché mi interessavano di più i pazienti. E non mi credeva nessuno di quegli alti papaveri di allora, non ce li avevo mica d’altra parte i pazienti, erano pazienti immaginari, e allora piegavano le labbra e dicevano ah si hm hm, con falsa comprensione, girando un po’ la testa di tre quarti, annuendo come si fa come uno che vota un partito che non gli piace, e però non se la sente di controargomentare troppo perché quello la del partito che non gli piace, è un povero ignorante, molto arrabbiato e senza strumenti.

(E allora mi ricordo che in quel pomeriggio dopo l’ennesimo incontro con l’alto papavero, stavo al call center a piangere a dirotto, e chiesi aiuto per disperata la mia professoressa, quella con cui mi ero laureata la prima volta, papavera anche lei a dire il vero, ma papavera dalla mia parte, e dissi che mollavo tutto e non ce la facevo più. E  mi fece di corsa venire in dipartimento – lascia il lavoro, pianta una scusa vieni qui subito.
Mi disse alcune cose anche buffe. Se stai con Richard Gere che ti piace tanto, mi disse, non puoi lasciarlo finchè non trovi Harrison Ford, pure se stai in un call center. E io vedo mi disse, qualcosa di vero in questa tua cosa, qualcosa che va protetto – resisti.
Col tempo saremmo diventate amiche, avrei saputo che lei aveva fatto la strada inversa: aveva cominciato con la passione per la psicoterapia, e sarebbe poi approdata alla filosofia.  Ci siamo incrociate, e forse per questo in quell’incrocio mi ha riconosciuta
E ora, credo di doverle telefonare).

qui qualcos’altro a cui sono stata molto grata.

Annunci

How to Disappear (incontrare il passato in un bar)

Per esempio si ricorda di quella volta in cui era uscita con uno, pessimo amante e neanche un grande amore, erano andati al cinema, un’incursione in una visibilità proibita, ma lei non lo sapeva, e lui si era guardato intorno, ma velocissimo e impercettibile, e l’aveva baciata. Un bacio di dovere sociale, un bacio come l’insalata al ristorante che si prende di contorno, e si dice, scondita per favore.
A riposare il palato dalle passioni del pasto.

(Il fatto è che nel bar ora, c’è una canzone, e insieme tre ragazzi sui venti, il bar e la canzone, e i capelli biondi della ragazza come i suoi allora, le sue mani ossute come erano le sue, e quello con quel naso pronunciato pieno di se, e lei che si vede che muore dalla voglia di fare altro, parlano di cose molto raffinate invece di baciarsi, hanno sciarpe grigie, il terzo è annoiato.
– Il fatto è che ora al bar c’è il suo passato).

O quell’altra volta che vide il suo naso pronunciato preferito allontanarsi ridendo con un’altra, rotonda e decisa, carismatica e prosaica, e la canzone le ricorda più dell’amore – l’impotenza e una sorta di romantica compassione per se stessa. Quell’aver subito deciso di non poter chiedere niente, non poter dire niente di teatrale, di spiritoso, neanche offrire il volto o il corpo, rimanere ferma coll’anno che finisce addosso, l’estate alla porta, l’estate già nella vita e chi se la prende è quella sbagliata.

(Li guarda, si sente in colpa verso di loro per la tenerezza che prova, i versi di precoce saggezza che indossano, il profluvio di indicativi nel mostrarsi scettici, parlano sicuramente di libri, un modo che anche lei ha conosciuto per parlare di sesso. Ma non perdete tempo! Vorrebbe dire loro. Vorrebbe scuotere quello annoiato, quello che forse un pochino di cose se l’è chiarite. Vorrebbe accarezzare lei e incoraggiarla – la bionda che è stata bionda come è stata lei.
Ma si gira invece molto rapidamente, pure quando tocchi il tuo passato finisci con l’essere quello che sei ora – una madre. )

Beve il caffè e esce, si ricorda pure di quando abbandonava il branco, abbandonava gli spasimi e le ruote di pavone, se ne andava sul prato dietro la facoltà si buttava per terra c’era sempre erba e fiori selvatici, si accorgeva che andava bene, che anzi aveva bisogno di un’area franca di solitudine, e quella li di allora è la stessa che apre la porta di vetro per andar via, e ne è sollevata.

 

 

 

Da qui a qui

Decisioni difficili (giugno 2013)

Il suo più caro amico era un vecchio alto e bellissimo, con la schiena sempre dritta nell’impegno mai estinto della seduzione, eppure quel tipo di maschio con i capelli bianchi e gli occhi di simpatia e carbone, sempre impicciato con donne innamorate, quasi suo malgrado. Era glorioso e delicato, umoristico e ansioso – ci si provavano a guarirlo, alcune ci facevano un figlio, altre ci compravano un divano, tutte se ne andavano stufate.
Sua madre fu fucilata dai nazisti, davanti ai suoi occhi spalancati, e lui divenne il nostro marrano preferito.

Bambini sotto le bombe, figli violentemente orfani – la madre di mio padre si era suicidata – avevano sfidato il tempo insieme, prima le macerie della vita e delle città, poi le occasioni a cui aggrapparsi per sopravvivere, con le barzellette surreali e le giacchette sbrindellate, con confessioni sulle questioni di cuore manco fossero ragazzette in un collegio. Si erano messi a lavorare nello stesso posto, coltivando la stessa clientela squattrinata e onirica – liberi professionisti del mondo immaginifico, curatori di fallimento di maghi in disarmo, avvocati di circensi zoppi, consolatori di psicoanalisti senza pazienti. Condividevano un appartamento che chiamavano studio, nel tentativo di emulare il modo dei gentili di vincere la storia, senza tuttavia capirne la logica.
Cuscini damascati, macchine da scrivere che non funzionavano. Scaramucce e consolazioni con il caffè del bar.

Non si poteva non amare, per quella simpatia folle, che ammalia e diverte, quando non capisci che è straziante. Io e mia sorella a cena, bevevamo gli aneddoti della sua vita, dove si muoveva coll’impaccio degli infelici e dei modesti, quando amante di ricche dame della sinistra bene, veniva piantato nudo, a causa di un altro amante, e dopo aver preconizzato erotismi diabolici e politicizzati sotto il ritratto di Mao, si trovava semplicemente con tre piccoli a raccontare favole di orsetti. Ne cullavamo il fantasioso delirio attivista, quando notte tempo scendeva dal suo appartamento, per attaccare adesivi giallo sole sulle macchine dei vicini, contenenti riflessioni, certo imperdibili, sul pericolo di Saddam Hussein.
L’unico, che avesse un blando potere sulle sue ostinazioni e il suo senso di fallimento, era mio padre. Poi ha cominciato a fare avanti e indietro nelle cliniche psichiatriche. 

È morto ieri. E l’amico del cuore, arrampicato in un eremo vagamente noioso e molto disperato, non lo sa. Lui sapeva cose che noi figlie non sapevamo, e deve avergli conosciuto toni di voce e pensieri a noi preclusi.
La famiglia corre come una mandria di topi di campagnia attorno al vecchio, cercando di spiare tracce di forza o di debolezza, per capire che farebbe se sapesse – che sulla sua isola, non verrà più nessuno
.

Con cosa risponde quando risponde, la psicoterapia psicodinamica?

Premessa.
Domenica 11 dicembre, è uscito sul Sole 24 ore un articolo di Alessandro Pagnini, sul numero anniversario di Psicoterapia e Scienze umane, dedicato allo stato attuale dell’arte della ricerca psicoanalitica. L’articolo è ben informato, misurato e in linea con ciò che oggi desideriamo dirci a proposito della ricerca psicoanalitica. Ossia che essa dialoga con le neuroscienze, che sta rispondendo alla domanda di prova di efficacia che le ha posto il momento storico, e che possiamo forse mettere da parte le sue istanze letterarie, filosofiche come parte ininfluente, secondarie sostanzialmente inutili.

E’ una posizione, questa di Pagnini, che spesso mi sono trovata a sottoscrivere e a rivendicare – almeno nella sua parte iniziale. È quella più urgente da mettere in campo nel dibattito pubblico, il quale ignora il gran numero di ricerche, analisi e metanaalisi che negli ultimi quarant’anni sono state portate avanti, tra molte difficoltà per dimostrare la ragionevole aspettativa di efficacia delle terapie di marca post freudiana. Come avverte Gabbard, in Psicoterapia Psicodinamica, queste ricerche sono per questo tipo di intervento clinico particolarmente ardue da portare avanti, soprattutto costose, perché richiedono per esempio un controllo sui pazienti e sul gruppo di controllo su tempi molto lunghi – le psicoterapie psicodinamiche sono psicoterapie che durano – e perché hanno una articolazione degli obbiettivi clinici diversa da quella che normalmente è nello sguardo delle psicoterapie di altri orientamenti – in primo luogo quello cognitivo comportamentale – più focalizzate su un sintomo. In questo secondo caso infatti, fare delle ricerca sull’efficacia dell’intervento clinico è relativamente più facile, rispetto cioè a interventi terapeutici che come scopo hanno il miglioramento del funzionamento globale, in cui vada ad includersi anche quel sintomo che era portato in prima battuta dal paziente.

Tuttavia, l’obbiettivo non era impossibile, gli Stati Uniti sono anche quel posto dove anche una questione del genere diventa un oggetto matematizzabile ed economicamente interessante, per esempio per le agenzie assicurative che si trovano a dover coprire i costi di psicoterapie di orientamento analitico, e quindi quelle ricerche sono state fatte e oggi, c’è una vasta bibliografia a farne testimonianza e il lavoro di alcuni accademici, a replicare questo tipo di ricerche nel contesto italiano.
Non abbiamo ancora una risposta definitiva, su questi argomenti – ma le risposte provvisorie sono favorevoli. Occuparmene non è ora materia di questo post, ma ci ritornerò a breve, e a chi fosse interessato rinvio ad alcuni lavori interessanti quello di Dazzi, Lingiardi e Colli, per l’appunto del 2006 – La ricerca in psicoterapia. Quello di De Coro e Andreassi per Carocci (con lo stesso titolo) , e per quanto nel dettaglio le conferme che vengono dalle neuroscienze e dal neuroimaging alle psicoterapie anche di orientamento psicodinamico Levy, Ablon, Kachele La psicoterapia psicodinamica basata sulla ricerca.

Qui invece mi interessa discutere quell’altra implicazione dell’articolo di Pagnini, quella con cui liquida con disinvoltura l’aspetto creativo e filosofico della pratica psicoterapeutica o più strettamente psicoanalitica. Nell’articolo si rifà soprattutto alla tradizione francese, alla storia lacaniana, ma a ben vedere le sue implicazioni possono essere allargate, in generale agli aspetti più idiosincratici, narrativi, soggettificati, e irriducibili della pratica clinica – quegli interventi di marca narrativa e mitopoietica che con estrema fatica la psicometria più recente ha cercato di includere nella ricerca. Pagnini attacca il contesto lacaniano, ma chi sa cosa direbbe della passione tutta junghiana per esempio dell’utilizzazione dei mitologemi in campo clinico o del famigerato quanto proficuo sul piano delle prassi concetto junghiano di inconscio collettivo– perché quello che conta sembra essere soltanto la capacità di rispondere alle prove di efficacia messe in campo dal contesto, senza interrogarsi sul come lo si fa, e sulla natura specifica di un intervento di cura che si avvale proprio di quel medium narrativo e soggettivo.
Questo tic mentale, che mette tra parentesi anche per intellettuali pregevoli, e seri studiosi aspetti idiosincratici della disciplina psicologica, ha una storia culturale.

In Italia infatti, più che in altri contesti – come per esempio quello nordamericano, ma anche forse quello sudamericano – la psicoanalisi è stata per molto tempo percepita, e per molto si è autopercepita, come un ‘istituzione culturale vicina al mondo delle elite intellettuali, o anzi di più – vicina al mondo degli artisti e degli scrittori, titolare di un sapere ineffabile e irriducibile che si sentiva persino alternativo rispetto alla codifica dei saperi di ambito accademico. C’era certamente dell’elitarismo in questo, c’era un discorso di classe in cui per un lungo periodo la psicoanalisi è stata imprigionata: perché era una cura dispendiosa per tempi e costi delle sedute che era adatta a un’utenza ora colta ora artistocratica che aveva gli strumenti per apprezzare le sofisticazioni di un sapere irriducibile, e che si sentiva rinfrancata narcisisticamente dall’implicito valore aggiunto che ha il compartecipare a un sistema linguistico esoterico, non matematizzabile, non falsificabile. Ciò che faceva imbestialire Popper era ciò che per molti rappresentava un cuscino e un balsamo – un cerotto, forse collusivo con certe patologie sociali. A certi pazienti la cui depressione si attacca come edera all’iconografia dell’irripetibile forse può far meglio un po’ di dozzinale democratica quanto sacrosanta banalità.
In questo senso, credo che l’istituzione della facoltà di psicologia, e tutte le altre conseguenze che la legge Ossicini ha avuto per la storia della psicoanalisi in Italia, come di tutti gli orientamenti psicoterapeutici di ispirazione psicodinamica è stata una benedizione. L’ingresso di molti psicoanalisti, o psicoterapeuti postfreudiani nell’accademia, insieme all’istituzione di un albo degli psicologi che normativizzasse l’accesso alla professione ha infatti avuto come effetto importante, oltre a quello di fornire un profilo professionale di terapeuta che desse delle importanti garanzie all’utenza, quello di mettere in contatto la psicologia dinamica con il mondo della ricerca scientifica. Il contesto italiano ha trovato una piattaforma di scambio operativo e intellettuale con altri contesti – in primo luogo quello nord americano, dove il commercio interno tra ricerca accademica, formazione analitica, lavoro con l’utenza, ricerca standardizzata sulla qualità e l’efficacia delle prestazioni cliniche è molto più avviato, e quella miscela di arte della psicoterapia e risposta alle istanze popperiane che è del mondo nord americano, è potuta arrivare sui nostri banchi di scuola.
Io, per fare un esempio, ho potuto studiare psicologia con quel mondo in classe.

Tuttavia mi sono resa conto, più che mai lavorando, che quella dimensione creativa e difficilmente riducibile, è una parte saliente del lavoro a cui non è bene rinunciare, e che anzi è giusto, e morale e democratico, ed eticamente prioritario considerare che qualsiasi paziente di qualsiasi estrazione sociale, storia personale, grado di istruzione e censo abbia il sacro diritto al crisma dell’originalità della sua vita intesa come romanzo, di una pratica di cura che sia una pratica narrativa, che lo faccia uscire da schemi grossolani di conformismi indotti, obbligati patologizzanti a loro volta. La dimensione narrattiva, filosofica, il gioco quasi squisitamente letterario del contesto clinico sono aspetti fondamentali della cura, e ineludibili, con buona pace di Pagnani. E’ il loro essere ineludibili che ha reso per altro titanico il lavoro di chi ha dovuto trovare stratagemmi psicometricamente affidabili nella ricerca sull’efficacia, e sono quegli aspetti i responsabili di un consistente dibattito sulla misurabilità degli strumenti adottati in terapia che ha portato a volumi, pubblicazioni, convegni. Anzi, per parte mia allo stato attuale dell’arte, il fatto che chi produca teorie sia spesso la stessa agenzia che poi si deve preoccupare di validarle sta nuocendo terribilmente alla crescita della disciplina, perché accorcia violentemente il raggio metaforico, la capacità di ambizione teorica, quella necessaria funzione mitopoietica che dovrebbe ancora avere il grande clinico. Le strettoie della ricerca standardizzata non fanno nascere un nuovo Freud, e manco una nuova Klein, e manco un nuovo Kernberg, ma solo piccole costellazioni di esperimenti replicabili, oppure grandi sforzi di validazione di qualcosa che era stato invece pensato senza preoccupazione. Ed è un problema, perché nella famosa stanza, noi clinici lavoriamo con quelle strutture narrative, con quel parco di metafore, e quando siamo bravi, se ci riusciamo dobbiamo fornirne di nuove, che si attaglino alla storia esistenziale del nostro paziente, il quale come dire – deve diventare un bravo di scrittore della propria vita, deve imparare nuove grammatiche, nuove sintassi.

Io per prima non ho molta simpatia per la tradizione lacaniana, ma per questioni di ordine strettamente tecnico e clinico, come per una sottile atmosfera di fondo che mi è estranea. Tuttavia non posso negare – per rimanere sull’esempio fornito da Pagnani – che certe costellazioni narrative del pensiero lacaniano sono un oggetto che ho ben presente quando lavoro, una grammatica possibile da mettere in campo quando il linguaggio del paziente o la sua storia me la dovessero rievocare. Nel mio chiamare in causa per esempio la jouissance quando tratto una paziente con un disturbo alimentare, ma potrei fare altri esempi afferenti ad altri contesti metaforici di scuola, quel vocabolario mi rimane utile. Così come altre soluzioni narrative, riflessioni peculiari di questo o quel campo possono entrare in scena, anche proveniente da contesti della psicoterapia estranei alla tradizione post freudiana o post junghiana che rappresentano il mio contesto. Per fare un altro esempio, io non credo che oggi ci possa essere un buon clinico che ignori il concetto di Doppio Legame.

Riassumendo quindi, il punto non è certamente mettere in secondo piano l’urgenza di rispondere alle domande di efficacia che legittimamente il contesto pone, ma includere nei mezzi con cui quell’efficacia sembra sempre di più poter essere garantita, quelle qualità inerenti alle logiche puramente discorsive, e narrative che sono le metafore e le ipotesi teoriche che le tradizioni di ricerca e di pensiero clinico propongono. Se no alla fine, quell’efficacia neanche si riesce a spiegare.

Debacle

 

 

Cosa chiedete voi a un libro?
E cosa chiedete voi alla recensione di un libro?
Nel bellissimo film Il Postino, a un certo punto Troisi deve ammettere con Noiret, di aver copiato una poesia a scopo seduttivo. Con le poesie di Neruda in effetti, il Postino, ci ha trovato moglie. Il poeta lo rimprovera gli dice – in effetti senza troppa convinzione, che non si spacciano le poesie altrui come proprie. Ma il postino risponde: una poesia non è di chi la scrive, ma di chi gli serve.
Ossia. Un testo letterario deve saper vivere, sapersi far mangiare, digerire, amare, capire, nella sua stessa essenza e in maniera assolutamente indipendente da chi lo crea. Il recensore di quel testo letterario, deve saper parlare di quel testo, spiegare ingredienti, risultanti, effetti e chimiche a prescindere dalla storia dell’autore. Per fare un esempio, anche le gustose esegesi di stampo psicoanalitico di cui io personalmente mi beo, sono roba buona per la clinica e il lavoro con i pazienti, ma paccottiglia per il lavoro dei lettori. Quelle letture analitiche trasformano le opere letterarie in sogni di un inconscio personale, o prodotti onirici di un gruppo culturale, servono per leggere altri sogni, ma ammazzano invariabilmente la vertigine epistemica di un buon romanzo, o anche l’addolorata consapevolezza di quello che manca a una prosa di corto raggio, a un mondo immaginifico che non ha tridimensionalità.
Quindi nell’ordine – chiederei a un buon libro di inventare un linguaggio, oppure di inventare un mondo, oppure – una visione del mondo. Nei casi baciati dal Signore, tutte e tre queste cose. A qualcuno di colto e preparato la cui autorità è chiamata a giudicare un libro, io chiedo riflessioni su queste categorie.

Ora. Scanzi ha pubblicato un romanzo – che non credo leggerò, perché saggi precedenti della prosa di Scanzi, non mi invitano a comprarlo. Le mie tre categorie che interpello quando voglio un buon libro non penso possano essere saturate da quella scrittura. I social sono inondati dalla prosa di Scanzi: la sua estetica, il suo mondo, la sua visione del mondo sono alla portata di tutti, e ho potuto già valutare quanto non ne sono attratta –  è un impasto estetico noto su cui si potrebbe ragionare (un po’ di brillantezza, un po’ di scandaloseria borghese, il placet dell’autoironia, la consolazione della cattivelleria, ma poca verticalità concettuale. ) . E se questa fosse una recensione potrei dire che temo di non trovare il lavoro sul linguaggio che desidero, che questo prodotto linguistico è il parto spontaneo della scrittura via social, con i suoi ammicchi e i suoi tic, e le sue seduzioni troppo a corto raggio, potrei dire che l’impianto narrativo risente di uno scarso tempo di gestazione, potrei dire insomma tutte le cose che so Murgia potrebbe dire davvero meglio di me, ma non ha detto.

Murgia ha invece detto troppo poco sul testo, e molto su chi l’ha scritto, e in più una serie di offese ingiustificate sul perché questo libro non vada comprato. Dice che l’unica cosa buona sono le pagine bianche, oppure che spera che a nessuno venga voglia di comprarlo. Oppure ancora, all’inizio che il problema di questo libro è la conseguenza del fatto che ora chiunque si sveglia e vuole scrivere un libro.
Voglio dire. Ma di preciso:
A noi, che ci frega?
Per parte sua Scanzi, ha risposto che a Murgia non l’ha votata nessuno, che Murgia è una cicciona, che nghè nghè ma che me frega faccia da cipolla faccia da zucchina uffa uffa. A lei non piacciono i libri passionali!
No dico, in che mani è la patria.

La litania malmostosa da parte di scrittori affermati che frignano perché oggi che disgrazia scrivono tutti – è una storia vecchia, che per esempio ha infiammato il dibattito sui blog letterari a cicli regolari negli ultimi dieci anni. Non mi ha mai persuasa questa litania, perché era condotta dalle persone sbagliate, le più frantendibili se interpellate sul tema ma anche perché condotto con modi non solo sbagliati, ma che a loro volta reiteravano il problema che denunciavano. Scrittori laureati dicevano infatti: non si fa più letteratura ahinoi! Tutti scrivono, partendo da farlocchi alter ego. Tutti hanno bisogno di visibilità! Uffa! Che orrore! Tutti vogliono fare presto! Gli viene l’uzzolo e l’editore compiacente gli va dietro! Oh tempora oh mores. Ma in questa lamentazio che ora ritorna sul lavoro di Scansi, non c’è mai stato un discorso serio sull’edificazione dell’opera letteraria, sul lavoro in merito al linguaggio, e si attacca solo l’unica cosa che non dovrebbe essere attaccabile perché l’unica cosa che può accomunare un Saramago a un autore modesto come Scanzi – è proprio il desiderio di scrivere e di vedersi letto. E Murgia o non Murgia, sempre di meno sulla stampa si ha la possibilità di trovare una recensione di un libro che stia davvero sulla materia.

Come d’altra parte – Scansi o non Scansi – si fa sempre più fatica nei meandri di una buona libreria, a trovare nell’offerta editoriale una scommessa in termini di marketing della cultura su qualcuno capace di creare mondi linguaggi paesaggi. Un Safran Foer – che ora delude ma all’esordio spiazzò – noi non possiamo inventarlo, perché noi facciamo i libri sulle esperienze singolari, sulle biografie sul privato da rimescolare, e qualche volta ci va pure bene ma è ancora troppo raro davvero trovare quel salto nel terzo quella vertigine che ci diede per dire Molto Forte Incredibilmente Vicino. E’ tutta una produzione su ciò che è soggettivo e ridetto. E’ tutto un inventare personaggi che si raccontano.

In sintesi – Murgia mi ha un po’ delusa perché ne ho grande stima –e mi pare che alle volte faccia delle cadute che facciano perdere a noi qualcosa. Scanzi non mi ha deluso affatto, perché non ho mai apprezzato quello che scrive – e la sua mediocre sortita è in linea con quello che produce quotidianamente. Ma quello che conta è che abbiamo dato vita a un mondo talmente depauperato, depresso, annoiato, devitalizzato, pauroso, avaro, banale, moribondo che da una parte sembriamo aver paura della vitalità della complessità – che vuoi parlare di letteratura? Che vuoi metterci sei anni a scrivere un libro? Voi parlare veramente di teoria della prosa? Vuoi fare veramente della prosa ambiziosa, non immediata? Ma stiamo morendo tutti! – dall’altra in quanto moribondi possiamo essere rivitalizzati solo da sentimenti arcaici, ferini volgari – la competizione, il risentimento, la ripicca, la ferita, la revanche.
Che tristezza.
Chi scrive, faccia qualcosa